CRONACA AMARA DI UN COLLASSO PROGRAMMATO: DALLO SMANTELLAMENTO DELLA SCUOLA ALL’IMPOTENZA PATRIARCALE, FINO ALL’AGONIA DI UNA GENERAZIONE TRUFFATA
LA GRANDE SVENDITA POLITICA: DALLA SINISTRA DI CLASSE AI CLUB PRIVATI DA APERITIVO
L’attuale disastro socio-economico in cui affonda l’Occidente — con l’Italia a fare da fiera capofila — non è certo un imprevisto della sorte, ma il capolavoro politico di una classe dirigente che dagli anni ’90 in poi ha applicato con zelo scientifico le ricette del disciplinamento di classe. Morto e sepolto il blocco sovietico, i nostri lungimiranti teorici del neoliberismo hanno pensato bene di cancellare qualsiasi traccia di rappresentanza reale dei lavoratori.
L’operazione nostrana è stata un capolavoro di perversione: prima si sono perseguitati e annientati i partiti della sinistra di classe e le grandi tradizioni socialiste, poi li si è rimpiazzati con nomenclature vuote, cartelli elettorali senza anima e club privati da aperitivo. La gloriosa parabola che ha visto la fusione tra i resti de-ideologizzati del post-comunismo e il centrismo felpato della Margherita ha dato alla luce la nuova Democrazia Cristiana: un comitato d’affari privo di visione, genuflesso al “vincolo esterno” europeo, ossessionato dalle privatizzazioni e devoto alla svalutazione del lavoro. Il dibattito pubblico? Annientato, ridotto a un teatrino di battute innocue, passerelle televisive e vuoto spinto, mentre dietro le quinte si smontava pezzo per pezzo lo Stato sociale per consegnarlo al capitale finanziario.
LA SCUOLA AZIENDALIZZATA E IL DECLASSAMENTO DEGLI INSEGNANTI: ADEMPIMENTI BUROCRATICI E DIDATTICA DA COMPILAZIONE
Non contenti di aver sventrato la politica, i nostri tecnocrati si sono accaniti contro il luogo che più di tutti rischiava di produrre menti capaci di pensare: la scuola e l’università pubblica. La formazione è stata trasformata in un grottesco parco giochi aziendale soffocato da un’incontinenza burocratica senza precedenti. L’insegnamento autentico, la teoria critica e la lettura di classe sono stati cacciati a pedate per far spazio al gergo demenziale dell’”occupabilità”, delle “competenze trasversali”, dei progetti a crocette e della “formazione continua”.
In questo capolavoro di burocratizzazione, il docente — un tempo figura intellettuale e punto di riferimento sociale — è stato degradato a burocrate di terz’ordine, un compilatore di griglie di valutazione sottopagato, umiliato e costantemente ricattabile. La scuola non deve più formare cittadini consapevoli, ma docili ingranaggi per un mercato del lavoro che non c’è. E se poi il precario non trova lavoro, la colpa è sua che “non si è formato abbastanza”: il sublime nonsense neoliberista che trasforma il fallimento sistemico di un Paese in un difetto di fabbrica del singolo studente.
LA MISOGINIA STRUTTURALE DEL PATRIARCATO E LA TRINCEA DELLE PROFESSIONI FEMMINILIZZATE
A coronare questo delirio interviene la proverbiale misoginia strutturale dell’architettura sociale italiana. Esiste una legge cinica e mai scritta ma applicata con precisione chirurgica: non appena un settore lavorativo viene massicciamente occupato dalle donne, il sistema ne decreta istantaneamente la pauperizzazione salariale, il declassamento sociale e il totale abbandono istituzionale. Per la mentalità reazionaria e patriarcale, solo i mestieri che consentono al “capofamiglia” di ostentare potere e mantenere la truppa domestica meritano stipendi e rispetto; tutto ciò che riguarda la cura, l’educazione e la conservazione del tessuto sociale è robetta da donne, e quindi può essere tranquillamente sottopagato e maltrattato.
Il nonsense tocca vette tragiche proprio nei settori cardine della società: la scuola e la sanità. Insegnanti e medici — per la stragrande maggioranza donne — non solo vengono pagati con le briciole, ma sono lasciati letteralmente in trincea a gestire le macerie dello Stato sociale. Professioni che dovrebbero essere sacre vengono regolarmente esposte a tassi spaventosi di burnout e a una spirale di violenza fisica e verbale che va dalle aggressioni nei pronto soccorso ai tentati omicidi tra i banchi di scuola. Invece di tutelare chi mantiene in vita la popolazione e ne educa i figli, lo Stato patriarcale preferisce finanziare la speculazione, lasciando chi cura e chi insegna al proprio destino, senza più un briciolo di autorevolezza né di protezione.
LA GENERAZIONE ’70-’80: VENT’ANNI DI PARCHEGGIO SOCIALE E RICATTO BIOLOGICO
Chi ha avuto la sventura di nascere tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 ha fatto da cavia da laboratorio per questo esperimento d’estorsione di massa. A una generazione iper-formata e colta è stata propinata la ricetta del ricatto permanente: stage gratuiti a vita, tirocini farsa, supplenze precarie e contratti di due mesi, il tutto condito dalla solita sviolinata paternalista del “devi fare ancora gavetta” e “non sei abbastanza pronto”.
Questo perverso parcheggio sociale è servito a tre cose: primo, a spremere lavoro qualificato a costo zero per tenere in vita aziendine e apparati pubblici incapaci di fare innovazione; secondo, ad anestetizzare qualsiasi velleità di rivolta sociale, spingendo le persone a colpevolizzare se stesse invece di bruciare le piazze mentre passavano i decenni migliori della loro vita senza poter comprare casa né fare figli; terzo, a regalare allo Stato vent’anni di tempo per ristrutturarsi, digitalizzare la sorveglianza e blindarsi con leggi repressive in vista della futura rabbia di chi non ha più nulla da perdere.
LA FARSA DELLA MANOSFERA: I MITI DA TASTIERA SULLA MINIERA E IL CROLLO DEL PATRIARCATO DA STRIP-CLUB
Quando il sistema non ha più risorse per comprare la pace sociale, scatta la reazione grottesca: il tecno-fascismo assolda influencer da quattro soldi e megafoni da tastiera per rispolverare teorie lombrosiane, maschilismo d’accatto e gerarchizzazioni biologiche. Nasce così il circo della manosfera, popolato da soggetti che sognano il ritorno al patriarcato ed evocano con nostalgia le epiche fatiche della miniera e dei cantieri per pretendere sottomissione femminile, servitù domestica e venerazione.
Peccato che la realtà materiale sputi in faccia a questa mitologia ridicola:
- Le donne in miniera ci sono sempre state: già nel XIX secolo in Europa le donne (le celebri Pit Brow Women) e i bambini si spaccavano la schiena nelle cave. Oggi, nel Sud Globale — dall’America Latina all’Africa e all’Asia — la presenza femminile nell’estrazione pesante è imponente e documentata. Nessun leone da tastiera della manosfera occidentale lavora in miniera: la maggior parte galleggia tra contrattini precari nel terziario dequalificato, call center o scrivanie alienanti dell’IT.
- Nei cantieri la manodopera è migrante: in Italia e in tutto l’Occidente, i lavori edili più usuranti e pesanti sono svolti quasi esclusivamente da lavoratori migranti, africani, ispanici o asiatici, con tassi di presenza femminile peraltro in netta crescita globale. I nostalgici autoctoni del patriarcato al cantiere ci vanno solo per fare i cantieri-sitter, passeggitori da marciapiede.
- Il cortocircuito economico: il patriarcato storico, piaccia o no, si reggeva sul fatto che il breadwinner portava a casa lo stipendio per tutti. La manosfera odierna produce invece maschietti fragili e precari che pretendono servitù e sottomissione da donne che spesso lavorano il doppio di loro, mandano avanti la baracca, gestiscono i figli e magari li devono pure mantenere. DALLA REPRESSIONE POLIZIESCA AL DESERTO DEMOGRAFICO: LA VITTORIA PIRRICA DEL TECNO-FASCISMO
L’illusione infantile delle élite tecno-fasciste è che basti manganellare le proteste, riempire le carceri e riempire la vita dei giovani di precedenti penali per raddrizzare la società e far ripartire i profitti. È la tipica cecità di chi pensa di risolvere la fame vietando alle persone di lamentarsi del vuoto nello stomaco.
Se questo modello autoritario vincerà nel breve termine, non otterrà affatto una classe lavoratrice disciplinata ed efficiente, ma costruirà soltanto un immenso deserto. Criminalizzare la marginalità giovanile ed estromettere migliaia di ragazzi dal circuito economico formale condurrà all’azzeramento definitivo della natalità e a una fuga di cervelli senza precedenti. Il tecno-fascismo si troverà a governare un territorio spettrale: un Paese di vecchi impoveriti, svuotato di competenze, privo di qualsiasi fiducia nelle istituzioni e attraversato da una rancorosa disperazione. E gli aguzzini della finanza, alla fine, non troveranno più nulla da spremere.
IL REDDITO UNIVERSALE INCONDIZIONATO: L’UNICA UTOPIA RAZIONALE CONTRO L’ESTINZIONE SOCIALE
Sullo sfondo di questo scempio si scaglia la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale e dell’automazione avanzata. Invece di usare le macchine per liberare l’umanità dal lavoro alienante, il capitale le sta usando per mortificare il lavoro intellettuale, polverizzare gli stipendi ed eliminare il pensiero critico. Continuare a legare la sopravvivenza fisica al ricatto del lavoro salariato è diventato un nonsense logico ed economico.
Le misure di tutela non sono una romantica concessione per cuori teneri, ma una necessità di sopravvivenza per il sistema stesso:
- Reddito di Cittadinanza Universale e Incondizionato (UBI): un assegno slegato dalla prestazione lavorativa è l’unico modo per spezzare la catena del ricatto, ridare dignità alle persone e — se proprio i padroni ci tengono — garantire la sussistenza dei consumi di base. Se il sistema vuole che la gente compri le sue merci, deve prima darle i soldi per non morire di fame.
- Dignità e tutela per l’economia reale: per quei lavori che rimarranno necessari, occorrono stipendi dignitosi, una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e la completa messa in sicurezza della salute e dei diritti dei lavoratori.
- Messa al bando dell’economia parassitaria: bisogna smetterla di impoverire il Paese per ingrassare la speculazione finanziaria. Insegnanti, medici, operatori della salute e lavoratori culturali devono tornare a essere il cuore pulsante della società.
Senza l’introduzione immediata di un Reddito Universale e senza il ripristino della dignità del lavoro e del sapere, il tecno-fascismo non edificherà alcun nuovo impero: si limiterà a celebrare il proprio trionfo sopra una distesa di rovine.
