Roberto Roggero – “Ruggito di Leone” e “Furia Epica”, così sono state battezzate le offensive israeliana e americana contro la Repubblica Islamica dell’Iran, preparate da tempo e messe a punto in tutti i particolari, soprattutto per quanto riguarda gli obiettivi sensibili, sia infrastrutture che personalità di primo piano del governo di Teheran. Vale a dire, siti dedicati alla ricerca nucleare, centro di coordinamento della difesa, aree dove sono presenti basi missilistiche, aeroporti militari e naturalmente leader come la Guida Suprema, Ali Khjamenei, e le principali figure della catena di comando e dell’organigramma militare, primo fra tutti quello della Guardia della Rivoluzione Islamica.
Da mesi il Mossad israeliano stava mettendo insieme informazioni, grazie ad agenti infiltrati in territorio iraniano, e a diversi altri strumenti di osservazione diretta e indiretta e, ovviamente, mentre il “biondo” presidente americano cercava di vendere la versione di un attacco volto a preservare la sicurezza dei cittadini americani, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, si è premurato di annunciare che si tratta di una operazione di difesa preventiva, come ormai si è abituati a sentire e come già hanno agito gli stessi israeliani a Gaza, in Libano, Siria, Iraq, e gli americani hanno fatto in Venezuela e stanno facendo ora con Cuba e in mezzo mondo, intenzionati a mettere le mani soprattutto sulle importanti risorse naturali di alcuni Paesi dell’Africa, come la Nigeria., decisi a impedire l’affermarsi di un mondo multipolare, ovvero a non permettere che si realizzi uno dei principali obiettivi del gruppo BRICS.
Per affermare l’egemonia MAGA (Make America Great Again) non importano le centinaia di migliaia di vittime innocenti (sono solo “trascurabili danni collaterali”), mentre il “biondo” Donald continua a voler convincere di essere una sorta di Deus ex Machina che ha il potere di fare cessare le guerre con il cenno di una mano mentre invece non fa altro che causarne di nuove, di comprare territori indipendenti, di imporre una nuova versione della Dottrina Monroe travestita da filantropia. L’Iran quindi è un ostacolo per i programmi americani, tantomeno può osare di dotarsi degli stessi armamenti, che solo gli Stati Uniti possono (e devono) possedere, né possono permettersi di rispondere “no” a imposizioni che limitano ogni attività in tal senso.
L’offensiva scatenata dai criminali Trump e Netanyahu, quindi, è stata pianificata nei minimi dettagli, come d’altra parte la relativa risposta di Teheran, e dovrà svilupparsi via mare, via aerea e probabilmente con iniziative mirate anche via terra.
Gli attacchi aerei si sono svolti contro oltre 500 obiettivi, da velivoli decollati sia dalle portaerei che dalle basi americane in tutto il Medio Oriente e naturalmente dallo stato genocida di Israele, dove le sirene antiaeree suonano in continuazione per i missili provenienti dall’Iran, in un clima di tensione e incertezza, in cui l’attenzione si sposta rapidamente dalle notizie dell’attacco alle sue possibili conseguenze.
Già dopo il 7 ottobre, quando è scattato l’attacco di Hamas e la reazione israeliana, l’Iran si trovava in una fase di crescente esposizione e sotto una rinnovata pressione internazionale, in un contesto di indebolimento.
A partire dall’8 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e ha portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati, e nell’intreccio fra un Iran già sotto pressione, una situazione regionale meno solida e un ruolo americano più diretto, che si sono creati i presupposti in cui l’attacco ha potuto prendere forma.
Dopo le manifestazioni di protesta iniziate nel bazar di Teheran e diffuse poi in molte città, dalle motivazioni di crisi economica si è gradatamente passati alla contestazione politica, fatto di cui Washington è stata pronta ad approfittare, e quindi si sono cominciati a vedere gli effetti anche sul piano internazionale. Da qui il “biondo” prepotente americano ha cominciato a minacciare interventi militari diretti, con il pretesto di proteggere la popolazione, ma di certo le condizioni degli iraniani non destano il minimo interesse nelle stanze della Casa Bianca. Sono state, e sono, solo un ideale pretesto.
La prospettiva di un attacco è stata quindi utilizzata come strumento di pressione per spingere Teheran a riaprire il dossier sul programma nucleare e ad accettare nuovi colloqui che portassero allo smantellamento del programma. In questo quadro, l’instabilità interna è diventata una variabile della strategia esterna, intrecciando protesta sociale e negoziato sul nucleare, mentre il Mossad ha colto l’occasione per agire dall’interno.
Quello che è successo nel giugno 2025 (subito dopo quella che è ormai nota come “Guerra dei 12 Giorni”) non ha precedenti nella storia: per la prima volta la US-Air Force, insieme ad aerei israeliani, ha bombardato direttamente il territorio iraniano, anche se esistono versioni secondo cui si è trattato di un’azione da vedere in chiave di avvertimento. Pare infatti che una settimana prima dell’azione, Teheran sia stata avvisata su date e obiettivi, per dare il tempo di trasferire i quantitativi di uranio arricchito in luoghi protetti, poiché ci sarebbe stato il rischio di deflagrazioni atomiche.
Si è trattato del primo scontro diretto e ad alta intensità fra Stati Uniti, Israele e Repubblica Islamica. Il governo del criminale genocida Benjamin Netanyahu aveva annunciato la campagna aerea contro l’Iran come un’operazione a scopo preventivo, pensata per impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. In quell’occasione, se da un lato il “biondo” Donald ha assecondato Israele, ordinando il bombardamento ad alta profondità del sito nucleare di Fordow, dall’altro ha imposto a Netanyahu il cessate il fuoco immediato, rimandando quella che alcuni descrivevano come una possibile “spallata finale” all’Iran.
Già in precedenza, Israele e Iran si sono scontrati militarmente, sia in modalità diretta che indiretta. In particolare, ad aprile e a ottobre del 2024 con due rischiose escalation, lanci di droni e missili in entrambe le direzioni e raid aerei israeliani contro la Repubblica Islamica, con l’origine di quest’ultima spirale di tensione che risale al 7 ottobre 2023.
A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi nello Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento di Hezbollah e la caduta di Bashar Al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato il sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica Islamica, insieme al programma missilistico.
Andando ancora più indietro nel tempo, di certo gli Stati Uniti considerano l’Iran una potenza ostile fin dalla rivoluzione del 1979, con la nascita Repubblica Islamica. Gli interessi statunitensi in Medio Oriente, e in particolare nel Golfo, ruotano storicamente attorno a sicurezza energetica e tutela degli alleati, soprattutto Israele e le monarchie del Golfo, dove si concentra una buona parte dello spiegamento militare americano nella regione, ed è cruciale perché ospita risorse energetiche vitali e snodi marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz.
Gli anni scorsi sono stati caratterizzasti da oscillazioni politiche fra confronto e apertura, contenimento e indebolimento, sanzioni, isolamento diplomatico, pressione militare indiretta, temendone l’ideologia antioccidentale e l’influenza regionale, con il dossier nucleare come nodo cruciale di ogni questione in discussione, come se Teheran avesse intenzione di dotarsi di armi nucleari per sganciarle su New York o su qualche altra grande città americana, o su Gerusalemme o Tel Aviv…
Da parte italiana, naturalmente si è avuta la solita manifestazione di ambiguità politica e sudditanza nei confronti di USA e Israele, esprimendo solidarietà alla popolazione iraniana, ma guardandosi bene dall’esprimere giudizi sull’aggressione americana e israeliana che lancia missili e bombe proprio su quella stessa popolazione. Stesso atteggiamento da parte di quasi tutti i leader europei, compresi Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, che “osservano con grande attenzione l’evolversi della situazione”. L’unico ad avere preso una posizione di aperta condanna dell’azione israelo-americana è stato il premier spagnolo Pedro Sanchez e, comunque solo a parole, il segretario generale ONU Antonio Guterres, ben conoscendo la assoluta impotenza dell’organizzazione che rappresenta, diventata ormai una SpA dove i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono i primi cinque Paesi produttori ed esportatori di armamenti del mondo.
Russia e Cina hanno invece manifestato sostegno a Teheran. Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha condannato l’attacco armato degli Stati Uniti e di Israele, in violazione dei principi e delle norme del diritto internazionale e ignorando completamente le gravi conseguenze per la stabilità e la sicurezza regionali e globali, e ha ribadito la disponibilità della Russia a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche. Da Pechino la stessa condanna ufficiale, oltre al fatto che un cittadino cinese è morto sotto le bombe degli attaccanti, nelle operazioni che gli americani hanno battezzato “Epic Fury” e gli israeliani “Ruggito di Leone”.
Vladimir Putin ha personalmente condannando l’uccisione di Ali Khamenei in un messaggio di condoglianze inviato al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, dopo che il Cremlino aveva bollato come “aggressione immotivata” l’attacco alla Repubblica Islamica, giudicandola solo come un modo per eliminare la leadership di uno Stato che si è rifiutato di sottomettersi ai dettami della forza e dell’egemonia. Anche la Cina ha condannato come “inaccettabile” l’uccisione di Khamenei: “Queste azioni violano il diritto internazionale e le relazioni internazionali di base”, ha dichiarato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi durante una conversazione telefonica con il suo omologo russo, Serghei Lavrov.
Da parte iraniana è stata annunciata l’operazione difensiva “Truth Promise 4″, contro basi americane in Medio Oriente, e contro la 5a Flotta statunitense.
Sul campo, sono state decine le forti esplosioni registrate in altre città dell’Iran, soprattutto Isfahan, Qom, Ilam, Khorramabad, Tabriz, Kermanshah, Mehrabad e Minab (dove è stata centrata la scuola femminile Shajaba Tayyiba con oltre 165 giovanissime vittime e 96 feriti) in seguito all’attacco definito “altamente selettivo” e ha mirato ai vertici politici, militari e religiosi del Paese. Gli attacchi hanno colpito anche l’area in cui si trova una residenza del leader supremo Ali Khamenei, la cui morte è stata confermata dal governo iraniano. Ore dopo un alto funzionario della sicurezza israeliana ha confermato ai media nazionali che l’Ayatollah Ali Khamenei è stato eliminato insieme ad altre personalità di governo e membri della famiglia, e Channel 12 ha riferito che immagini del corpo della Guida Suprema sono state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.
Secondo i resoconti provenienti dall’Iran, si registrano gravi perdite tra le forze di sicurezza locali, con decine di morti e feriti tra le fila della Guardia della Rivoluzione, tra cui alcune figure chiave come il comandante, Mohammad Pakpour, e del ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh.
In sostanza, lo scenario vede la più grande potenza bellica concentrata nelle mani di un uomo (il “biondo” Donald) che l’8 gennaio ha pubblicamente dichiarato, senza alcun pudore, di non aver bisogno del diritto internazionale perché i suoi poteri sono limitati solo dalla sua morale personale e dalla sua mente. Per quanto riguarda la moralità, al netto dei 34 capi di accusa per i quali è stato giudicato colpevole nel proprio Paese, e che ne fanno formalmente un presidente criminale, i confini interni sono definiti dalla maleodorante palude che emerge dai files del caso Epstein, in cui è totalmente coinvolto. I confini poi vanno ben oltre la complicità con il criminale genocida Benjamin Netanyahu.
Dopo avere autorizzato l’uccisione di pescatori innocenti in nome di una ipocrita guerra al narcotraffico, avere invaso un Paese straniero sequestrandone il presidente, avere inasprito un blocco totale che sta strangolando la popolazione di un altro Paese straniero (Cuba), e organizzato una lobby d’affari per la razzia delle terre palestinesi sotto il nome di copertura di Board of Peace, il “biondo” leader ha aggredito militarmente l’Iran, altro Paese sovrano, uccidendone anche la massima autorità politico-religiosa, in una ulteriore violazione clamorosa della norma fondamentale della Carta delle Nazioni Unite. Sostituito dalla logica brutale della violenza, senza alcuna mediazione.
Una lampante distorsione mafiosa delle relazioni internazionali, che non è nuova per gli inquilini dello Studio Ovale: la strumentalizzazione della guerra preventiva, come già aveva fatto George W. Bush con Afghanistan e Iraq, causando catastrofi umanitarie e terrorismi dilaganti, sfruttando le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, ingannando il tavolo di trattative in corso a Ginevra. E andando indietro nel tempo, di esempi ce ne sono a non finire.
L’azione militare non è una soluzione praticabile né duratura per prevenire la proliferazione nucleare, ma la prevenzione della proliferazione non è l’obiettivo degli Stati Uniti né di Israele, che non vogliono rinunciare alle proprie testate nucleari, tanto meno aderire al trattato che le rende illegali, ma solo non avere concorrenti.
