Roberto Roggero – Allo stato attuale del conflitto, e dopo oltre 5.600 attacchi alle proprie strutture (fra più di 4.420 droni e quasi 1.200 missili), il fronte dei Paesi arabi e delle monarchie del Golfo si divide al proprio interno sui futuri scenari della Regione: guerra, pace, dialogo, trattativa? È ormai assodati che l’Iran è un osso troppo duro da rodere, e sorprende che questo non fosse stato valutato anche prima del 28 febbraio 2026. Ora però i fatti sono oltremodo evidenti, e Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrain, Qatar, Gibuti, Giordania, Iraq e tutti gli altri Paesi dell’area si stanno interrogando sulla convenienza di sostenere ancora la guerra contro la Repubblica Islamica, mentre il Pakistan sta lavorando alacremente per cercare di portare i contendenti al tavolo dei negoziati, con reali possibilità di fermare il conflitto.
Il bilancio rivela la strategia d’attrito attuata da Teheran nei confronti dei vicini, anche quelli con cui ha avuto buoni rapporti, punendoli per la presenza delle basi americane dalle quali vengono sostenute le operazioni di aggressione, e sfrutta il momento per condizionare il traffico nello Stretto di Hormuz, per definire un nuovo sistema regionale dove l’Iran ha il ruolo predominante grazie all’arsenale e alla geografia.
A Riyadh, che inizialmente aveva negato l’utilizzo del proprio spazio aereo al “biondo” Donald, e poi non solo lo ha riaperto ma, secondo informazioni non ufficialmente verificate, avrebbe anche ventilato la possibilità di prendere parte attiva alla guerra, per presunte richieste del principe ereditario, Mohammed bin Salman, il quale avrebbe manifestato l’intenzione di rompere i già delicatissimi rapporti con Teheran dopo la riapertura delle relazioni bilaterali, per avere il ruolo di potenza regionale, soprattutto dal punto di vista commerciale.
Altrettanto decisa la posizione degli Emirati Arabi, che hanno ufficialmente denunciato e condannato il “tradimento” da parte dell’Iran, come confermato da Anwar Gargash, consigliere del presidente Mohammed Al-Zayed, accusando l’Iran di aver ingannato i vicini, e quindi ora minaccia da sventare. Arabia Saudita ed Emirati temono che una eventuale tregua favorisca Teheran, e si mostrano ancora più convinti dopo aver tenuto testa all’asse Israele-Stati Uniti.
I leader sauditi ed emiratini sono ben coscienti che un intervento diretto significa esporre i propri Paesi ad attacchi ancora più massici da parte iraniana, con enormi pericoli per le fondamentali infrastrutture energetiche, oltre al rischio costituito dagli Houthi dello Yemen, che aprirebbero contro di loro un altrettanto pericoloso fronte meridionale, fronte che si è rivelato molto temibile in passato.
Anche il Bahrain si accoda a sauditi ed emiratini, con tre importanti questioni: esposizione alle ripercussioni iraniane, rischio di sommosse interne, e popolazione a netta maggioranza sciita
Oman, Qatar, Kuwait e Iraq pare la pensino diversamente, e sono orientati verso la totale neutralità e la aperta opposizione al conflitto, sempre per il pericolo di subire ripercussioni, a danno della popolazione e della propria infrastruttura e quindi economia.
Il Sultano dell’Oman, Haytham bin Tariq Al-Said, ha emesso un comunicato nel quale si legge che sono in corso indagini ufficiali per chiarire le responsabilità dell’attacco al polo marittimo di Salalah, il che significa avere preso in debita considerazione la versione di Teheran che nega ogni coinvolgimento, sebbene la Guardia della Rivoluzione Islamica abbia comunque ammesso di avere preso di mira una nave appoggio della US-Navy in acque non troppo distanti dalle coste del Sultanato, ben noto per le posizioni al di sopra delle parti, e per gli incessanti sforzi di mediazione contro una escalation regionale.
Il Qatar, noto per ospitare importanti strutture di comando americane, ha già subito diverse incursioni, anche da parte israeliana, quando è stato bombardato da missili il luogo dove so stavano tenendo i negoziati con i vertici di Hamas per quanto riguarda Gaza, e già obiettivo della risposta iraniana nell’attuale guerra.
Le decisioni che prenderanno i leader di questi Paesi potrebbero capovolgere i delicati equilibri strategici di tutta l’area interessata al conflitto in corso, mentre l’Europa rimane affacciata alla finestra, e la Turchia, cosciente che potrebbe essere il prossimo obiettivo dello stato nazi-sionista israeliano, è sempre più orientato a ottenere rapporti più solidi con l’Iran. Per Israele e Stati Uniti, un ulteriore consolidamento di un’alleanza fra Ankara e Teheran sarebbe davvero un blocco granitico e ostacolo più insormontabile di quanto sia già adesso la sola Teheran, con alle spalle il supporto di Russia e Cina.
