Nei teatri di guerra contemporanei, la distruzione non si misura più solo in chilometri quadrati o edifici abbattuti, ma nella violazione degli elementi primordiali che rendono possibile la vita: l’aria e l’acqua. Quando le infrastrutture idriche vengono colpite e l’atmosfera si satura di residui bellici tossici, la medicina smette di essere una pratica di cura per diventare una forma di resistenza biologica. Proteggere queste risorse, oltre che un dovere umanitario, rappresenta una necessità strategica per garantire la sopravvivenza stessa delle popolazioni e l’integrità dei territori per le generazioni a venire.
Di questo equilibrio precario tra geopolitica e salute abbiamo parlato con il Dottor Zahran Khalati, medico di riferimento per la classe diplomatica araba e testimone diretto delle trasformazioni che hanno segnato l’asse Iraq-Iran negli ultimi decenni. La sua autorevolezza lo ha portato a essere tra i protagonisti d’eccezione di ACQUAPACIS – Golden Water Awards for Peace 2026, l’evento internazionale tenutosi all’Ara Pacis di Roma il 22 marzo. Invitato ufficialmente dall’Associazione Dance for Water attraverso il Rappresentante di Pace delle Nazioni Unite, Fabio Varrone, e supportato dal coordinamento tecnico di Jean Charles Gomis, il Dottor Khalati ha presentato la relazione magistrale “L’Architettura dell’Invisibile”.
Zahran Khalati, medico iracheno giunto in Italia per sfuggire all’orrore e ricostruirsi una vita d’eccellenza, porta con sé la memoria della Prima Guerra del Golfo (1990-1991) e del lungo decennio di sanzioni culminato nell’invasione del 2003. In quegli anni, l’Iraq ha subito la distruzione sistematica delle infrastrutture idriche ed elettriche, trasformando la ricerca di un sorso d’acqua in un atto di sopravvivenza estrema. Oggi, mentre i venti di guerra soffiano prepotenti verso l’Iran, le sue parole risuonano come un monito: la distruzione degli ecosistemi in un teatro bellico non è un “danno collaterale”, ma una ferita inferta al cuore stesso della civiltà. In questa intervista esclusiva, scopriamo il valore strategico dell’acqua come “primo farmaco” e il rischio medico invisibile che si nasconde nell’aria dei conflitti moderni.
Intervista al Dottor Zahran Khalati: L’Acqua come Diritto Umano nei Teatri di Guerra
Zahran, tu hai vissuto l’Iraq delle guerre e delle sanzioni prima di integrarti con successo in Italia. Nel tuo intervento a Roma hai parlato dell’acqua come “prima casa” dell’uomo. Cosa significa veder violata questa “casa” durante un conflitto?
«Significa assistere alla negazione della dignità umana. In Iraq, abbiamo imparato sulla nostra pelle che la guerra non finisce con il cessate il fuoco. Quando le bombe colpiscono le centrali elettriche e i depuratori, l’acqua smette di scorrere. Senza acqua pulita, gli ospedali diventano luoghi di disperazione e le malattie infettive uccidono più dei proiettili. Per me, vedere l’acqua contaminata o negata è stato come vedere la vita stessa messa sotto assedio. In Italia ho trovato la pace e la possibilità di esercitare la mia professione, ma non dimentico che l’acqua è il primo farmaco di cui ogni popolo ha bisogno.»
Oggi si parla di un possibile allargamento del conflitto verso l’Iran, con proporzioni che molti analisti paragonano, aggravandole, a quanto accaduto in Iraq. Qual è il rischio ambientale e umano di una simile escalation?
«Il rischio è incalcolabile. Come è successo in Iraq, un attacco su vasta scala distruggerebbe millenni di equilibrio idrico in una regione già arida. L’Iran ha una geografia complessa e fragile; colpire quelle terre significa avvelenare l’aria e rendere l’acqua inutilizzabile per generazioni. La guerra moderna non uccide solo i soldati, uccide il futuro del suolo e dell’aria. È un crimine contro l’ecosistema che non conosce confini nazionali.»

L’acqua è “la forza motrice di vita”, come si trasforma il ruolo del medico in un teatro di guerra dove manca l’essenziale?
«Il medico diventa un testimone impotente se non ha acqua. Non puoi operare, non puoi igienizzare, non puoi idratare i bambini. In Iraq, durante le sanzioni, mancava tutto: dai medicinali ai pezzi di ricambio per le condutture. Abbiamo dovuto curare con il nulla. Ecco perché oggi, in un contesto come Acquapacis, ribadisco che la tutela delle risorse idriche è la prima forma di prevenzione medica. La pace non è solo assenza di bombe, è la garanzia che ogni essere umano possa bere senza aver paura di morire.»
Tu sei un esempio di integrazione riuscita. Quale messaggio vuoi dare a chi oggi vive sotto la minaccia dei bombardamenti o a chi, come te allora, deve lasciare la propria terra?
«L’integrazione è un percorso di scambio. Io ho portato la mia esperienza e la mia cultura in Italia, e l’Italia mi ha dato la possibilità di rinascere. Ma nessuno dovrebbe essere costretto a fuggire perché la sua acqua è stata avvelenata o la sua casa distrutta. Il mio messaggio è rivolto ai potenti: fermatevi. La distruzione degli ecosistemi in guerra, che sia in Iraq ieri o in Iran domani, è un suicidio collettivo. Dobbiamo proteggere l’aria e l’acqua perché sono gli unici beni che non hanno passaporto e appartengono a tutti noi.»

Hai richiamato l’attenzione sulla protezione dell’aria. In scenari come il Libano o le zone di confine dell’Iran, oggi si vola e si colpisce con droni e armi come il fosforo bianco. Qual è l’impatto medico di questa “aria di guerra” sulla popolazione innocente?
«Il pericolo dell’aria è subdolo perché è invisibile. Quando esplodono ordigni o cadono droni, non c’è solo l’impatto immediato; si solleva una coltre di polveri tossiche e metalli pesanti che resta nell’atmosfera. In Libano, l’uso del fosforo bianco è un atto di crudeltà ambientale: causa ustioni chimiche che penetrano fino alle ossa, ma il vero dramma per un medico è l’inalazione dei suoi vapori, che danneggiano i polmoni e gli organi interni in modo irreversibile. In Iran, la minaccia di colpire siti industriali o militari significa saturare l’aria di residui bellici che i civili respirano ogni giorno. L’aria non ha confini: quello che viene rilasciato lì, viaggia con il vento e avvelena la vita a chilometri di distanza.»
Si parla con preoccupazione di bombardamenti che sfiorano le centrali nucleari. Come medico che ha visto gli effetti dell’uranio impoverito in Iraq, quale allarme ti senti di lanciare riguardo alla sicurezza dell’aria in questi contesti?
«Il rischio è incalcolabile. Avvicinarsi alle centrali nucleari con le armi è una follia. Anche senza un’esplosione nucleare diretta, il solo danneggiamento delle strutture di contenimento o dei sistemi di raffreddamento può rilasciare isotopi nell’aria. Noi in Iraq abbiamo visto un’impennata di leucemie e malformazioni neonatali dovute alla contaminazione ambientale post-conflitto. Se oggi venisse compromessa l’integrità dell’aria attorno ai siti nucleari iraniani, il costo medico sarebbe una catastrofe generazionale. La medicina non può curare un’aria radioattiva; la prevenzione resta l’unica medicina possibile, e questa prevenzione si chiama diplomazia e pace. Non vogliamo che si ripeta la tragedia delle guerre in Iraq, gli iraniani sono nostri fratelli e la tutela della loro salute, della salute di civili, donne e soprattutto bambini è prioritaria.»

In un mondo che tu auspichi multipolare e multilaterale, come dovrebbe cambiare la gestione della sicurezza ambientale nei conflitti per evitare queste uccisioni di innocenti?
«Dobbiamo capire che la sovranità di un popolo risiede nella salute della sua terra, della sua acqua e della sua aria. Un mondo multipolare non deve significare solo equilibrio di potere, ma equilibrio di responsabilità verso la biosfera. Non si può pensare di colpire “chirurgicamente” un nemico senza distruggere l’aria di tutti. Come medici, dobbiamo esigere che l’ambiente sia considerato zona neutrale e sacra. Proteggere l’aria dai fumi tossici dei bombardamenti e dai droni significa proteggere il respiro del mondo. Solo se ogni polo riconosce che l’aria dell’altro è la propria, potremo smettere di avvelenare il nostro futuro comune.»
Tu descrivi il Tigri e l’Eufrate come i custodi silenziosi della storia. Guardando a quella “terra tra i due fiumi”, cosa possiamo imparare oggi dalla bellezza dell’antica civiltà mesopotamica, la culla di tutto ciò che siamo?

«La Mesopotamia non è stata solo un luogo geografico, ma l’esperimento più riuscito di simbiosi tra uomo e acqua. La bellezza di quella civiltà risiedeva nella sua capacità di trasformare il fango e il flusso dei fiumi in architettura, scrittura e legge. Pensiamo ai giardini pensili o alla maestosità di Babilonia: erano celebrazioni dell’ordine contro il caos, dove l’ingegneria idraulica era un’arte sacra. Oggi, riscoprire quella bellezza significa capire che il progresso non deve necessariamente distruggere la natura, ma può fluire insieme ad essa. La Mesopotamia ci insegna che quando l’uomo rispetta il fiume, la civiltà fiorisce; quando lo trascura o lo avvelena, la civiltà svanisce nella polvere.»
Hai citato anche il Tigri come il fiume “interno”, più vicino al confine con l’Iran. Questo ci porta alla civiltà Persiana, un’altra colonna portante della bellezza e della sapienza orientale. Cosa unisce queste due eredità nel tuo concetto di “Geometria della Pace”?
«L’eredità Persiana è straordinaria per la sua ricerca di armonia e precisione. Se la Mesopotamia è la forza della terra e del fiume, la Persia è l’eleganza del giardino e della gestione sapiente delle risorse invisibili. Gli antichi persiani inventarono i qanat, canali sotterranei che portavano l’acqua per chilometri senza sprecarne una goccia, sfidando il deserto. C’è una bellezza poetica in questo: l’idea che l’acqua debba essere protetta dal sole per rimanere pura. Questa “Geometria della Pace” è l’unione tra l’ingegno mesopotamico e la raffinatezza persiana: due mondi che hanno dialogato per millenni attraverso l’acqua. Proteggere oggi l’Iran e l’Iraq significa proteggere i due polmoni di una sapienza antica che ha ancora molto da insegnare all’Occidente sulla sostenibilità e sul sacro valore dell’ambiente.»
Nei tuoi viaggi, dal Libano al Tevere di Roma, sembri cercare un filo rosso che unisca queste civiltà. È l’acqua la lingua comune di questa bellezza universale?
«Assolutamente sì. Il Tevere a Roma è stato testimone di una civiltà che, come quella mesopotamica, ha fatto dell’ingegneria idraulica un atto di pace e stabilità. Ma c’è una differenza: gli antichi sentivano la “divinità” del fiume. Nei miei viaggi in Libano, tra le sorgenti montane, ho visto la stessa lotta per la purezza che vedevo nell’Eufrate. La bellezza che cerco è quella di un mondo multipolare dove le diverse identità — quella romana, quella mesopotamica, quella persiana — si riconoscono nello stesso specchio d’acqua. Se distruggiamo i fiumi della Mesopotamia o avveleniamo le terre della Persia, stiamo bruciando i libri originali della nostra storia. La pace inizia quando riconosciamo che l’acqua dell’altro è antica e preziosa quanto la nostra.»
L’appello del Dottor Khalati è una diagnosi medica, ma anche una chiamata alle armi della consapevolezza. Mentre le mappe geopolitiche vengono ridisegnate, la vera sfida resta quella di preservare l’integrità del “bio-computer” umano, minacciato da droni e contaminazioni invisibili. Come ci ricorda Zahran, citando la conclusione della sua relazione all’Ara Pacis:
«La Pace inizia da una molecola d’acqua ordinata».

Proteggere quella molecola, che sia nel Tigri o nel Tevere, è l’unico modo per permettere all’umanità di continuare a scrivere la propria storia.









