Roberto Roggero – E’ brutto dirlo, ma purtroppo è vero: il mondo è ormai abituato alle prepotenze che gli Stati Uniti hanno scatenato e scatenano in mezzo mondo, anche se il lato peggiore sta nel fatto che nessuno fa nulla per impedirlo.
Anche il cinema ha mostrato varie volte la volontà imperialista dei vari inquilini della Casa Bianca, non ultimi i Bush padre e figlio, e prima o poi arriverà anche il turno del “biondo” Donald, anche se una pellicola è già da tempo in circolazione, ma riguarda la sua scalata a Wall Street e non i mandati presidenziali (“The Apprentice”, del 2024, regia di Ali Abbasi). Uno dei più prolifici registi controcorrente, Oliver Stone, si è occupato diverse volte di argomenti del genere, a cominciare dal primo corto del 1971, “Last year in Vietnam”, pressoché sconosciuto, per poi passare attraverso “Nato il 4 luglio” (1989), “JFK” (1991), “Nixon, gli intrighi del potere” (1995), fino al bellissimo “W” (2008) biografia assolutamente non autorizzata quanto veritiera di George Bush Jr, e “Snowden” (2016), fra un documentario e l’altro. Molte altre pellicole sono altrettanto esplicite, come il pregevole “The Vice” (2018) che ripercorre la vicenda del rampollo di casa Bush attraverso la biografia dello spregiudicato Dick Cheney, diventato vicepresidente e anima nera delle guerre successive all’11 settembre.
Argomenti che oggi tornano prepotentemente all’attenzione internazionale e mettono a nudo la vergognosa strategia che serpeggia fra le stanze della White House: egemonia, potere, controllo, petrolio, e la ferma convinzione che la cooperazione internazionale sia accettabile solo se è lo Studio Ovale a stabilire e dettare le regole.
Dottrina Monroe, Vietnam, Corea, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Venezuela, Cuba, Africa, lobby sionista-americana AICAP, e adesso Iran, stesso schema, stessa musica anche se cambiamo gli orchestrali. Non è tanto il “biondo” Donald con le sue sparate da prepotente cowboy misogino, razzista, suprematista bianco, pedofilo, quanto la continuità di una pratica vecchia di decenni anche se con altre maschere. Né è fondamentalmente questione di Iran. La Repubblica Islamica è solo il nemico del momento che, in quanto tratto d’unione geopolitico, serve a giustificare la smania e la presunzione di voler essere il cane da guardia del mondo. Semmai, il “biondone” è solo la punta dell’iceberg, scelto per portare avanti questa malsana e devastante abitudine.
L’Iran calza a pennello come nemico da aggredire perché, secondo la dottrina americana, ha la colpa di essere contrario a tale volontà egemonica, e per di più è anche ostile all’alleato nazi-sionista israeliano. Un nemico ideale anche se, come per l’Iraq di Saddam Hussein (che per carità, aveva le sue gravi colpe) non ha mai avuto armi di distruzione di massa. Ma non è mai stato questo il problema, se le prove non ci sono, si creano. Non importa se non pochi esponenti di servizi segreti, Pentagono, dipartimenti vari, affermano che l’Iran non costituiva alcuna minaccia diretta per Washington, basta il fatto che se gli Stati Uniti possiedono armi nucleari, devono essere i soli a possederle. Il che poi non è per niente vero, visto che le potenze nucleari attuali non sono solo loro, anche se le altre nemmeno si sognano di minacciarne concretamente l’utilizzo.

L’Iran è un perno fondamentale nell’egemonia del commercio del petrolio, domina uno dei tratti di mare più strategici e importanti del pianeta, lo Stretto di Hormuz, è l’anello di collegamento fra emisfero occidentale e orientale, ovvero l’elemento mancante che permetterebbe di estendere l’egemonia unilaterale e unipolare al pianeta.
La ossessione americana è tutta qui, e certo non è poco. A Washington, a Wall Street, e a Silicon Valley, sanno perfettamente che l’egemonia mondiale non sta “solo” nel controllare il commercio del petrolio e dei microprocessori, ma controllando i nodi logistici che ne permettono la circolazione. Lo Stretto di Hormuz è uno di questi, forse il più importante, che permette di manipolare il prezzo del greggio e del gas, e di tutte le merci in commercio fra Est e Ovest, sulle Borse di tutto il mondo, e di avere la massima influenza sull’andamento delle industrie più importanti (naturalmente quelle americane).
Si è ben visto, nel corso della storia, tutte le volte che gli Stati Uniti si sono prepotentemente imposti per quanto riguarda l’Iran, dai tempi dello Scià Reza Pahlavi, fino a eliminare personaggi giudicati “pericolosi” come Enrico Mattei, e non solo lui, perché rischiava di soffiare il controllo del petrolio iraniano alle ben note Sette Sorelle…e appunto agli anni Cinquanta risale la rivalità Washington-Teheran, quando l’Iran decise di rimodellare gli equilibri del commercio del petrolio, a livello mondiale.
In quegli anni, non a caso, gli Stati Uniti cominciarono a disseminare basi militari in tutto il Medio Oriente, come avamposti dell’impero e vera e propria espressione della cosiddetta strategia della presenza. La vera utilità delle basi, infatti, non è la difesa, e lo si sta vedendo in questi giorni, ma elementi basilari della pressione internazionale, della deterrenza, e dell’intervento in caso di emergenza, soprattutto per quanto riguarda l’Iran, basta osservarne la disposizione geografica. In questo senso, l’Iran è il tassello mancante alla chiusura del cerchio.

Ne deriva successivamente l’adozione della strategia della guerra permanente, in quanto gli Stati Uniti ritengono un proprio diritto acquisito il poter intervenire in ogni angolo del mondo che sia per loro importante a vario titolo, forti della convinzione già sperimentata, per altro con ben poco successo, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e in altre parti: “Siamo qui per restare”, e per impedire che i territori sotto osservazione e interesse non stringano rapporti troppo solidi con Cina e Russia, motivi non certo secondari nel caso dell’attuale conflitto contro l’Iran, e naturalmente con un occhio concentrato sull’Africa che, con Eurasia e Artico, sono le regioni dove si gioca il futuro del pianeta.
Un Iran stabile, ostile agli Stati Uniti e integrato nel sistema Mosca-Pechino-BRICS, rappresenta un fattore destabilizzante per l’egemonia americana e, in ragione di questo, il caso Iran non può essere considerato solo un affare medio-orientale.
La posta in gioco è estremamente importante, e una guerra troppo prolungata significa mettere sotto pressione tutti gli anelli della catena mondiale (compresa l’economia interna), legati al controllo del commercio di materie prime. In questo senso la guerra non è solo una questione militare, ma una leva decisiva per ridisegnare gerarchie fra potenze.
A parte lo stile sbruffonesco e strafottente del “biondo” presidente, Trump è solo una delle tante espressioni della continuità della strategia a stelle e strisce. Se i precedenti inquilini della Casa Bianca usavano un linguaggio più consono ed educato, il “biondo” Donald ha solo spogliato, messo a nudo e tolto orpelli e decorazioni a quello che è il vero scheletro delle intenzioni egemoniche americane.
Il problema è che questa visione produce una continua catena di devastanti conseguenze, spinge verso la militarizzazione del commercio, e moltiplica il rischio di crisi simultanee, che costringe gli Stati Uniti, e non solo, a un costante stato di mobilitazione, da cui ne derivano costi sempre crescenti e disordine sempre più difficile da tenere sotto controllo. Un sogno, anzi, un incubo durato anche troppo, che sta dando chiari segnali di non poter durare ancora a lungo…
