Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni
Nel pieno della nuova crisi mediorientale, innescata dall’offensiva congiunta statunitense e israeliana contro la Repubblica islamica dell’Iran, il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, dichiara al Tg5 di temere un allargamento della guerra in Europa e liquida la vicenda come “figlia dell’attacco a Kiev”. Nelle stesse ore, il Governo della Repubblica alza l’allerta interna e parla di migliaia di potenziali obiettivi sensibili sul territorio nazionale. In questo scenario, quella frase non è una valutazione, è un dispositivo. Serve a unificare teatri diversi in un’unica favola morale, con un solo colpevole originario e con un solo tutore della civiltà che coincide, guarda caso, con il blocco occidentale.
Sul piano logico, l’affermazione è un errore travestito da causalità. Dire che la crisi iraniana sarebbe “figlia” dell’attacco a Kiev significa sostituire l’analisi con un nesso magico, come se la storia procedesse per genealogie semplici e lineari, come se ogni guerra dovesse avere un unico padre, sempre lo stesso, sempre comodo. Così si cancella la pluralità delle cause, si annulla l’autonomia dei fatti, si trasforma la geopolitica in catechismo. Il risultato è un sillogismo pigro: se Kiev è l’origine di tutto, allora ogni escalation diventa una conseguenza, quindi una necessità, quindi una colpa altrui. A quel punto la responsabilità politica occidentale si dissolve senza nemmeno essere discussa.
Sul piano filosofico, è la vecchia tentazione del manicheismo politico. Il mondo viene diviso in una parte che “agisce” e una che “reagisce”, in una parte che “provoca” e una che “si difende”, con la difesa sempre assegnata ai propri alleati e la provocazione sempre attribuita ai nemici. Eppure, proprio la crisi iraniana smentisce la sceneggiatura. Qui l’atto che ha cambiato i rapporti di forza è stato l’attacco diretto alla struttura di potere di Teheran, fino all’eliminazione del vertice, un salto di qualità che nessun gioco di parole su Kiev può occultare. Se si vuole parlare seriamente di catene causali, occorre guardare ai gesti concreti e alla loro intensità, non cercare un capro espiatorio geopolitico da spendere nei talk show.
Sul piano giuridico, la frase è ancora più grave perché prepara l’opinione pubblica a un rovesciamento del diritto. Il diritto internazionale contemporaneo, a partire dalla Carta ONU del 1945, pone il divieto dell’uso della forza come regola e ammette eccezioni strette, tipicamente l’autodifesa a fronte di un “armed attack” e le misure autorizzate dal Consiglio di Sicurezza.  Invece, la crisi iraniana che stiamo osservando nasce da un’operazione militare preventiva e da un attacco al vertice di uno Stato sovrano, con un rischio strutturale di allargamento regionale. In più, lo stesso direttore dell’AIEA ha segnalato l’assenza di indicazioni di danni a siti nucleari, richiamando i pericoli enormi di colpire infrastrutture sensibili. Dunque, la retorica “Kiev genera tutto” serve anche a spostare lo sguardo dal punto imbarazzante: l’Occidente invoca il diritto quando gli conviene e lo relativizza quando intralcia i propri obiettivi. Qui entra il nodo, che riguarda Russia e Iran e la narrazione dominante. La lettura occidentale pretende di essere l’unica compatibile con la legalità, quindi si autorappresenta come giudice universale. Quando parla dell’Ucraina, riduce la guerra a una sola dimensione, aggressore contro aggredito e costruisce un’etica senza contesto. Quando agisce, invece, in Medio Oriente, reintroduce la categoria della “necessità strategica”, del “preventivo”, del “cambio di regime” detto a mezza voce. Questa asimmetria non è un incidente. È un metodo. La posizione russa nasce anche da un problema di architettura della sicurezza europea: un sistema che si espande per dichiarazione unilaterale, soprattutto dopo il crollo dell’URSS nel 1991, rivendicando che nessun “terzo Paese” possa avere voce su scelte che lo riguardano direttamente. È scritto senza pudore nella dottrina dell’“open door” della NATO. Questo non giustifica automaticamente nulla, però spiega molto. Un ordine che esclude strutturalmente l’altro, poi si stupisce se l’altro smette di riconoscerlo come ordine e lo vive come minaccia.
L’Occidente ha trasformato il linguaggio della sicurezza in un monopolio e ogni pretesa altrui diventa, per definizione, illegittima. In questa cornice, l’evocazione di Kiev come origine di ogni crisi è una mossa disciplinare. Serve a impedire una domanda essenziale: perché l’Europa non ha perseguito con rigore una soluzione politica, quando esistevano strumenti e cornici negoziali riconosciute anche in sede ONU, come il “Package of Measures” di Minsk, richiamato dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 2202. Quando quelle strade falliscono, la responsabilità raramente viene distribuita con onestà. Si preferisce un racconto in cui la complessità è colpa, e la semplificazione è virtù. Quanto all’Iran, la narrazione occidentale lo riduce a un pericolo metafisico, quindi ogni atto contro Teheran diventa “bonifica”. Anche qui, la semplificazione è utilissima, perché consente di presentare come difesa ciò che è scelta di potenza. Un’operazione che colpisce il vertice di uno Stato, innesca ritorsioni, scuote le rotte energetiche e trascina Paesi terzi dentro una spirale, non è un dettaglio collaterale. È il cuore del problema. Se poi si vuole parlare di legalità, l’argomento decisivo non è l’indignazione selettiva, è la coerenza con il principio che il primo uso della forza contro la sovranità altrui è, in via presuntiva, atto di aggressione, come già chiarito nella definizione ONU. A quel punto, l’affermazione del Presidente del Consiglio dei Ministri mostra il suo vero contenuto: non è prudenza, è allineamento. Trasforma, infatti, una crisi prodotta da atti concreti e recenti in un capitolo della saga ucraina, così da rendere politicamente naturale ogni nuova stretta, ogni nuova militarizzazione, ogni nuova delega agli “alleati” che decidono e informano dopo. In un sistema costituzionale come il nostro, questa postura cozza con l’art. 11 della Costituzione vigente, che ripudia la guerra come strumento di offesa. La conclusione è semplice e non concede indulgenza. “Questa crisi figlia dell’attacco a Kiev” è una frase che assolve l’Occidente prima ancora di discutere i fatti e condanna Russia e Iran prima ancora di misurare le responsabilità. È una scorciatoia morale usata come arma retorica. È un modo elegante di non pensare e di far pagare ad altri il prezzo delle proprie decisioni e dimostra che il nostro Paese non è solo servo: è schiavo.
