Roberto Roggero – Nel corso della storia, l’errore umano ha causato danni devastanti, e in diversi settori. Si potrebbero riempire pagine e pagine solo citando date e contesti, senza nemmeno scendere in particolari descrittivi o tecnicismi. Errore umano, soprattutto nella valutazione di determinate condizioni, dichiarazioni, proposte, che avrebbe funeste conseguenze.
È il caso della attuale situazione di tensione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran, perché Washington e Teheran corrono sul filo del rasoio nel considerare e valutare le reciproche motivazioni, messaggi e decisioni. Se gli Stati Uniti valutano la fiducia dimostrata dall’Iran come eccesso di potere, l’Iran può interpretare la volontà americana di negoziare come segno di debolezza, ingredienti fondamentali per giungere a un devastante errore di calcolo.
Alcuni analisti fanno riferimento anche alla scelta di Muscat, capitale del Sultanato dell’Oman, come sede per i negoziati, che da parte iraniana è considerato luogo più controllato e di minore visibilità internazionale, piuttosto che Istanbul, e dove i colloqui si sono limitati a questioni strettamente tecniche, cioè questione nucleare, sena toccare il tasto degli armamenti missilistici, nonostante le insistenze americane.
Il problema principale è la fin troppo visibile prepotenza americana e israeliana (Venezuela, Cuba, Gaza, Iraq, Siria, Cina, Groenlandia, Russia, Ucraina, ecc.) che non favorisce la leadership iraniana nel concedere fiducia alle garanzie americane.
Il governo degli Ayatollah valuta molto basso l’interesse americano per un conflitto di lunga durata, che rischi di infiammare l’intero Medio Oriente, per cui ritiene che una eventuale offensiva militare sarebbe limitata nel tempo e comunque di massiccio impatto, e non una guerra di lunga durata e costi insostenibili. Questo punto di vista potrebbe addirittura giocare a vantaggio dell’Iran, che in pratica “giocherebbe in casa” e non a migliaia di chilometri di distanza dal proprio territorio nazionale. A Washington invece, regna l’opinione che una pressione costante, accompagnata dalla deterrenza, possa ottenere buoni risultati. Due visioni strategiche completamente opposte.
A tutto questo si deve aggiungere la presenza di altri Paesi coinvolti nella diatriba Teheran-Washington, principalmente Turchia, Israele Oman e Stati del Golfo, che hanno assunto un atteggiamento di stretta osservazione dei negoziati, sena nascondere i timori per un eventuale errore di valutazione da parte di uno dei due contendenti, o di entrambi. Naturalmente, l’atteggiamento israeliano (e americano di conseguenza) è quello di ritenere che una risposta iraniana circoscritta e limitata, sarebbe in ogni caso una violazione dei limiti imposti, e quindi con il rischio di scatenare una escalation fuori controllo.
A monte di tutto questo, vi è poi il pericolo che le parti in causa possano equivocare e male intendere le reciproche motivazioni.
Non bisogna poi tralasciare il rischio di una escalation limitata, sia con attacchi di droni o missili, incidenti marittimi o raid israeliani, che potrebbero accadere mentre sono in corso le trattative, e farebbero precipitare la situazione.
