Roberto Roggero – Mahmoud Ahmadinejad l’intransigente, il “figlio prediletto” di Khamenei, infine il reietto che rifiutava di arrendersi nonostante fosse stato sostanzialmente ripudiato. L’ex presidente iraniano, arcinemico di Israele, è tra le vittime dei raid che dal 28 febbraio stanno martellando Teheran e le altre città del Paese. La notizia della sua morte si aggiunge all’ormai fitta lista dei potenti uccisi in questa nuova guerra. Anche se potente, ormai, Ahmadinejad non lo era più da tempo.
Presidente per due mandati, dal 2005 al 2013, la sua vita personale e quella politica si sono intrecciate in una parabola che ha inizio con la guerra Iran-Iraq, dove servì vicino ai Basiji, e si è conclusa ieri, 1° marzo, quando è rimasto ucciso nel secondo giorno di questa nuova guerra.
Eletto sindaco di Teheran nel 2003 e presidente del consiglio nel 2005, Amadinejad aveva svolto un lungo periodo come amministratore locale, per poi proporsi- con il favore di Khamenei, che in lui vedeva un personaggio innocuo, un esecutore- come alternativa sia ai conservatori pragmatici sia al riformismo, che negli anni Novanta con Khatami era stato duramente avversato dalla Guida Suprema. Con Khamenei condivideva le umilissime origini, che nel suo caso erano il vessillo della proposta populista con cui divenne presidente.
Non voleva dirsi populista perché, disse una volta, “le definizioni fanno male ai pensieri”. Eppure, l’outsider con i completi da salary man– per sembrare più uomo del popolo- aveva vinto proprio grazie a quelle istanze. Le sue promesse riprendevano quelle del rahbar Khomeini, tra giustizia sociale per le masse e stipendi più alti per insegnati e funzionari governativi. Per rafforzare l’identificazione con la classe media, acconsentì a girare un servizio televisivo nel suo appartamento, per documentare lo stile di vita semplice e piccolo borghese del nuovo presidente. Vinse con una bassa affluenza alle urne, ma riuscendo a dividere i riformatori e neutralizzarli.
La sua presidenza alternò consenso interno- almeno inizialmente, tra sussidi e redistribuzioni delle entrate petrolifere- e un tono apertamente aggressivo in politica estera. Sfidò senza troppi indugi “il grande Satana” e ancor di più lo stato di Israele, auspicandone ripetutamente la scomparsa- doveva essere
Se in politica interna la sua fu una parabola discendente- prima rafforzando il legame con i ceti popolari, poi finendo per aggravare gli squilibri strutturali dell’economia iraniana- in politica estera fece più o meno il contrario: la decisione di proseguire con determinazione il programma atomico portò a un progressivo irrigidimento delle misure punitive contro la Repubblica islamica, salvo poi nel 2008 congratularsi con Barack Obama per la vittoria elettorale negli Stati Uniti, dichiarandosi disposto a un confronto “nel rispetto reciproco”. Fu, inoltre, il primo presidente iraniano a recarsi in visita in Iraq, dalla rivoluzione.
Mostrò il pugno duro nel 2009, segnando la svolta autoritaria della sua parabola politica: rieletto tra le contestazioni dell’opposizione legata al candidato riformista Mousavi, l’accusa di brogli di quell’elezione portò in strada migliaia di persone. La risposta del governo di Ahmadinejad al “Movimento Verde” fu durissima, segnando una frattura profonda tra una parte della società civile e l’establishment.
Al termine del secondo mandato, nel 2013, non mancarono da parte sua i tentativi di rientrare in scena: per tre volte tentò di ricandidarsi alla presidenza, ma senza successo.
