Il Medio Oriente sta attraversando un’ora crepuscolare in cui il confine tra l’obiettivo strategico e l’annientamento antropologico è ormai svanito del tutto. Non si può comprendere la portata del bombardamento avvenuto alle prime luci del 2 aprile 2026 contro il Ponte B1 di Karaj se lo si isola dalla sistematica demolizione dell’ossatura civile che sta colpendo l’intero Iran e le sue istituzioni più sacre. Quel ponte, che fino a poche ore fa svettava come la struttura più alta e imponente della regione, non era solo un’arteria autostradale di vitale importanza per collegare la capitale alle province occidentali, ma rappresentava l’ultimo sforzo di una nazione per proiettarsi verso una modernità infrastrutturale in grado di resistere all’isolamento. Vedere quella campata di cemento e acciaio, inaugurata solo all’inizio di quest’anno, crollare sotto il peso dei missili aria-superficie significa assistere alla distruzione fisica della possibilità di incontro e di scambio. Le conseguenze di questo atto di guerra vanno ben oltre il blocco dei rifornimenti o l’impennata del costo del petrolio e dei beni di prima necessità; questo è un attacco che mira a spezzare la colonna vertebrale logistica di un popolo, rendendo ogni spostamento un atto di eroismo o di disperazione. Ma la ferocia di questa fase del conflitto non si ferma al cemento, poiché mentre i radar e le cronache internazionali si concentrano sul fragore delle grandi infrastrutture che cadono, un silenzio complice e terrificante avvolge un massacro ancora più intimo e devastante che si sta consumando nelle aule scolastiche.
Non è un caso che, quasi in contemporanea con il sabotaggio del gigante di Karaj, la violenza abbia scelto di accanirsi contro chi, giorno dopo giorno, tenta di tenere in piedi le macerie morali del Paese: gli insegnanti. Tra il 31 marzo e il primo aprile, abbiamo assistito a una sequenza di esecuzioni mirate che non possono essere liquidate come semplici danni collaterali. Quando due o tre insegnanti vengono colpiti nelle loro abitazioni o tra i banchi di una scuola di periferia, come accaduto tragicamente nella provincia del Sistan e Baluchistan o nei sobborghi di Qom, non si sta colpendo un obiettivo militare, ma si sta cercando di estirpare la radice stessa del futuro. Se la strage di Minab di febbraio aveva scioccato il mondo per la sua magnitudo brutale, questa nuova tattica di colpire piccoli nuclei di docenti — figure che rappresentano l’ultima autorità civile e morale sul territorio — rivela un disegno ancora più oscuro. Si vuole privare la gioventù di una guida, trasformando il luogo della conoscenza in un territorio di caccia. Un insegnante che cade non è solo una vita che si spegne, è una cattedra che diventa un altare di martirio e una comunità che perde il proprio bussola. È un attacco alla sapienza che si salda perfettamente con l’attacco al Ponte B1: da un lato si impedisce ai corpi di muoversi e comunicare, dall’altro si impedisce alle menti di formarsi e resistere.
Questa morsa che stringe l’Iran in una morsa di fame, buio e ignoranza forzata minaccia di innescare una reazione a catena che non risparmierà nessuno dei paesi confinanti. La minaccia di Teheran di rispondere “occhio per occhio” colpendo le infrastrutture gemelle in Kuwait, Giordania o negli Emirati Arabi Uniti non è più una remota ipotesi diplomatica, ma una possibilità concreta che trasformerebbe l’intero Medio Oriente in un deserto di rovine fumanti, dove nessun ponte rimarrà in piedi per collegare ciò che la guerra ha diviso. Siamo di fronte a un’escalation che punta alla resa interna attraverso il terrore psicologico e materiale, dove la distruzione del ponte più grande e la morte di quegli insegnanti che ancora avevano il coraggio di spiegare la storia ai loro studenti sono i due volti della stessa medaglia nichilista. Non si può ricostruire un ponte se non si ha più una generazione in grado di progettarlo, e non si può formare una generazione se il mondo accetta con indifferenza che la scuola diventi l’ultima trincea di una guerra senza fine. L’umanità intera dovrebbe riflettere su questo baratro, perché quando cadono i ponti e muoiono i maestri, ciò che resta è solo una distesa di macerie su cui nessuna vittoria potrà mai essere celebrata.
