Ci sono terre che si riconoscono al primo sguardo, legate da un filo sottile ma indistruttibile tessuto dalle acque antiche del Mediterraneo. L’Egitto e l’Italia non sono semplicemente due nazioni geograficamente affacciate sullo stesso mare; sono due culle di civiltà, due matrici di memoria e bellezza che da millenni continuano a parlarsi attraverso l’eco delle pietre monumentali, l’ingegno artistico e, soprattutto, il respiro universale dell’arte.
A incarnare questa straordinaria sinfonia di fratellanza e diplomazia culturale è la professoressa Rania Yehia. Musicista raffinata – flautista dell’Orchestra dell’Opera del Cairo, docente e già direttrice del Dipartimento di Filosofia dell’Arte all’Accademia delle Belle Arti della capitale egiziana –, Rania Yehia ha impresso un segno indelebile durante il suo mandato di un anno e mezzo alla guida dell’Accademia d’Egitto a Roma.
Prima musicista e tra le rare figure femminili al vertice di una delle istituzioni diplomatico-culturali più prestigiose della Capitale, ha trasformato l’Accademia in un crocevia pulsante di incontri: oltre duecento eventi che hanno saputo sposare il patrimonio millenario delle rive del Nilo con la sensibilità creativa italiana ed europea, tessendo intese con accademie, musei, fondazioni e maestranze.
A circa sette mesi dalla conclusione della sua missione romana, Rania Yehia è tornata in Italia per raccogliere il frutto di una semina instancabile. Un ritorno scandito da prestigiosi riconoscimenti che celebrano il suo ruolo fondamentale nel rinsaldare le relazioni culturali bilaterali: il solenne ingresso nell’Accademia Archeologica Italiana per la classe di discipline artistiche, celebrato nella splendida cornice di Villa d’Este a Cernobbio, e un ulteriore alto encomio istituzionale legato all’Istituto di Lingua e Cultura Araba guidato dal prof. Wael Farouk.
Riconoscimenti che non premiano soltanto un percorso accademico e diplomatico di prim’ordine, ma testimoniano la forza feconda del soft power: la diplomazia dei popoli, quella che non si arresta ai protocolli formali, ma vibra nelle note di Verdi e Vivaldi, respira nei laboratori del nuovo Grand Egyptian Museum e si rinnova attraverso l’energia instancabile delle donne.
In questa conversazione appassionata, Rania Yehia ripercorre le tappe di questo legame indissolubile tra due patrie dell’anima, svelando come la musica e la memoria condivisa possano ancora oggi costruire la più solida architettura di pace.

L’Intervista
PB: Dottoressa Yehia, dopo circa sette mesi dal termine del suo mandato come direttrice dell’Accademia d’Egitto a Roma, è tornata in Italia con un programma fitto di attività culturali tra il Nord e il Centro Italia e per ricevere due importanti riconoscimenti, tra cui la nomina ad accademica dell’Accademia Archeologica Italiana a Villa d’Este a Cernobbio. Che emozione ha provato nel rimettere piede in questo Paese?
È stata un’emozione profonda e travolgente. Tornare in Italia e sentire questo calore significa comprendere che il lavoro svolto durante la mia missione culturale non solo è rimasto vivo, ma è stato pienamente riconosciuto e apprezzato dalle istituzioni e dagli amici italiani. Quando ho assunto la direzione dell’Accademia d’Egitto a Roma era la prima volta che mi allontanavo a lungo dalla mia terra: ho lasciato mio marito, i miei figli e la mia famiglia. Eppure, arrivando qui, non ho mai provato la minima sensazione di estraneità. L’Italia mi ha accolto a braccia aperte; pur essendo una civiltà europea e non orientale, ho avvertito subito una simpatia spontanea tra le nostre due popolazioni. Questo premio a Como e l’affetto ricevuto mi fanno sentire onorata e confermano che l’amore, la stima e la cooperazione che abbiamo costruito sono un sentimento reciproco e indissolubile.
PB: Lei parla spesso di un’affinità elettiva tra le nostre due sponde. Quali sono i veri punti di contatto tra la civiltà egiziana e quella italiana?
La prima radice comune è l’immensità della storia. Roma e l’Egitto custodiscono due tra le più grandi civiltà dell’umanità, fari di consapevolezza, arte e bellezza noti in tutto il mondo. Ma c’è un aspetto ancora più intimo: la ricchezza delle specificità territoriali. Come in Italia ogni regione, da Nord a Sud, possiede un’identità propria, una natura peculiare, una lingua e una specifica bellezza artistica, così avviene in Egitto lungo il corso del Nilo. L’Italia è un mondo intero: una terra che non finisce mai di stupirti, dove non ci si può mai accontentare perché risveglia continuamente la sete di conoscere, scoprire e meravigliarsi.

PB: Guardando alla quotidianità, cosa l’ha colpita di più del modo di vivere italiano, delle città e delle istituzioni culturali?
L’arte e la musica vissute ogni giorno. Durante il mio mandato a Roma non ho perso un solo giorno: andavo all’Opera, assistevo a concerti, visitavo mostre e frequentavo le istituzioni. C’era un dialogo quotidiano con le realtà italiane, europee e le altre accademie straniere: loro invitavano me e io invitavo loro. Questa presenza costante mi ha permesso, in un tempo concentrato di un anno e mezzo, di maturare un’esperienza vastissima e di stringere legami solidi e profondi con la società italiana.
PB: Oltre alla diplomazia, la sua voce primaria è quella della musica. Da musicista e studiosa, come dialoga la tradizione classica occidentale con quella orientale?
La musica è l’unico vero linguaggio universale: non ha bisogno di parole, arriva direttamente all’anima e racconta a tutti la stessa emozione. Ho studiato al Conservatorio fin da bambina, imparando ad amare sia la musica orientale sia la musica classica occidentale. Questa formazione bivalente ci insegna ad apprezzare le diverse culture: custodiamo gelosamente la nostra identità e le nostre radici, ma al tempo stesso apriamo gli occhi e la mente verso l’altro.
PB: E per quanto riguarda la tradizione musicale italiana, qual è il suo rapporto con i nostri maestri e con l’opera lirica?
Amo la musica italiana perché l’ho imparata e interiorizzata fin dall’infanzia. Ho suonato moltissima letteratura musicale italiana, maestri come Antonio Vivaldi, Domenico Scarlatti e Giuseppe Verdi, inserendoli nei miei programmi di studio, negli esami e nei concerti. La musica italiana è diventata parte integrante della mia stessa cultura e del mio percorso artistico.

PB: C’è un capitolo storico straordinario che lega Giuseppe Verdi proprio all’Egitto e all’inaugurazione del Canale di Suez. Ce ne parla?
È una pagina storica memorabile che dura da oltre centocinquant’anni. Nel 1869, in occasione dell’inaugurazione del Canale di Suez, il Khedivè Ismail volle costruire il Teatro dell’Opera Khediviale al Cairo, affidandone la realizzazione ad architetti italiani: fu il primo e unico teatro d’opera di tutto l’Oriente. Per celebrare quella svolta epocale e accogliere i sovrani e i delegati di tutto il mondo, il Khedivè commissionò a Giuseppe Verdi un’opera monumentale dedicata espressamente all’Egitto: nacque così l’Aida, che debuttò al Cairo nel dicembre 1871 divenendo una delle opere liriche più amate e rappresentate al mondo. Fu un ponte straordinario: l’architettura italiana edificava la casa dell’opera al Cairo e la musica lirica di Verdi consacrava la storia e il mito della terra dei faraoni.
PB: Durante i diciotto mesi alla guida dell’Accademia d’Egitto, lei ha impresso un ritmo serrato, aprendo le porte a oltre duecento eventi tra artisti arabi, italiani ed europei. Che valore ha avuto questa missione?
Sentivo una responsabilità fortissima, come egiziana, come musicista e come donna. L’Accademia d’Egitto a Roma vanta quasi un secolo di storia e i direttori che mi hanno preceduto hanno svolto un lavoro prezioso; tuttavia, forte della mia formazione sia nella musica europea che in quella orientale, ho voluto dare un tocco in più, un’apertura ancora più ampia. Ho voluto che l’Accademia fosse una casa aperta: partecipavo quotidianamente a incontri con le istituzioni, promuovendo mostre d’arte, concerti e scambi accademici, facendo vera e propria diplomazia culturale per rinsaldare l’asse tra Roma, l’Egitto e l’Europa.
PB: Lei è cresciuta professionalmente all’interno del Ministero della Cultura egiziano. Quanto conta questa radice nella sua visione dell’uomo e della società?
Io sono figlia della cultura egiziana: sono cresciuta e ho dedicato tutta la mia vita al Ministero della Cultura. Ci credo fermamente perché questo ministero tocca il pensiero, la coscienza, l’arte, le idee e le condizioni dello spirito umano. Ha un ruolo cruciale per la vita dell’essere umano e per l’umanità intera. La cultura rende l’uomo sano ed equilibrato. L’Egitto ha attraversato momenti complessi e critici, compresa la parentesi con i Fratelli Musulmani; in quei passaggi, la consapevolezza culturale e il valore dell’arte sono stati gli argini fondamentali per risolvere le problematiche e proteggere l’identità del Paese.
PB: Parlando di patrimonio visivo e archeologico, l’Accademia d’Egitto custodisce una collezione dedicata al faraone fanciullo Tutankhamon. Che valore ha questo allestimento a Roma?
L’Accademia custodisce un allestimento magnifico dedicato a Tutankhamon e a sua moglie: si tratta di repliche ufficiali a grandezza naturale, realizzate con le stesse dimensioni e con una perizia fedelissima rispetto ai pezzi originali. In passato, grazie alla cooperazione tra il governo italiano e quello egiziano, una prestigiosa selezione di reperti originali dei tesori del faraone fu ospitata a Roma per circa sei mesi ed esposta nelle sale del Quirinale per la mostra “I tesori dei faraoni”, inaugurata alla presenza del Presidente della Repubblica e dell’Ambasciatore egiziano in Italia. Mantenere stabilmente a Roma queste opere permette al pubblico italiano e ai giovani di entrare in contatto diretto con la grandezza della civiltà faraonica.
PB: In Egitto è avvenuto un evento epocale con l’apertura del Grand Egyptian Museum (GEM). Qual è il senso strategico e culturale di questo nuovo polo?
L’apertura del Grand Egyptian Museum segna una svolta storica: è il più grande museo al mondo dedicato a una singola civiltà. Musei universali come il Louvre raccolgono testimonianze di molteplici nazioni; il nuovo museo al Cairo, invece, è concepito per riunire, custodire e valorizzare in un unico luogo la totalità della storia e dell’arte egiziana. Non è solo un luogo dove ammirare capolavori: è una scuola, un centro internazionale all’avanguardia per il restauro, la manutenzione e il recupero del nostro patrimonio. Chiunque nel mondo desideri studiare e rendere omaggio all’Egitto sa che oggi ha un punto di riferimento unico al Cairo.
PB: Il ruolo del femminile è un tema a cui lei dedica grande passione. Qual è l’eredità storica delle donne nell’arte e nella cultura egiziana?
Il protagonismo femminile in Egitto affonda le radici nella notte dei tempi e ha continuato a illuminare la modernità. Già un secolo fa le pioniere egiziane hanno rivoluzionato le arti sceniche: penso a Muneera al-Mahdi nel teatro e nel canto, ad attrici monumentali come Amina Rizq, e a Behiga Hafez, la prima donna in assoluto a comporre colonne sonore per il cinema. E poi c’è il ruolo titanico di una figura come Umm Kulthum, la voce per eccellenza dell’Egitto e dell’intero mondo arabo: a cinquant’anni dalla sua scomparsa rimane un riferimento ineguagliato, una donna che ha saputo incarnare il ruolo di autentica ambasciatrice e console dell’arte araba sul piano globale. Inoltre, oltre mezzo secolo fa, la scena musicale egiziana vedeva celebri coppie artistiche composte da uomini e donne esibirsi insieme, specchio di una società aperta e culturalmente feconda. Le nostre grandi interpreti non sono mai state comparse, ma autentiche pioniere della diplomazia culturale nel mondo.
PB: L’Egitto è oggi entrato a far parte del blocco dei Paesi BRICS. Qual è il ruolo della cultura e della cooperazione all’interno di questo nuovo scacchiere internazionale?
La diplomazia egiziana è una delle più antiche del mondo e si fonda storicamente sull’apertura, sulla stima e sul rispetto reciproco verso tutti i popoli. L’ingresso nel circuito dei paesi BRICS rappresenta un formidabile acceleratore di cooperazione: gli accordi multilaterali creano canali privilegiati non solo sul piano economico, ma facilitano la mobilità delle idee, i progetti congiunti e gli scambi culturali tra popoli di antichissima tradizione come Cina, Russia, India, Brasile ed Egitto, senza mai recidere i legami storici e fecondi con l’Occidente e l’Europa.
All’interno di questi trattati, la cultura è lo strumento più fluido e potente: rende la comunicazione tra i popoli immediata, spontanea e libera da ostacoli burocratici, costruendo intese umane durature.

PB: Quali sono i suoi progetti futuri e quali impegni la attendono adesso?
Presiedo l’associazione culturale e di società civile ZEDA (Z-E-D-A), con la quale siamo attivi su molteplici fronti: collaboriamo a programmi per sostenere il ruolo delle donne professioniste in Egitto e nel mondo arabo, anche attraverso manifestazioni culturali e premi internazionali come quello promosso dall’intellettuale iracheno Ala Al-Jabr, attivo da quattro anni in Egitto. Il mio grande desiderio è costruire gemellaggi operativi con l’Italia: proprio in questo soggiorno a Roma ho avviato le basi per un protocollo d’intesa tra la nostra associazione, Confartigianato Roma e ANCoS. L’Italia rimane parte integrante della mia vita e continueremo a tessere insieme questa trama di arte, musica e bellezza.
Rania Yehia appartiene a quella rara stirpe di donne capaci di trasformare ogni incarico istituzionale in una partitura di grazia, fermezza e visione. Il suo passaggio all’Accademia d’Egitto non è stato una parentesi diplomatica, ma la semina fertile di un’intellettuale che continua a considerare l’Italia come la sua seconda dimora spirituale.
La sua figura – musicista, accademica, custode dei diritti e dell’ingegno femminile – rappresenta una risorsa preziosa per il nostro Paese: un interlocutore d’eccezione con cui le università, i conservatori, i centri di ricerca e le fondazioni culturali italiane possono continuare a ideare cattedre congiunte, masterclass, scambi operistici e conferenze internazionali di diplomazia culturale.
Nel suo sguardo si scorge la certezza che Roma e Il Cairo, unite da un mare che non separa ma connette, abbiano ancora il dovere storico di condurre il mondo verso un nuovo Rinascimento del Mediterraneo. E finché esisteranno animi instancabili come quello di Rania Yehia, pronti a soffiare nel flauto della fratellanza e della cura, le acque del nostro mare continueranno a restituire non il fragore delle divisioni, ma l’armonia eterna di una sinfonia di pace.
Interprete dall’arabo Dottor Abdul Zahran Khalati

































































