Roberto Roggero – Da decenni il Medio Oriente, pur con i congeniti disequilibri, non viveva periodi di tensione come quello attuale.
La regione è divisa fra alleati della Repubblica Islamica dell’Iran e sostenitori del “biondo” Donald e del compare assassino Netanyahu.
Il fronte dei Paesi arabi, tuttavia, se da una parte è unito nella condanna della risposta iraniana all’aggressione israeliana e americana, dall’altra è diviso per il timore che il conflitto USA-Iran possa sfociare in operazioni di terra.
Gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo stanno agendo come scudo per intercettare i missili, ma esitano a diventare il braccio del “biondo” prepotente d’oltreoceano, per la ragionevole paura di poter essere compresi fra gli obiettivi dei missili iraniani.
Come sono definiti quindi gli schieramenti, e perché?
Gli storici alleati di Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare congiunta per neutralizzare il governo degli Ayatollah in Iran, mentre il “biondo” e Bibi contano su un certo numero di sostenitori nel Golfo, i quali però si trovano in una posizione estremamente scomoda.
Bahrain ed Emirati Arabi (al momento i più coinvolti) sono i partner più esposti a causa degli Accordi di Abramo, firmati con Israele nel 2020. Il loro sostegno all’iniziativa israelo-americana è attualmente difensiva, visto che il contrattacco iraniano ha colpito il loro territorio, ma le cose potrebbero cambiare, anche perché da Abu Dhabi giunge la dichiarazione che è possibile una risposta all’attacco iraniano, in linea con la necessità di adottare tutte le misure necessarie per contrastare qualsiasi tentativo di minare la sicurezza del Paese, in particolare contro i siti missilistici nella Repubblica Islamica. Il Bahrain, più cautamente, al momento si è limitato ad annunciare l’apertura dell’arruolamento di volontari per la difesa, delineando comunque una posizione in contrasto con Teheran, in un periodo di relazioni estremamente difficili con l’Iran e nonostante la riapertura nel 2024 dei contatti bilaterali, oggi nuovamente interrotti.
Il Kuwait, è un altro storico sostenitore di Washington, che si è impegnato a difenderne la sovranità, e comunque colpito dalla risposta iraniana all’attacco israelo-americano.
L’Arabia Saudita, Paese a maggioranza sunnita, religiosamente e culturalmente opposto all’Iran sciita, sta giocando un ruolo comunque ambiguo, dal momento che, pur avendo condannato la risposta di Teheran, non ha concesso al “biondo” Donald l’utilizzo delle basi per colpire la Repubblica Islamica, nell’evidente scopo di non essere considerata co-belligerante. Per altro, Riyadh e Teheran, dopo un trentennio di ufficiale interruzione delle relazioni bilaterali, avevano iniziato nuovamente i rapporti, con la riapertura delle rispettive ambasciate, ma la situazione è nuovamente in stallo a causa del conflitto e per il fatto che l’Iran ha preso di mira le strutture energetiche dell’Arabia Saudita.
Il Qatar a sua volta aveva mantenuto canali diplomatici con Teheran, sebbene sia sede della principale base americana del Medio Oriente presso Al-Udeid, ma allo stesso modo, i missili iraniani hanno preso di mira le strutture della Qatar Energy e l’intelligence del Qatar ha reso noto di avere arrestato agenti iraniani infiltrati, e le relazioni si trovano al momento in notevole difficoltà.
Iraq e Siria sono considerati una sorta si “zona grigia”, in bilico fra uno schieramento e l’altro: entrambe i Paesi sono governati da amministrazioni che strizzano l’occhio all’Occidente, ma al tempo stesso sono elementi focali del cosiddetto “asse della resistenza” (Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut-Gaza) e ospitano presidi di milizie sciite, nonché della forza Al-Quds (reparto di élite della Guardia della Rivoluzione Islamica) sostenute dall’Iran.
Inoltre, in Siria, secondo fonti del comando israeliano, il governo del presidente Ahmad Al-Sharaa starebbe spostando armi e truppe nella zona collinare delle alture del Golan, mossa che Israele considera in totale contraddizione con gli accordi di sicurezza per la stabilità dell’area, stipulati dopo la caduta del regime di Bashar Al-Assad.
Dalla parte della Repubblica Islamica, gli alleati sono stato notevolmente indeboliti dalle continue aggressioni israeliane ai Paesi confinanti. Gli sciiti di Hezbollah in Libano rimangono l’alleato più vocino a Teheran, e infatti stanno contribuendo alla difesa dell’Iran, causando però la reazione dello stato nazi-sionista israeliano che infatti ha avviato operazioni di terra nel Sud del Libano.
Gli Houthi, che controllano tutto il nord dello Yemen, costituiscono un prezioso alleato strategico (nonché ideologico e militare) per l’Iran. Hanno condannato senza riserve l’aggressione israelo-americana, e specialmente l’assassinio della Guida Suprema, Ali Khamenei, la al momento non hanno ancora preso iniziative e non hanno avviato operazioni d’attacco.
Rimane la Turchia, Paese membro della NATO che ha assunto un atteggiamento attendista e osservatore, proclamando la propria neutralità, ma l’opposizione a Israele è un dato di fatto, tuttavia il presidente Recep Tayyp Erdogan è ben conscio che se prendesse iniziative in tal senso, dovrebbe affrontare apertamente gli Stati Uniti. Ankara è comunque e soprattutto un prezioso partner commerciale di Teheran e in ogni caso è stato il Paese che più di altri si è speso per la mediazione e per evitare il conflitto aperto.
