epa11829072 Israeli far-right Minister of National Security, Itamar Ben-Gvir, delivering a statement to the media, at his ministry headquarters in Jerusalem, 16 January 2025. Ben-Gvir said he would quit the government if Israel's cabinet approved the Israel-Hamas ceasefire and hostage-release deal. EPA/ATEF SAFADI
Roberto Roggero – Lunedi 23 marzo, il governo nazi-sionista israeliano ha tenuto una riunione con i vertici militari della IDF, per fare il punto sulla guerra di aggressione non solo alla Repubblica Islamica dell’Iran, ma anche ai territori che dovrebbero far parte del Grande Israele, secondo la distorta e anacronistica visione sionista.
La guerra cominciata con la Palestina, e oggi portata all’Iran, farebbe parte del piano di Dio, e il “biondo” Donald sarebbe lo strumento divino per provocare quell’Armageddon necessario a ridisegnare una Regione mediorientale sotto il controllo di Tel Aviv.
L’intervento in Iran coinciderebbe con la battaglia finale che avrà come esito il ritorno di Cristo.
Purtroppo non è una finzione. I fanatici assassini del governo israeliano lo pensano veramente, e non ha caso trovano l’approvazione del generale Pete Hegseth, capo del Pentagono a sua volta imbevuto di fanatismo pseudo-religioso. L’attuale scontro con l’Iran prefigura in modo sorprendente questa paradossale “crociata”. Paesi e circostanze specifiche stanno convergendo a velocità sempre maggiore.
Questa visione apocalittica è diventata il motivo ispiratore della altrettanto paradossale escatologia sionista, ed è questo pensiero che sta plasmando la politica israeliana e, di conseguenza americana, per arrivare a realizzare il Grande Israele dal Nilo all’Eufrate, come anche la guerra all’Iran, intervento divino che accelererà l’era della redenzione.

È quanto meno “bizzarro”, anche se non sorprende, che i media mainstream si accaniscano a criticare la teocrazia iraniana, ignorando volutamente il fondamentalismo e il fanatismo pseudo-religioso della lobby sionista-americana AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) che gli ha portato guerra in casa. Lo stesso segretario di Stato, Marco Rubio, ha dichiarato al Dipartimento di Stato, che gli Stati Uniti stanno conducendo una guerra per procura per conto di Israele.
Un concetto che però si scontra, nell’evidenza, con la realtà dei fatti, perché di certo non sta andando come si auguravano i criminali israeliani e i generali americani che portano le stellette anche su mutande e pigiama.
I progetti del “biondo” Donald stanno sfociando in strategie estremamente pericolose, ipotizzando addirittura operazioni di terra e dichiarando che gli Stati Uniti sono abbastanza forti da poter continuare questa guerra “sine die”, grazie alla produzione di armamenti e alla disponibilità di migliaia di miliardi di dollari. Una guerra che, in campagna elettorale, aveva garantito di evitare, per dedicarsi al risollevamento dell’economia nazionale in estrema difficoltà. Inutile sottolineare il tradimento delle promesse, che ha fatto infuriare i sostenitori.
Un’operazione di terra in Iran è un’ipotesi fin troppo fantasiosa, ciò non vuol dire che Donald “il biondone” non sia disposto ad avviarla. È però un progetto che, specie nel caso dell’Iran, non è possibile imbastire e realizzare in pochi giorni, perché occorre prima ammassare forze sufficienti, con adeguato apparato logistico. Le forze iraniane, che combatterebbero in casa propria, infliggerebbero perdite insostenibili, e di certo non stanno ad aspettare una simile eventualità. A tale scopo è probabile che il Pentagono abbia organizzato, e sia pronta a sostenere, anche una sollevazione nelle regioni settentrionali, cioè in Kurdistan, e non a caso si sono verificate incursioni e bombardamenti di precisione sul confine interno fra Iran e Kurdistan.
Informazioni non ufficialmente accertate, ma degne di considerazione, parlano di incontri fra emissari americani e i leader delle maggiori fazioni curde, considerando poi che il Kurdistan iracheno è usato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, perché insiste sulle regioni iraniane con una forte presenza curda, di cui alimentano il separatismo, anche spingendo sugli ex miliziani dello Stato Islamico, fuggiti in circa 20mila da un capo di prigionia siriano, pochi giorni prima del 28 febbraio, inizio dell’aggressione all’Iran, e anche sui curdi siriani, pur con le ambiguità del caso (il presidente Ahmad al-Sharaa ha incontrato sia il “biondo” Donald che Putin). Di fatto, Washington ha comunque preso coscienza che al momento il cambio di governo a Teheran, che era convinta di mettere a segno, non ha alcuna possibilità.

Era tuttavia ovvio, perfino banale, da prima che iniziasse l’aggressione, come è banale anche il pretesto. Non solo le inesistenti armi di distruzioni di massa, come fu per l’Iraq, nel caso dell’Iran è la bomba atomica, e relativa falsa propaganda, concretizzata nei falsi rapporti dello US-Saban Center for Middle East Policy del 2009 titolato: “Quale percorso verso l’Iran? Opzioni per una nuova strategia americana nei confronti della Repubblica Islamica”. Il dossier cita testualmente: “Il modo migliore per minimizzare il biasimo internazionale e massimizzare il sostegno, è colpire solo quando si sia diffusa la convinzione che agli iraniani sia stata fatta un’offerta superba e l’abbiano rifiutata, un’offerta così vantaggiosa che solo un regime determinato a sviluppare armi nucleari rifiuterebbe. In tali circostanze, gli Stati Uniti (e Israele) potrebbero spiegare le loro operazioni come intraprese a malincuore perché non c’era altra scelta, e non per rabbia o vendetta. Almeno buona parte della comunità internazionale sarebbe convinta che gli iraniani se la sono cercata, rifiutando un ottimo accordo alle trattative per la questione nucleare.
Di certo, inseguire le stralunate e contraddittorie dichiarazioni di Donald “il biondone” è sinceramente un esercizio mentale di notevole impegno, e comunque i dati reali certamente confermano che gli USA hanno armamenti in abbondanza, anche se meno di quanto ostenti il “biondo”. A risentirne direttamente è prima di tutto lo stato nazi-sionista di Israele, che rimane scoperto nelle difese antimissile.
Sullo sfondo, un Occidente che, da una parte, si ostina a minimizzare i rischi, e dall’altra inventa pericoli inesistenti, strumentalizzando le dichiarazioni dei vari leader, soprattutto russi.
Dmitrij Medvedev, il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, ha dichiarato: “L’attacco all’Iran tecnicamente non ha dato inizio a una guerra mondiale, ma se Trump continua la sua folle corsa verso un criminale cambio di regime, senza dubbio avrà inizio. E qualsiasi evento potrebbe diventare un fattore scatenante”. L’organo di stampa Ria Novosti è più esplicito: “Iniziando questa guerra, il presidente americano ha commesso un suicidio politico, dal momento che la tanto celebrata guerra-lampo non è riuscita, né poteva riuscire. D’altra parte, una guerra prolungata, al di là dell’esito, trascinerà in una spirale devastante chi ha aperto il vaso di Pandora. Trump ha perso la guerra in Iran nel momento stesso in cui l’ha iniziata, abbandonando completamente principi e obiettivi, e danneggiato gli interessi americani. Adesso è importante cercare di assicurarci che la sua sconfitta non si trasformi in una sconfitta per tutti”.

Dal 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno riversato sull’Iran una impressionante quantità di fuoco, sia per fiaccare la struttura militare e le capacità di risposta (che sono comunque rimaste praticamente intatte), sia per decapitare i vertici della Repubblica Islamica, ma agendo senza una chiara strategia. Lo confermano lo stesso “biondo” Donald, e Marco Rubio, segretario di Stato, in apparente contraddizione tra di loro: “Un regime iraniano armato di missili a lungo raggio e armi nucleari rappresenterebbe una minaccia intollerabile per il Medio Oriente, ma anche per il popolo americano”, ha detto Trump, mentre Rubio ha indicato nell’assalto israeliano il movente che ha spinto gli Stati Uniti a rompere gli indugi. In sostanza: la strategia la sta facendo Tel Aviv, non Washington, che si trova a divergere nei fini e nelle opportunità di questa guerra.
L’Iran è stato colpito, ferito nelle proprie infrastrutture, ha subito l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, ma è tutt’altro che sull’orlo della sconfitta, come va dichiarando il “biondo” Donald, costringendo l’aggressore a espandere l’intervento, coinvolgendo gli alleati regionali colpiti dalla risposta iraniana.
Washington ha sbagliato i calcoli, a cominciare dalla valutazione strategica sull’esito dell’attacco. Si sta verificando quanto analizzato di fronte all’ipotesi di un assalto americano all’Iran durante le proteste di gennaio, quando i media mainstream evidenziavano la differenza dell’Iran rispetto a Stati come Libia, Siria o Venezuela. Da decenni Teheran stava strutturando la propria strategia, per prepararsi allo scontro con Paesi come Israele e Stati Uniti.
C’è poi il paradosso che vede gli Stati Uniti creare le condizioni per accelerare il conflitto, poiché il “biondo” Donald, con i minacciosi avvertimenti sul fatto che il tempo stava per scadere, e il dispiegamento di una “invincibile armata” nelle acque di fronte all’Iran, abbia creato l’immagine di una crisi a miccia corta, quando l’unica crisi è stata creata da lui stesso.
Gli ha fatto eco Marco Rubio, che a modo suo ha confermato, ma c’è da notare che non c’era alcuna indicazione di una imminente azione preventiva iraniana, nemmeno in risposta alle minacce degli Stati Uniti. Ora il “biondone” rischia un pesante contraccolpo su più fronti: congressuale, economico ed elettorale, tanto da rischiare la presidenza.

Il “biondone”, spinto dalla lobby sionista americana AIPAC, ha seguito i criminali sionisti del governo israeliano, che mirano a un collasso sistemico dell’Iran, non solo istituzionale, che però è totalmente contrario alla funzionalità operativa americana per il Medio Oriente ed è manifestazione evidente della scarsa lungimiranza di Washington. Anche tenendo in considerazione l’ipotesi che gli Stati Uniti volessero colpire Teheran per colpire Pechino, il calcolo risulta comunque troppo oltre ogni ipotizzabile margine di rischio. Senza strategia, il vantaggio tattico non è più sufficiente. Né più sufficiente la narrazione del “biondo” presidente sulle “infinite scorte” di armamenti e munizioni e sulle annientate difese iraniane.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che la difesa a mosaico serve proprio a impedire tutto questo, e ha confermato che gli aggressori stanno utilizzando le munizioni più velocemente di quanto riescano a rimpiazzarle.
Nella speranza di risollevare l’esito degli scontri, il “biondo” Donald si attacca unghie e denti a tutto il possibile, per racimolare altri miliardi di dollari che gli consentano di continuare la guerra, studiando come mettere le mani anche sulle circa cento aziende private che gestiscono i satelliti da ricognizione, con un volume di affari che supera i 7 miliardi di dollari all’anno, in particolare gestito da quattro marchi principali, BlackSky Technology, Maxar Intelligence, Spire Global e Planet Labs, che da soli controllano circa 350 satelliti, e i cui principali guadagni provengono da contratti con Dipartimento della Difesa e Pentagono. No a caso il 28 febbraio Planet Labs ha imposto un ritardo di 96 ore sull’accesso pubblico alle immagini dell’intero teatro di guerra iraniano, portandolo poi a 14 giorni dal 10 marzo, sostenendo che si sia trattato di una decisione autonoma dopo, aver consultato esperti militari e intelligence.
Non basta quindi nascondere le informazioni, bisogna anche controllare il linguaggio con cui la comunità internazionale viene informata. Una direttiva emessa dallo Studio Ovale raccomanda di evitare linguaggi che implichino una valutazione dei danni da battaglia (BDA) o conclusioni operative, quindi vietate frasi come “Obiettivo distrutto”, o “Struttura annientata”.
Dallo stato nazi-sionista israeliano, arriva una censura e un controllo ancora più rigidi. I giornalisti (sia locali che internazionali) non possono pubblicare la posizione degli impatti dei missili iraniani, e non possono mostrare immagini o video che rivelino dove e quanto danno sia stato inflitto, ogni notizia sugli obiettivi colpiti in Israele, e sulla strategia di guerra in genere, deve essere sottoposta alla approvazione della censura militare, che inibisce la pubblicazione di documenti video o immagini dei fallimenti israeliani, per far sembrare che si stia colpendo a fondo l’Iran, e che l’Iran stia infliggendo danni trascurabili.
Il vero vantaggio, in una guerra, non è solo avere armi in abbondanza, ma far credere che il nemico sia alla propria mercè. Per questo si amplificano i successi e si minimizzano le perdite.
