Erede della tradizione trabalhista (laburista) brasiliana, rappresentata da figure come Getúlio Vargas (1882-1954) e Leonel Brizola (1922-2004), Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula, già lustrascarpe, operaio e sindacalista, è stato rieletto Presidente del Brasile domenica 25 ottobre 2026, con il 51,79% dei voti contro il 48,21% dell’estremista di destra liberal-conservatore Flávio Bolsonaro. Circa 4 milioni e mezzo in più rispetto all’avversario.
Ha vinto la vita contro la morte. Ha vinto l’amore, la giustizia sociale, la sovranità nazionale, contro l’odio, la violenza, la corruzione, la barbarie liberal-capitalista al servizio di Washington.
Lula, arzillo ottantunenne leader del Partito dei Lavoratori (PT), che si appresta a guidare il suo quarto mandato non consecutivo, forte delle sue conquiste sociali (non ultima la riforma costituzionale sulla riduzione dell’orario di lavoro, sostenuta dal suo governo e promulgata durante il suo mandato), ha affermato che porrà al primo posto le politiche di assistenza agli anziani e che darà maggior rilevanza alle politiche in favore delle donne.
Egli, ribadendo il suo rispetto per la laicità dello Stato, ha altresì dichiarato: “Non ho preferenze per nessuna religione. Ho una preferenza per la fede del popolo brasiliano”, ribadendo anche che la sua vittoria segna “una sconfitta delle menzogne” diffuse dal suo avversario.
Egli ha altresì annunciato di voler regolamentare le piattaforme digitali, chiedendo che i crimini commessi online siano equiparati a quelli commessi nella vita reale.
Lula ha puntato il dito contro le grandi aziende che evadono le imposte, tentando al contempo di influenzare il voto e ha anche denunciato le interferenze esterne che hanno tentato di influenzare la campagna elettorale.
Il Presidente Lula ha promesso anche di universalizzare la scuola a tempo pieno fino al termine dell’istruzione secondaria e ampliare i programmi di sostegno economico agli studenti, affinché nessuno sia costretto ad abbandonare gli studi per lavorare.
Egli ha annunciato massicci investimenti nell’insegnamento della matematica e dell’ingegneria, al fine di creare un’Intelligenza Artificiale interamente brasiliana, sfruttando anche le energie rinnovabili del Paese.
Lula ha altresì promesso una riduzione della deforestazione per i prossimi quattro anni.
Investimenti in scuola, tecnologia, assistenza agli anziani, ambiente.
Queste le parole d’ordine del leader del Partito dei Lavoratori (PT), sostenuto in questa tornata elettorale da pressoché tutta la sinistra brasiliana socialista, socialista democratica, comunista e verde.
Fa piuttosto sorridere che il PD e la sedicente “sinistra” nostrana esaltino Lula, pur rappresentando l’esatto opposto della sua politica, sia interna che internazionale.
Lula è, infatti, sempre stato dalla parte del popolo brasiliano. Dalla parte della giustizia sociale, della sovranità nazionale, dell’indipendenza economica. E’ sempre stato dalla parte del popolo palestinese e contro i crimini di Netanyahu. Sulla crisi ucraina ha spesso speso parole critiche nei confronti di Zelenksy e nel suo non voler scendere a compromessi e ricercare la pace. Ha sempre lavorato, assieme alla Repubblica Popolare Cinese, nell’ambito del gruppo degli “Amici per la pace sulla crisi ucraina” per una soluzione pacifica del conflitto, insistendo sulla necessità di un accordo che coinvolga entrambe le parti ed evitato qualsiasi forma di imposizione di sanzioni alla Russia. Nel 2023 ha peraltro suggerito a Kiev di prendere in considerazione la cessione della Crimea (già annessa alla Russia nel 2014, con un referendum) nell’ambito di un accordo di pace, precisando successivamente che la questione territoriale avrebbe dovuto comunque essere affrontata direttamente da Russia e Ucraina.
Un leader come Lula, in realtà, in Europa manca da moltissimi decenni. Non parliamo poi dell’Italia, ove sono da anni onnipresenti due schieramenti liberal-capitalisti e pressoché entrambi di destra, agli ordini dei desiderata di Bruxelles e Washington.
Lula vince perché è coerente, pragmatico, perché viene dal basso senza dimenticare i suoi Maestri politici, Vargas e Brizola.
In pochi, in Italia, conoscono Leonel Brizola, Sindaco di Porto Alegre e Governatore dello Stato di Rio Grande do Sul e dello Stato di Rio de Janeiro, oltre che molto amico dell’ex Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi e figura di punta dell’Internazionale Socialista di quegli anni.
Egli fu uno di quei socialisti autentici, populisti di sinistra nel senso più positivo del termine, che promosse in Brasile le nazionalizzazioni dei settori chiave dell’economia e politiche in favore delle classi più povere della popolazione, entrando in politica guidando l’ala giovanile del Partito Laburista Brasiliano dell’allora Presidente Getúlio Vargas.
Fondatore del Partito Democratico Laburista (PDT), fu inizialmente in competizione con Lula, ma, dal 1998 in poi lo sostenne.
Personalmente, pur avendo una forte coscienza politica e avendo militato in passato in formazioni socialiste e repubblicane mazziniane, non voto da moltissimi anni e, nella mia vita, mi sono recato alle urne piuttosto di rado. Purtuttavia, come ho spesso avuto modo di dire ad amici brasiliani militanti del PT e del PDT, non avrei alcuna esitazione, se fossi brasiliano, a militare nei loro partiti e a votare per Lula, uno dei migliori leader al mondo, a mio avviso, accanto al Presidente cinese Xi Jinping, al Premier slovacco Robert Fico e al Premier bulgaro Rumen Radev.
Non a caso, la sua vittoria è stata salutata con favore da esponenti della cultura e della politica socialista autentica, dall’ex leader dei Pink Floyd Roger Waters, passando per l’ex leader laburista e deputato britannico Jeremy Corbyn, fino al leader della sinistra francese Jean-Luc Mélenchon.
Reazioni molto positive anche dalla Repubblica Popolare Cinese, i cui organi di stampa hanno sottolineato come la rielezione di Lula possa garantire una continuità dei rapporti fra Brasile e Cina e dare nuovo slancio alla cooperazione nel Sud del mondo.
Luca Bagatin
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