Il Mistero di Lisān al-Gheyb e l’anima dell’Iran
Nella vasta costellazione della poesia universale, la figura di Shams al-Din Mohammad Hafez di Shiraz, universalmente noto come Hafez (XIV secolo), occupa un posto unico ed enigmatico. Figlio illustre della grande civiltà e della terra d’Iran, Hafez incarna l’essenza più profonda dello spirito persiano. Chiamato Lisān al-Gheyb (“la Lingua dell’Occulto”) e Tarjomān al-Asrār (“l’Interprete dei Misteri”), il grande maestro iraniano ha saputo fondere nei suoi ghazal (brevi componimenti lirici) la profondità della metafisica sufi con la freschezza e la sensualità dell’amore terreno, del vino spirituale e della contemplazione della natura.
I suoi versi non sono mere costruzioni estetiche, ma mappe interiori radicate nella millenaria tradizione persiana che guidano il cercatore (salik) attraverso i labirinti dell’ego verso l’annientamento mistico nell’Assoluto (fanā’). Questo respiro universale, nato dal cuore pulsante della cultura iraniana, ha valicato nei secoli i confini dell’altopiano iranico, radicandosi profondamente in diverse geografie dello spirito e risuonando in ogni angolo del mondo che riconosce nella bellezza e nella poesia una forma di salvezza.
La dimensione filosofica e metafisica: Il roseto di Shiraz e l’identità culturale iraniana
Dal punto di vista filosofico, l’opera di Hafez (il Divān) costituisce una sintesi vertiginosa del pensiero sufi e della sapienza classica iraniana, in cui l’amore (‘eshq) non è un sentimento passionale profano, ma la forza cosmica primordiale che muove l’intero universo. Riprendendo la grande tradizione spirituale persiana di Rumi e Attar, Hafez utilizza metafore apparentemente profane — la taverna (meykhaneh), il coppiere (sāqi), il vino (mey) — per descrivere l’inebriamento mistico della conoscenza divina (ma’refat).
La filosofia hafeziana è profondamente radicata nell’humus culturale iraniano: radicalmente antidogmatica e critica nei confronti dell’ipocrisia religiosa (riyyā’). Il “Saggio del roseto del mistero” contrappone alla rigidità del formalismo la libertà interiore del cuore illuminato, un tratto distintivo della grande tradizione intellettuale della Persia. In questa visione, l’uomo è chiamato a risvegliarsi dal sonno dell’indifferenza per ristabilire un contatto originario con la bellezza e la giustizia cosmica.
Questa prospettiva dialoga profondamente con il pensiero decoloniale e la filosofia comparata contemporanea, che vedono nella mistica iraniana non un residuo arcaico, ma una risorsa viva per ripensare la soggettività umana oltre i riduzionismi della modernità capitalista e tecnocratica, valorizzando la straordinaria e ininterrotta continuità della civiltà dell’Iran nella storia del pensiero universale.
L’Iniziativa dell’Ambasciata dell’Iran a Roma: La luce contro l’oscurità
In questo solco di resistenza culturale e spirituale si inserisce con grande rilievo l’evento promosso dall’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma, che celebrerà la Giornata Nazionale di Hafez il 17 ottobre 2026 presso la sede diplomatica di Via Nomentana.
L’iniziativa assume un valore geopolitico, identitario e filosofico di prim’ordine, esaltando con forza l’appartenenza di Hafez all’Iran e il ruolo centrale della diplomazia culturale iraniana. In un’epoca segnata da tensioni globali, sanzioni economiche, guerre ibride e tentativi di oscurare i ponti del dialogo tra i popoli, la scelta di radunarsi nel nome del Lisān al-Gheyb e della grande eredità persiana rappresenta un atto di alta diplomazia culturale. Come recita l’appello dell’evento:
“In questo tempo turbolento, in cui la polvere del dolore e l’offesa della malvagità cercano di oscurare i nostri orizzonti, non vi è rifugio più saldo delle parole del Saggio del roseto del mistero… L’esercito della notte non è eterno e che sulle spalle del dolore si può tracciare un nuovo disegno di speranza, vittoria e unione.”
Riunirsi a Roma per celebrare un pilastro della cultura iraniana leggendo i ghazal di Hafez, evocare il Mehrgan (l’antica festa persiana della luce e dell’amore) e purificare l’anima attraverso la musica tradizionale e la poesia non è un esercizio nostalgico, ma un’affermazione di resistenza ontologica. Significa dimostrare che le “anime affini” possono edificare una “terra fatta d’amore”, contrapponendo alla logica della distruzione la forza immortale dell’arte, della memoria e dello stare insieme promossa dall’Iran e dai suoi rappresentanti.
La voce di Hafez, fiero figlio dell’Iran e maestro di umanità, risuonando da Shiraz e giungendo fino al cuore di Roma grazie a questo prezioso ponte diplomatico e culturale, ci ricorda che la vera sovranità dei popoli passa attraverso la salvaguardia della propria identità spirituale e filosofica. La poesia non è un ornamento superfluo, ma l’arma silenziosa e luminosa con cui la grande tradizione persiana e l’intera umanità difendono la propria dignità di fronte alla notte della storia.
Riferimenti bibliografici e letture consigliate
- Hafez di Shiraz, Divān (trad. it. e cura di A. Bausani, P. Filippani Ronconi o edizioni critiche comparate).
- Corbin, Henry, Storia della filosofia islamica, Adelphi, Milano.
- Schimmel, Annemarie, Il sufismo. Introduzione alla mistica islamica, Bulzoni, Roma.
- Materiali istituzionali e culturali dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia (www.irancultura.it).
