Ro. Ro. – Ieri, 25 marzo, è tornata la tensione sui mercati finanziari dopo un brutto inizio di settimana, e proseguito bene dopo che il “biondo” Donald aveva rivelato negoziati con l’Iran e quasi fatto intendere che un accordo fosse vicino. Per questo aveva concesso una sospensione dell’aggressione per cinque giorni. Da Teheran è arrivata l’immediata smentita e le forze armate hanno confermato l’intenzione di combattere fino alla vittoria finale. Toni così estremi da far presagire il peggio anche sul piano economico, visto che lo Stretto di Hormuz resta in parte bloccato dalla fine di febbraio.
Se i negoziati entro la fine di questa settimana non esiteranno alcun risultato positivo, Donald “il biondone” ha avvertito che passerà ad un livello più alto di attacco, contro le infrastrutture energetiche dell’Iran, arrivando a colpire anche la raffineria sull’isola di Kharg, che da sola tratta il 90% del greggio estratto in Iran. Una mossa che equivarrebbe a privare gli iraniani forse per decenni di un impianto fondamentale per la loro industria petrolifera e, quindi, per l’economia nazionale e non solo: sarebbe un colpo che la Cina non potrebbe tollerare, visto che Pechino è l’acquirente numero uno di petrolio iraniano.
Washington chiede, anzi, pretende che lo Stretto di Hormuz venga aperto al traffico. Dal canto suo, la Guardia della Rivoluzione Islamica ha ben capito che Hormuz è un asso nella manica. Uno scenario da “chicken game” (gioco del pollo), che consiste nelle opzioni a disposizione delle due parti. Una delle parti può andare fino in fondo, virare oppure forse frenare? Se le parti in lotta decidono di andare dritte, si rischia una collisione devastante, ma se almeno una rallenta o frena, farebbe la figura del debole, anche se si salvano tutte. Quindi chi farà il primo passo, in un senso o nell’altro?

L’Iran ha due opzioni: accettare i negoziati (ben poco realistico) o proseguire con il blocco di Hormuz. La prima mossa può apparire sintomo di debolezza, mentre la seconda di forza, ma quest’ultima può portare alla rovina entrambe le parti, perché bloccando Hormuz a tempo indeterminato, lo stesso Iran incontrerebbe non pochi problemi nelle esportazioni di petrolio. Inoltre, rischia la distruzione dell’impianto su Kharg, comunque con gravissime conseguenze a lungo termine a livello globale, visto che gli Stati Uniti subirebbero il contraccolpo del caro energia e gli esportatori del Golfo perderebbero una montagna di miliardi di dollari dalle mancate esportazioni.
Qual è la soluzione più razionale? La speranza è che anche la parte avversa possa compiere una virata, così da non fare brutta figura? Iran e Stati Uniti sono in questa situazione. Stanno accelerando l’una contro l’altra per testare il livello di resistenza.
Da parte sua, Teheran non teme di perdere il consenso anche nel pieno di una crisi economica e di una guerra con pesanti danni materiali e umani, cosa che il “biondo” Donald non permettersi, specialmente in vista delle elezioni di medio termine a novembre, ma anche se Washington ha le proprie carte da giocare, a nessuna delle parti conviene superare certi limiti, ed entrambe stanno valutando calcoli, per spingersi fin dove è possibile. I negoziati di cui ha parlato il “biondone”, e che Teheran ha negato, probabilmente stanno realmente avvenendo, ma che cosa potrebbe accadere?
Teheran ha tutta la convenienza a tenere Hormuz bloccato (a parte il fatto che ne avrà sempre e comunque il controllo), per mettere pressione e chiudere la guerra, anche eventualmente facendo concessioni rispetto a uno scenario in cui il tempo giocherebbe a favore. Intanto, anche gli iraniani vogliono certo evitare il peggio arrivando a un accordo, per quanto non necessariamente di lungo periodo, per tenere operativi gli impianti energetici e le altre infrastrutture vitali per l’economia.
