Roberto Roggero – E’ un ruolo che, soprattutto oggi, regola non solo la politica americana, ma di buona parte del resto del mondo. In ogni caso, un giudizio è relativo al punto di vista dal quale si analizza l’operato dell’inquilino della Casa Bianca. La valutazione infatti può essere differente, se si considera la politica interna, quella estera, Wall Street, le guerre causate in buona parte del pianeta, la volontà egemonica, il contesto storico, e altro ancora. La gamma di scelta è quindi abbastanza ampia, ed è principalmente il contesto storico il metro di riferimento.
Per quanto riguarda i secoli trascorsi, e gli inizi storici degli Stati Uniti, il peggiore presidente risulterebbe essere James Buchanan (1791-1868), 15° inquilino della White House, la cui principale responsabilità fu quella di non avere fatto nulla per impedire la secessione degli Stati del Sud, quindi di non avere saputo evitare la guerra civile che sconvolse il Nuovo Continente, e per avere fatto pressioni sul Compromesso del 1820 che impedì ai cittadini di colore di ottenere il diritto di cittadinanza. La storia americana lo giudica ancora oggi un incapace, per la cocciutaggine di volere accontentare tutti e quindi di non avere accontentato nessuno.
Secondo i più diffusi sondaggi, a contendere il primo posto di peggiore presidente ci sarebbe Andrew Johnson (1808-1875) eletto nel 1865 come vicepresidente di Abraham Lincoln, e suo successore alla tragica morte come 17º presidente. Il record negativo di Johnson sta nel fatto che fu strenuo oppositore dei diritti concessi alla comunità di colore dopo l’abolizione della schiavitù, e ai frequenti scontri in seno al Congresso (il continuo veto a ogni proposta di emancipazione dei diritti civili) che lo condussero all’impeachment e a un processo ufficiale con l’accusa di manifesta incapacità, dal quale uscì per un solo voto a favore, per avere violato i principi del Tenure of Office Act, legge federale che limitava il potere del presidente di rimuovere i funzionari governativi, nominati con l’approvazione del Senato. Quella legge fu poi dichiarata incostituzionale, ma lui la infranse quando era in vigore. Inoltre, Andrew Johnson era profondamente razzista e suprematista bianco.
Segue a breve distanza il 14° presidente, il democratico Franklin Pierce (1804-1869), che portò all’esasperazione il problema della schiavitù, per avere sottoscritto il Kansas-Nebraska Act, una delle peggiori leggi della storia americana, che cancellò di fatto il Compromesso del Missouri e fece in modo che i territori del Kansas e del Nebraska potessero scegliere se volere la schiavitù. Fu un provvedimento che causò pesanti scontri civili e violenze di massa, passate alla storia come Bleeding Kansas, fra favorevoli e contrari alla schiavitù, e divise il Paese durante gli anni cruciali dell’espansione verso Ovest. Demerito di Pierce fu anche il tentativo di annettere Cuba usando la forza.
Ai primi posti in classifica anche Warren Gamaliel Harding (1865-1923), 29º presidente, uomo di scarsa esperienza e propensione alla politica, più preoccupato di mantenere un alto tenore di vita fra cerimonie e ricevimenti a base di alcolici durante il proibizionismo. E’ noto per aver presieduto un’amministrazione profondamente corrotta, che toccò l’apice con lo scaldalo conosciuto come Teapot Dome, reso pubblico dopo la morte, che smascherò varie cariche di alta responsabilità, affidate ad amici personali, tutti identificati come personaggi visceralmente corrotti (forse simile a un certo “biondo” dei nostri giorni).
Nella rosa dei peggiori anche Millard Fillmore (1800-1874) 13º presidente, principalmente noto per il Compromesso del 1850, che includeva una versione particolarmente rigida del Fugitive Slave Act per il mantenimento della schiavitù, e profondamente criticato a sua volta per la tendenza a voler accontentare tutti piuttosto che prendere decisioni.
A seguire, il 28° presidente, Thomas Woodrow Wilson (1856-1924), noto per essere profondamente razzista e per volere applicare le leggi sulla segregazione, che rese oltremodo severe, favorendo soprattutto la rinascita del Ku Klux Klan grazie alla promozione del film “Birth of A Nation” alla Casa Bianca. Fu eletto perché promise di tenere gli Stati Uniti fuori dalla prima guerra mondiale, e dopo poco più di un mese dall’insediamento, il Paese entrò in guerra. Firmò due leggi assolutamente incostituzionali, il Sedition Act e l’Espionage Act, e contribuì a creare quella Società delle Nazioni che si rivelò un cocente fallimento, né fece nulla per calmare i linciaggi e le rivolte razziali in tutto il paese.
Segue Herbert Clark Hoover (1874-1964), 31º presidente che ebbe la sfortuna di dover gestire, inutilmente, la fase più acuta della Grande Depressione, immediatamente successiva ai fallimenti che colpirono imprese e banche. Il suo operato fu più orientato verso il sostegno ai gruppi finanziari, che alle fasce disagiate, negando l’aumento dell’assistenza sociale ai disoccupati e gli interventi per mitigare gli effetti della crisi per le classi meno abbienti, peggiorando la situazione non solo americana, ma anche di altri paesi, con la legge Smoot-Hawley Tariff…anche Hoover ricorda parecchio un misterioso “biondo” dei nostri giorni, come il 10° presidente John Tyler (1790-1862), rigoroso costituzionalista, secondo cui il presidente doveva avere potere assoluto nelle scelte politiche. In ragione di questo, pose diversi veti al Congresso, fra cui quello alla creazione di una seconda banca nazionale. Inoltre, Tyler era anche favorevole alla schiavitù e credeva che il Congresso non avesse diritto di decidere se gli stati ne consentissero o meno il mantenimento.
In classifica anche Martin Van Buren (1782-1862), 10° segretario di Stato e 8° presidente. Fu membro fondatore del Partito Democratico, ma non fu in grafo di gestire la peggiore crisi finanziaria della storia americana fino a quel momento, e promosse il terribile Indian Removal Act, che costrinse i nativi americani ad essere rinchiusi nelle riserve dell’Oklahoma. Non ebbe alcun risultato positivo come presidente, e fu battuto alle elezioni del 1840 da William Henry Harrison, nella peggiore sconfitta per un presidente in carica fino a quel momento.
Più attuale, ma considerato comunque fra i peggiori per il contesto storico in cui operò, anche James Earl Carter jr. detto Jimmy (1924-2024), 39º presidente, eletto principalmente grazie al suo status di outsider dopo che lo scandalo Watergate durante la presidenza di Richard Nixon annullò la fiducia degli elettori. La presidenza Carter fu definita dalla stagnazione, già in corso prima che lui fosse presidente, ma che continuò durante i suoi due mandati e che sfociò nella recessione all’inizio del 1980. Ebbe un repentino crollo di consenso quando accolse la richiesta di asilo del deposto Scià di Persia, Reza Pahlavi, che causò per altro la crisi degli ostaggi all’ambasciata americana di Teheran alla fine del 1979, e anche perché riconobbe il regime militare indonesiano che stava compiendo il genocidio della popolazione a Timor Est.
La classifica è decisamente vasta, con menzioni di profonda inettitudine per il 37° presidente Richard Milhous Nixon (1913-1994), per il 23° presidente Benjamin Harrison (1833-1901), e per i Bush padre e figlio, partendo dai più diversi punti vista ed usando diversi criteri e ragionamenti. George Herbert Walker Bush (1924-2018), 43º vicepresidente di un altro in classifica fra i peggiori (Ronald Reagan) e 41º presidente, nonché membro della Camera e capo della CIA, causò numerose guerre in mezzo mondo, come il degno rampollo, ancora peggiore, George Walker Bush, (1946- ), 43º presidente che, insieme alla cricca di guerrafondai di cui facevano parte deprecabili elementi come Dick Cheney (vicepresidente), Donald Rumsfeld (segretario alla Difesa), Colin Powell (segretario di Stato), Condoleeza Rice (consigliere per la Sicurezza Nazionale) e la lobby di John Negroponte, Elliott Abrams, Otto Reich, John Poindexter e altri (scandalo Irangate) si rese protagonista di guerre le cui conseguenze sono ancora oggi ben presenti, fra Afghanistan, Iraq, Libia, e molto altro, a partire dalla tutt’ora ben poco chiara vicenda che culminò con l’attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001.
Un posto d’onore, secondo il sondaggio Presidential Greatness Project fra gli storici americani, condotto in occasione del “Presidents’ Day”, rivela il rating più basso nei sondaggi elettorali dai tempi di Dwight Eisenhower e nelle rilevazioni per le presidenziali di novembre si situa quasi sempre alle spalle del rivale repubblicano. Parliamo dell’attuale presidente, il “biondo” Donald John Trump (giugno 1946), 45° e 47º inquilino della White House, considerato in assoluto il peggiore presidente della storia americana, peggiore perfino di Joe Biden, nella lista nera solo perché, in sostanza, non ha mai fatto niente.
In merito alla classifica 2024, secondo gli autori, il sondaggio ha visto emergere una dinamica partitica pronunciata, probabilmente in risposta alla “Trumpificazione” della politica presidenziale.
Che cosa ha fatto, e soprattutto cosa sta facendo il “biondo” Donald è sotto gli occhi del mondo. Un presidente razzista, supermatista bianco, misogino, coinvolto in scandali internazionali a sfondo pedosessuale, che strizza l’occhio ai mercati, alle banche, alle grandi società immobiliari (in buona parte riconducibili a lui stesso), promotore guerre, sequestri di altri presidenti, invasioni di Stati sovrani, espansionismo neocolonialista con una nuova versione della Dottrina Monroe, specie verso il Centro e Sud del continente americano, inasprimento di blocchi contro Paesi esteri, fantasiose proposte di comprare possedimenti stranieri, guerra e ricatto commerciale, complicità in genocidio, due allucinanti riforme (Tax Cut e Jobs Act)…e purtroppo non è ancora finita…
