Ro.Ro. – La rinascita economica della Siria del dopo Assad è ancora in fase embrionale, e gli investitori, soprattutto la comunità imprenditoriale nazionale, pare non avere ancora ricevuto sufficienti garanzie per impegnarsi, probabilmente perché ancora troppo legata alla leadership politica. La liberalizzazione economica degli anni ’90 aveva dato origine a una classe di imprenditori che si sono formati durante il dominio di Bashar Al Assad, che aveva accentuato la concentrazione della ricchezza e dell’influenza attorno a poche figure. Oggi, nella nuova Siria, sono necessari soprattutto investitori stranieri, e in questo contesto, l’Italia può avere un ruolo importante.
L’attuale sistema economico siriano ha ancora, al proprio interno, tracce dei legami con il passato, ma ha fondamentali caratteristiche diverse. I progetti di investimento continuano ad avere necessità di accesso diretto al governo, ma al tempo stesso quello che una volta era il fondo sovrano è diventato uno dei principali strumenti attraverso i quali l’attuale governo può finanziare la ricostruzione. Parte non trascurabile è costituita dai beni confiscati ai diversi membri del regime, che possono essere una importante attrattiva per gli investitori che vogliono ottenere un’autorizzazione a operare in Siria, o per quegli stessi imprenditori che hanno lasciato il Paese a causa della guerra civile, e intendono rientrare e investire nel proprio Paese.
In Siria oggi vige un modello economico che accoglie l’iniziativa privata, ma le decisioni finali sono comunque influenzate dalla leadership politica. In un Paese che sta affrontando la propria meritata rinascita, e dopo i riconoscimenti che il presidente Ahmad Al Sharaa ha ottenuto a livello internazionale, il problema prioritario rimane però la carenza di capitale, dopo decenni di schiavitù sociale, guerra intestina e impoverimento economico, che giustifica l’atteggiamento prudente degli investitori stranieri, anche di quelli provenienti dagli stessi Paesi arabi, come ad esempio dall’Arabia Saudita, o dal Qatar che ha offerto sostegno per il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici, o ancora dagli Emirati, che hanno manifestato interesse per i grandi progetti, soprattutto nel settore immobiliare.

Altro ostacolo da superare sono le condizioni dell’apparato bancario statale, dal momento che gli istituti di credito siriani non operano ancora a un livello sufficiente per garantire impegni su grande scala. La ricostruzione quindi deve approfondire una adatta pianificazione soprattutto a livello amministrativo, con una capillare ridistribuzione del personale e relative competenze.
Molti funzionari, risultato collusi con il passato regime, sono stati rimossi, ed è quindi necessaria una sostituzione, che può riuscire in buona parte convincendo i molti che hanno lasciato la Siria, a rientrare, con sufficienti garanzie. E per quanto riguarda le imprese straniere, queste mancanze rappresentano ancora scetticismo per poter entrare nel mercato siriano. Chi ha l’autorità legale per approvare un progetto? Quale tribunale garantirà l’esecuzione di un contratto? Come si può verificare la titolarità di una proprietà? Come possono essere trasferiti i profitti fuori dal Paese? Finché queste questioni non saranno affrontate, la Siria faticherà a diventare un contesto imprenditoriale adatto ad attrarre capitali.
Uno dei problemi fondamentali, se non il più importante, è che la Siria oggi è ancora un Paese diviso, La parte settentrionale ha stretto forti legami con il mercato turco, attivo sul territorio, la lira turca circola in alcune aree, e parte della fornitura di energia elettrica proviene dalla Turchia. Aleppo, con la sua lunga tradizione industriale e imprenditoriale, beneficia inoltre del ritorno di siriani che hanno trascorso all’estero gli anni della guerra.
Nella Siria meridionale è ancora marcata l’influenza tribale, che si estendono fino alla Giordania, considerando inoltre l’intromissione militare israeliana.
La parte orientale ha caratteristiche ancora differenti, a causa dell’influenza della componente curda (la seconda etnia più numerosa del Paese) e delle complesse dinamiche legate alla sicurezza e alle risorse energetiche della regione. Damasco rimane il centro politico e simbolico del Paese e immagine che il governo presenta alla comunità internazionale.
Questa diversità implica che gli investitori internazionali dovranno adottare strategie locali. Un modello imprenditoriale efficace nella provincia di Aleppo, potrebbe non essere adatto alla provincia di Damasco, oppure in altre parti della Siria.
Da non trascurare poi l’importante parte che potrebbe giocare l’imprenditoria libanese, speranzosa in una Siria ben funzionante, in quanto grande opportunità economica, ma ancora prima di pensare a una imprenditoria libanese in Siria, è necessario risollevare le condizioni economiche dello stesso Libano.

Per quanto riguarda le possibilità italiane in Siria, anche in questo caso esistono priorità da risolvere. Non è un segreto che nel periodo di caos e conflitto civile, buona parte degli investitori italiani sperasse in una vittoria del passato regime, e ancora oggi, i Siria, molti interpretano quella scelta come una normalizzazione prematura dei rapporti con il precedente governo. Non è comunque una difficoltà impossibile da superare, perché basterebbe poco per dimostrare che l’Italia ha voltato pagina ed è pronta a instaurare rapporti costruttivi con la nuova Siria.
Nonostante queste difficoltà, l’Italia presenta diversi vantaggi. Le imprese italiane hanno dimostrato notevole capacità di adattamento in Libano e in altri mercati regionali, specialmente nei settori delle attrezzature industriali e delle infrastrutture. E nell’energia sarebbe buona cosa accelerare, in quanto i concorrenti americani e regionali si stanno già posizionando. Altre opportunità sono telecomunicazioni, edilizia specializzata, sistemi manifatturieri, ingegneria civile, restauro e servizi urbani. Una mossa intelligente sarebbe puntare su settori nei quali le imprese italiane possono contare su vantaggi competitivi, ad esempio contando sulla comunità siriana che ha vissuto e lavorato in Italia nell’ultimo decennio, anche solo a livello di mediazione.
Certo è che il futuro della Siria avrà conseguenze ben oltre i confini nazionali, vista la posizione geostrategica e geopolitica. Solo a livello regionale, la stabilità o meno della nuova Siria influenzerà Libano, Giordania, Turchia, Iraq e l’intero Mediterraneo orientale.
