Roberto Roggero – Da Pechino arriva un altro colpo non da poco all’egemonia del dollaro, una vera e propria bomba atomica silenziosa, che sta cambiando gli assetti e gli equilibri del commercio mondiale.
Il detonatore è la decisione di vendere il debito americano, tramite la disposizione alle banche di ridurre progressivamente l’esposizione ai titoli di stato di Washington, in risposta ai reiterai ricatti economici del “biondo” Donald, che ha scatenato una vera e propria guerra dei dazi contro Pechino. Sono gli effetti della decisione adottata già nel 2013, con la progressiva diminuzione delle partecipazioni sui titoli americani.
Diversi altri Paesi si stanno allineando alla scelta cinese, ad esempio i fondi previdenziali in Olanda e Danimarca, e non a caso Brasile e India (membri BRICS+) che stanno diminuendo le posizioni per diversificare le riserve.
Ad oggi, la quota degli investitori esteri è scesa dal 50% del 2015 al 31% attuale. In termini più comprensibili per i non addetti ai lavori, i Paesi esteri non stanno più assorbendo il debito statunitense come accadeva fino a poco tempo fa, con la Federal Reserve che ha estremo bisogno di capitali esteri per sostenere il deficit nazionale. Se la cessione di titoli di stato americani continua a questi ritmi, e se gli acquisti dei medesimi continuano a rallentare, il dollaro subirà spiacevoli conseguenze, come molti si augurano.
Gli istituti bancari cinesi possiedono circa 300 miliardi di dollari in obbligazioni americane, ma le prospettive non sono incoraggianti per gli Stati Uniti, non a breve termine, ma sul lungo periodo.
Il calo del dollaro ai minimi pluriennali è il segnale più chiaro del nervosismo degli investitori esteri nei confronti degli Stati Uniti, con investimenti per circa 36mila miliardi di dollari in azioni e obbligazioni.
La copertura della valuta americana, utilizzando il mercato dei prodotti derivati, potrebbe essere un mezzo efficace per limitare sempre di pià la pericolosa esposizione al mercato statunitense, ma comporta necessariamente la vendita della valuta stessa, il che potrebbe avere impatti negativi sulla sua quotazione.
Le speculazioni negative sono la diretta conseguenza delle ben poco felici iniziative del “biondo” Donald anche per quanto riguarda la Groenlandia, che ha causato pericolose speculazioni e potrebbero portare gli investitori stranieri a unirsi in corporazioni o società per vendere in massa i titoli americani.
Le disponibilità estere di titoli del Tesoro USA hanno raggiunto i 9,4 trilioni di dollari lo scorso novembre, livello senza prevedenti, ma in contropartita, il flusso degli acquisti è drasticamente calato a 422 miliardi di dollari alla stessa data mentre prima era intorno ai 640 miliardi di dollari. Un segno tangibile di tale andamento sono le banche nord-europee, oggi venditori diretti senza intermediari.
