Roberto Roggero – Da una parte parla di “colloqui produttivi”, dall’altra fa affluire truppe da diverse basi americane nel mondo, come i Marines del 31° Reparto Speciale da Okinawa o la Forza di Intervento Rapido della 82a Divisione Aerotrasportata, che saranno schierate entro tre giorni. A che gioco sta giocando Donald il “biondone”? E secondo la sua distorta visione della realtà, si apetta forse che l’Iran rimanga a guardare senza premunirsi contro eventuali azioni di terra?
In effetti, sono presupposti che non fanno certo pensare a una de-escalation… eppure il “biondo” Donald continua a propagandare l’intenzione di arrivare a una soluzione, che in ogni caso sarà sul modello “Board of Peace” o qualcosa di simile, che per Teheran sarà inaccettabile, e a tale scopo, calcolando il rifiuto iraniano, il “biondo” presidente sta sfruttando il tempo a disposizione, per riattivare l’aggressione con più forza.
Rimane un punto di riflessione: i progetti della Casa Bianca si stanno scontrando con le valutazioni del Pentagono, che sta valutando attentamente probabilità e costi, già a livelli poco sostenibili.
Secondo fonti dirette, senza troppa pubblicità il Pentagono starebbe già considerando un graduale disimpegno, e la scelta andrebbe di conseguenza a influenzare anche l’attività dell’alleato nazi-sionista israeliano

Tempi e ritmi del conflitto sono rallentati dalla metà di marzo, ovvero da un paio di settimane circa, e smentiscono le affermazioni secondo cui gli Stati Uniti e Israele manterrebbero intatta l’intensità delle operazioni, a eccezione della ventilata possibilità di un’azione di terra. Nonostante questo, il criminale assassino Netanyahu e lo stesso “biondo” presidente hanno voluto precisare che la battaglia continuerà con maggior vigore se Teheran dovesse rifiutare le proposte. E visti gli esiti dei precedenti colloqui, è molto probabile che ciò accadrà. Insomma, ha tutto il sapore di un tentativo per guadagnare tempo e riarmarsi per la continuazione della guerra.
Dal 28 febbraio, inizio dell’aggressione, la dinamica del conflitto ha avuto caratteristiche diverse: nei primi giorni, Israele e Stati Uniti hanno sganciato sull’Iran oltre mille ordigni al giorno su altrettanti obiettivi, un ritmo che difficilmente è possibile mantenere a lungo, soprattutto per il continuo utilizzo di aerei e apparecchiature offensive e la conseguente usura di uomini e mezzi. Già dopo pochi giorni il ritmo delle operazioni ha iniziato a diminuire. Un calo evidentemente sempre più evidente nella prima metà di marzo, quando le missioni di bombardamento sono calate da mille a 250 al giorno, soprattutto per gli americani e, mentre Israele continua a diffondere aggiornamenti, gli Stati Uniti hanno ridotto il numero di comunicazioni ufficiali con il proseguire del conflitto.
Una delle ragioni per cui la guerra rallenta è semplicemente che Stati Uniti e Israele stanno esaurendo gli obiettivi. Anche perché non intendono, e non possono, colpire dal cielo l’intero apparato militare iraniano, composto da circa mezzo milione di uomini, né le forze dei Basij, che contano uno-due milioni di combattenti. Naturalmente gli aggressori si sono anche accorti che la Repubblica Islamica è perfettamente in grado di reggere il colpo e anzi, di controbattere sempre più vigorosamente.

Esistono poi altri motivi, sia di tipo strategico che economico, primo fra tutti la questione fondamentale dello Stretto di Hormuz. A meno che il “biondo” Donald non decida di avviare operazioni terrestri, scelta opzione per la quale attualmente non dispone delle forze necessarie, dato che le truppe americane in arrivo nella regione sono troppo limitate per controllare più di un’area ristretta come l’isola di Kharg, Stati Uniti e Israele rischiano di non avere più obiettivi rilevanti da colpire. Donald “il biondone” potrebbe prolungare la guerra per alcune settimane, con operazioni collaterali come un assalto all’isola di Kharg e forse allo Stretto di Hormuz, ma la fase di bombardamenti su larga scala è praticamente conclusa, considerando anche le perdite, pur leggere: l’Irna on ha perso nemmeno un aereo, Stati Uniti e Israele hanno perso quattro velivoli.
Elemento determinante è poi la crisi economica in atto in casa Trump, che ricorda quella degli anni ’90 con la guerra in Iraq, quando la Borsa subì un calo del 14% circa. Uno dei peggiori errori delle guerre in Iraq e Afghanistan fu il tentativo americano di rifondare le società di quei Paesi. In questa guerra, nonostante alcune oscillazioni retoriche di Trump, l’obiettivo è chiaro: l’Iran non deve possedere armi nucleari.
George W. Bush ebbe scarso sostegno dai Paesi arabi durante l’invasione dell’Iraq del 2003 e nel periodo successivo. Oggi, invece, il leader de facto dell’Arabia Saudita, principe ereditario Mohammed bin Salman, ha esortato Washington a proseguire la guerra contro l’Iran, sostenendo che rappresenta una storica opportunità per ridisegnare il Medio Oriente.
Dietro la de-escalation in corso da parte del Pentagono, c’è una logica economica stringente. Nella dottrina strategica dei generali americani, le forze armate devono essere in grado di combattere più di una guerra simultaneamente. In termini concreti, se la Cina dovesse muoversi contro Taiwan in questo periodo, il Pentagono non vorrebbe avere consumato troppe riserve e concentrato troppe risorse nel Golfo, lasciando scoperto lo scacchiere dell’Estremo Oriente e le ricadute negative nella crisi ucraina, dove i rifornimenti scarseggiano proprio a causa delle necessità e priorità nel Golfo. Le ragioni del Pentagono, quindi, sono diverse ma altrettanto prioritarie di quelle di Donald “il biondone”.
