Roberto Roggero – Gli assetti geopolitici e la strategia del “biondo” Donald per il settore Pacifico/Sud-Est asiatico ha cambiato forma, in ragione dei molteplici impegni che gli Stati Uniti si stanno trovando ad affrontare, soprattutto Iran e Ucraina. Impegno che stanno dilapidando le finanze americane, e per questo Donald punta sui super-dazi, mentre riduce la presenza capillare e multidimensionale in tutto il continente asiatico, lasciando spazio a un approccio più ristretto e difensivo.
In primo luogo, il perno della nuova strategia è detto “First Isles Chain”, ovvero “prima catena di isole”. Si tratta di uno schema virtuale che dal Giappone arriva a Taiwan e alle Filippine, il cui scopo è limitare l’espansione cinese limitatamente a questo settore, cioè il perimetro minimo essenziale entro i cui limiti gli Stati Uniti vogliono conservare e concentrare deterrenza, risorse, investimenti e alleanze. L’obiettivo è evidente: impedire che la Cina possa alterare lo stato attuale della geopolitica, principalmente per quanto riguarda Mare Cinese Meridionale, Mare Cinese Orientale e Stretto di Taiwan.
Punta di diamante della strategia cinese è il nuovo sottomarino nucleare d’attacco Type 09V osservato recentemente nelle acque di Bohai. Le immagini satellitari che hanno ripreso l’unità nel cantiere di Huludao mostrano un battello più grande e sofisticato rispetto ai precedenti Type 093 della classe Shang. Con una larghezza stimata tra i 12 e i 13 metri e un dislocamento in immersione che potrebbe toccare le 10mila tonnellate, il battello rappresenta un salto dimensionale significativo rispetto alle circa 7.000 tonnellate dei modelli precedenti. La Cina ha dunque fatto importanti passi in avanti.
Fra le novità più evidenti figurano le superfici di controllo a X sulla poppa, una configurazione mai vista prima su un sottomarino nucleare cinese, e la possibile adozione di un sistema di propulsione pump-jet, tecnologia che riduce la rumorosità rispetto alle eliche tradizionali.
Secondo gli analisti, il nuovo SSN potrebbe anche integrare un sistema di lancio verticale per missili da crociera, ampliando la gamma di opzioni offensive oltre ai siluri. Se confermate, queste caratteristiche collocherebbero lo 09V come il candidato più avanzato nella flotta subacquea dell’Esercito Popolare di Liberazione, pensato per operare non solo nelle acque costiere, ma ben oltre la prima catena di isole.
Secondo quanto riportato da Asia Times, il Type 09V segna un possibile cambio di paradigma nel potere sottomarino del Pacifico. Il motivo è presto detto: i sottomarini nucleari d’attacco (SSN) offrono a Pechino autonomia, velocità e capacità di permanenza in mare nettamente superiori rispetto ai battelli convenzionali. Possono scortare gruppi da battaglia portaerei, raccogliere intelligence, condurre operazioni speciali e colpire obiettivi navali o terrestri con maggiore flessibilità.
Negli ultimi anni la Marina cinese ha già dimostrato crescente fiducia nelle missioni a lungo raggio, dispiegando unità nel Pacifico occidentale e nell’Oceano Indiano. Il 09V potrebbe dunque diventare lo strumento chiave per garantire copertura subacquea alle portaerei cinesi durante operazioni oltre la prima catena di isole, trasformando una presenza episodica in una proiezione di potenza più stabile e credibile.
La Cina deve tuttavia ancora confrontarsi con la rete di sorveglianza subacquea statunitense, che combina satelliti, sensori sottomarini, pattugliatori e sistemi senza pilota. Diversi analisti occidentali ritengono infatti che i battelli cinesi siano ancora più vulnerabili alla rilevazione rispetto agli equivalenti americani o russi, soprattutto nei passaggi obbligati come il Canale di Bashi, tra Taiwan e le Filippine.
Ovviamente, la concentrazione di impegno da parte di Washington in questo settore, comporta la distrazione di risorse da altre zone del Sud-Est asiatico, e quindi cederne l’egemonia a Pechino, che qui si sta espandendo, commercialmente e politicamente, senza trovare opposizioni.
Tale scelta da parte americana, ovviamente, comporta delle rinunce, ma la Casa Bianca ha scelto: non interessa più modellare la geopolitica regionale sul modello americano, ma impedire alla Cina di assumere il controllo egemonico del confine marittimo.
Disegnare quindi una cintura di contenimento che smorzi sul nascere eventuali ambizioni espansionistiche di Pechino verso il Pacifico aperto, cioè quello che all’ex presidente Barak Obama non è riuscito, perché non è stato in grado di soddisfare i principali requisiti, ovvero prosperità economica, governance e sicurezza, né trovare il giusto equilibrio fra impegni promessi e concretizzati, con ricadute negative sulla credibilità americana in questa parte di mondo.
Le condizioni sono cambiate dalla presidenza Obama, e adesso una presenza americana in Asia non è più nemmeno pensabile, soprattutto dal punto di vista economico, oltre che politico, quindi non rimane che un nuovo posizionamento sul perimetro disegnato da questa “First Islands Chain”.
A questo punto, ruolo fondamentale ricoprono Giappone, Taiwan e Filippine, inquanto considerate linea dura delle alleanze che possono realisticamente contendere alla Cina il ruolo predominante, mettendo in atto una sorta di contenimento selettivo, che però costringe a lasciare territori importanti come Thailandia e soprattutto India, e forse il Brunei, ricchissimo di risorse naturali, che potrebbero avvicinarsi a stringere importanti accordi commerciali con Pechino.
Dopo la prima, esiste una “Second Islands Chain” più a est, che sarebbe una ulteriore scelta dolorosa per gli Stati Uniti, i quanto comporterebbe l’abbandono di Taiwan e delle Filippine, con ricadute totalmente disastrose sugli interessi americani nella regione, tuttavia la prima catena dovrà essere presidiata, a scopo difensivo, da un importante apparato militare, con un funzionale coordinamento con gli alleati locali e una trasparenza fino ad oggi assente.
Sono ben note, a tale proposito, gli interessi della Cina verso Taiwan, con massicce dimostrazioni di potenza, sviscerate in esercitazioni non a caso ben visibili proprio da Taiwan.
Se il “biondo” Donald non riuscisse a irrobustire e sviluppare la collaborazione con il Giappone e con le Filippine, questa linea rischia di trasformarsi in una barriera di argilla, che crollerebbe al primo scossone. In pratica, serve una proposta economica, commerciale, diplomatica e politica credibile, e soprattutto che costituisca una valida alternativa a quella cinese, perché molti Paesi potrebbero orientarsi in quella direzione.
Se Pechino dovesse realizzare i propri progetti, con particolare riferimento al controllo di Taiwan (che sostiene essere provincia nazionale), per Washington sarebbe un disastro, dal momento che da Taiwan esce il 90% dei prodotti dell’industria di microprocessori e semiconduttori del mondo.
A questo punto, bisogna necessariamente attualizzare quella segreta riunione che nell’estate 2023 venne tenuta da alcuni responsabili della Central Intelligence Agency (CIA), con alcune altre importanti personalità dell’industria della Silicon Valley, cioè i principali destinatari dei prodotti dell’industria taiwanese. L’allora direttore della CIA, William Burns, assistito dalla responsabile della NSA (National Intelligence Agency), Avril Haines, discussero con i top manager della Silicon Valley lo stato dei piani cinesi e le intenzioni di annessione di Taiwan da parte di Pechino, nonché i progetti per contrastare tale eventualità.
Pare che fra i presenti ci fosse anche un tale Timothy Cook, amministratore delegato del colosso Apple, oltre ai rappresentanti di altri marchi estremamente rilevanti come Qualcomm, AMD e Nvidia.
Inoltre, sembra che già nel 2021 un alto ufficiale di stato maggiore, avesse riferito al Congresso che il presidente cinese Xi Jinping avrebbe voluto l’esercito pronto a un’eventuale operazione per conquistare Taiwan entro il 2027, e se così fosse, mancherebbe circa un anno.
Secondo alcune stime ufficiali, la perdita dell’industria di Taiwan, costerebbe agli Stati Uniti una contrazione del prodotto interno lordo superiore all’11%, cioè la depressione peggiore dopo quella attraversata fra il 1929 e il 1939 innescata dal celebre “Giovedi Nero” di Wall Street, con un costo che supererebbe i 9.500 miliardi di dollari
Non a caso, già durante la presidente di Joe Biden, nel 2022, è stato promulgato il Chips & Science Act, che comprendeva incentivi pubblici per circa 50 miliardi di dollari, destinati alla produzione interna, perché la produzione interna comporterebbe maggiori costi (+25%).
La stessa Apple ha promesso investimenti per circa 95 miliardi di dollari negli Stati Uniti, e TSMC ha annunciato piani per circa 150 miliardi di dollari in Arizona, dove sono previsti nuovi impianti.
