Roberto Roggero – Lo fa perché gli si lascia fare. Forse perché non si credeva potesse arrivare a tanto, invece lo ha fatto. Il “biondo” Donald ha oltrepassato la linea rossa di ogni decenza, di ogni rispetto, del menefreghismo, della presunzione. Ha inviato aerei da bombardamento, navi, elicotteri, e niente meno che un commando speciale della Delta Force che ha rapito il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela e la moglie. Il presidente di uno Stato sovrano. Un atto di guerra in piena regola, un colpo di stato, violazione di ogni principio e diritto internazionale, aggressione, a seguito di precedenti atti di aggressione, pirateria, omicidio. Insomma, il presidente degli Stati Uniti si è reso assolutamente colpevole di questo atti di accusa, come se già non bastasse Gaza, la Siria, lo Yemen, il Libano, e altro… E a rigor di logica, dovrebbe fare lo stesso con la Corea del Nord, dove vi è un altro regime comunista, e in moltei altri Paesi, ad esempio in Africa.
Per cinque mesi, agenti della Cia sotto copertura hanno raccolto in Venezuela le informazioni che hanno permesso alla Delta Force di catturare nella notte il presidente Nicolas Maduro e sua moglie. Lo scrive Axios. L’agenzia di intelligence ha avuto “a partire da agosto una piccola squadra sul campo che è riuscita a fornire informazioni straordinarie sulle abitudini di vita di Maduro, che hanno reso la sua cattura un gioco da ragazzi”, ha riferito una fonte al giornalista Barak Ravid. Del team che ha lavorato all’operazione per diversi mesi hanno fatto parte il vicecapo di gabinetto del presidente Donald Trump, Stephen Miller, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario della Difesa Pete Hegseth e il direttore della Cia, John Ratcliffe. “Si sentivano e si vedevano regolarmente, anche tutti i giorni, sia tra di loro sia con il Presidente”, ha spiegato la fonte.
Le reazioni sono ovviamente diverse, dalla aperta condanna al cauto attendismo, al solito vergognoso rifiuto di schierarsi apertamente contro un’ingiustizia, se a compierla è il padrone. In questo il governo ha dato dimostrazione ripetute volte, e non si smentisce, in una dichiarazione dal consueto sapore di ipocrisia politica e servilismo per la quale siamo maestri: “appoggia l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica dal regime di Maduro, ma reputa l’azione militare esterna la via non esatta da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari L’Italia non ha mai riconosciuto l’auto-proclamata vittoria elettorale di Maduro. Tuttavia, coerentemente con la storica posizione dell’Italia, l’esecutivo critica l’azione militare esterna pur considerando al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico. La sicurezza della comunità italiana in Venezuela costituisce la priorità del governo”. Il governo italiano ha definito l’attacco americano “un intervento di naturale difensiva”… In Venezuela poi ci sono numerosi cittadini italiani e fra questi Alberto Trentini, e un’altra dozzina, in stato di detenzione.
Vergognoso intervento della presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, senza riferimenti all’attacco militare, alla violazione di un territorio sovrano, solo un laconico “Adesso si avvii la transizione democratica. Siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. Insieme all’Alta rappresentante Kaja Kallas (che ha ripetutamente affermato che Maduro è privo di legittimità) e in coordinamento con gli Stati membri dell’UE, ci assicuriamo che i cittadini dell’UE in Venezuela possano contare sul nostro pieno sostegno”. Sulla stessa linea anche il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa.
Vladimir Putin, che con il Venezuela ha rapporti ben noti, dimostra più coraggio: “Una inaccettabile aggressione armata che suscita profonda preoccupazione e condanna. Gli apparati diplomatici russi sottolineano che l’espulsione forzata di Maduro e della moglie costituisce un’inaccettabile violazione della sovranità di uno Stato indipendente, il cui rispetto è un principio fondamentale del diritto internazionale. La Russia è stata tra le prime a reagire. «Il Venezuela non ha rappresentato alcuna minaccia per gli Stati Uniti, né militare, né umanitaria, né criminale, né legata alla droga (quest’ultima è confermata da un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite). Pertanto, l’attuale operazione militare, così come le azioni contro il Venezuela degli ultimi giorni e settimane, non hanno alcuna base sostanziale”. La missione permanente della Federazione Russa presso le Nazioni Unite, inoltre, ha inviato una richiesta di tenere una riunione del Consiglio di Sicurezza sul Venezuela.
Condanne anche da Iran, Cina e Cuba che si è schierata apertamente a fianco del Venezuela. La risposta di Washington: “È una nuova alba”, l’ONU si limita timidamente a definire il gravissimo accaduto come “pericoloso precedente”.
L’Iran ha ugualmente usato parole dirette: “Condanna ferma e assoluta dell’attacco, pieno sostegno a Nicolas Maduro. Una flagrante violazione della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale del Venezuela, un atto di aggressione illegale”.
Dalla Francia il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot: “L’operazione militare che ha portato alla cattura di Maduro viola il principio di non uso della forza, che è alla base del diritto internazionale. La Francia ribadisce che nessuna soluzione politica duratura può essere imposta dall’esterno e che solo i popoli sovrani decidono del loro futuro”.
Da Berlino: “Con l’attacco in Venezuela gli Stati Uniti ritornano alla vecchia dottrina statunitense antecedente al 1940. Un’idea basata sulle zone di influenza nelle quali vige la legge del più forte e non il diritto internazionale”. In effetti, l’applicazione della Dottrina Monroe.
Dura anche la reazione del presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, che ha definito quanto accaduto “inaccettabile” e un precedente pericoloso per la comunità internazionale. “Questi atti rappresentano una gravissima violazione della sovranità della Venezuela e del diritto internazionale”, ha affermato il presidente brasiliano. “Attaccare Paesi in flagrante violazione del diritto internazionale è il primo passo verso un mondo di violenza, caos e instabilità, dove la legge del più forte prevale sul multilateralismo”, ha aggiunto. Anche il Brasile ha chiuso frontiera con il Venezuela. Immagini diffuse dalle forze di sicurezza mostrano veicoli della Polizia militare e reparti dell’Esercito schierati al valico di Pacaraima, nello Stato di Roraima, dove gli accessi sono sbarrati da barriere.
La reazione del presidente argentino Javier Milei, da buon cameriere della Casa Bianca, ha esultato pubblicando un “Viva la libertà!”.
Una escalation che dallo scorso settembre ha fatto registrare oltre 30 attacchi dell’esercito statunitense contro imbarcazioni sospettate di essere utilizzate per il traffico di droga nei Caraibi e nel Pacifico orientale, con oltre 110 persone uccise.
Dal 7 agosto 2025 gli USA avevano raddoppiato a 50 milioni la ricompensa per chi fosse riuscito a portare all’arresto del presidente venezuelano Maduro. Pochi giorni dopo, il 21 agosto, Washington inviava nei Caraibi tre navi da guerra, affiancate da sottomarini nucleari, aerei da ricognizione P8 Poseidon, cacciatorpedinieri e un’unità missilistica. Poi, il 27 agosto nel Mar dei Caraibi veniva disposto il più grande dispiegamento militare degli USA degli ultimi decenni.
Gli USA poi avevano lanciato un attacco il 2 settembre, contro una nave che stava presumibilmente trasportando droga, suscitando molte polemiche quando era emerso che l’esercito americano aveva effettuato un “secondo passaggio” per uccidere due sopravvissuti. Alcuni parlamentari al Congresso avevano quindi chiesto un’indagine per verificare se l’accaduto costituisse un crimine di guerra.
Trump, in quell’occasione, aveva sostenuto che la nave partita dal Venezuela, che trasportava droga, era in acque internazionali. L’attacco ha causato l’uccisione di 11 terroristi. Nessuna forza americana è stata ferita, aveva chiarito il presidente, rivendicando l’azione.
La tensione era cresciuta nei mesi successivi e a novembre Trump aveva avvertito: “Maduro ha i giorni contati'”. Il 13 novembre il Pentagono lanciava ufficialmente l’operazione Southern Spear contro i narcos nell’emisfero occidentale, guidata dalla Joint Task Force Southern Spear e dal Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom). Maduro replicava: “Lasciateci stare”.
Trump aveva poi lanciato un ultimatum a Maduro, a inizio dicembre: “Vai via subito, lascia il Venezuela se vuoi salvarti”. Ma la risposta era stata negativa. Successivamente, Maduro, secondo il Telegraph, avrebbe chiesto un porto sicuro, 200 milioni di dollari e l’amnistia per un centinaio di suoi funzionari per dimettersi e fuggire.
Successivamente, il 10 dicembre, gli Stati Uniti avevano sequestrato la petroliera ‘The Skipper’ al largo delle coste del Venezuela. La missione era stata lanciata dalla USS Gerald R. Ford, una portaerei che si trovava nella zona da settimane nell’ambito di un più ampio rafforzamento delle forze statunitensi nella regione.
Il Procuratore Generale Pam Bondi aveva pubblicato un video di 45 secondi dell’operazione su X, che mostrava personale armato scendere sul ponte della nave da un elicottero, sostenendo che gli Stati Uniti avessero eseguito un mandato di sequestro della nave perché era “utilizzata per trasportare petrolio sanzionato da Venezuela e Iran”. Meno di una settimana dopo, il presidente Trump annunciava un “blocco totale e completo” delle petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela. Gli Stati Uniti avevano poi sequestrato una seconda petroliera al largo delle coste venezuelane il 20 dicembre e avevano anche inseguito una terza petroliera che era però riuscita a sottrarsi all’abbordaggio e a fuggire.
Poi, il 29 dicembre, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avevano “distrutto” una “grande struttura” in Venezuela presumibilmente legata al traffico di droga. Il presidente americano aveva descritto l’obiettivo come una “zona portuale dove caricano le navi di droga”, ma non ne aveva specificato l’ubicazione né aveva fornito ulteriori dettagli. Il governo venezuelano aveva criticato le operazioni in mare, definendo i sequestri delle petroliere atti di “pirateria” e accusando l’amministrazione Trump di volere un cambio di regime.
Fino ad arrivare al 3 gennaio 2026, quando, intorno alle 2 della notte ora venezuelana (le 7 in Italia), a Caracas, ci sono stati boati accompagnati da rumori simili a quelli di aerei in volo. Il governo venezuelano ha denunciato subito “la gravissima aggressione militare”, incolpando gli Usa. E Trump ha poi confermato l’attacco su larga scala. Non solo, ha annunciato che il presidente Maduro “è stato catturato” e portato fuori dal Paese insieme alla moglie.
Sette forti esplosioni, accompagnate da rumori di aerei in volo, si sono udite a Caracas, in Venezuela, quando erano le 2 di questa notte.
Lo hanno riportato diversi media, aggiungendo che sarebbe stata colpita una grande base militare, nella parte meridionale della città (rimasta senza elettricità), dove è stata visibile una colonna di fumo. Per il presidente venezuelano Maduro si tratta di una “gravissima aggressione Usa”.
Donald Trump ha poi affermato che gli Stati Uniti hanno effettuato un “attacco su larga scala” al Venezuela. E ha precisato su Truth: “Gli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolas Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie. L’operazione è stata condotta in collaborazione con le forze dell’ordine statunitensi”. Secondo la CBS Maduro è stato catturato da una divisione della Delta Force, unità anti-terrorismo e missioni speciali: lui e la moglie sono stati trasportati in nave a New York, dove saranno incriminati, secondo quanto ha detto la ministra della Giustizia USA, Pam Bondi.
Gli elicotteri statunitensi hanno attaccato anche aree urbane di Caracas e ucciso o ferito un numero di civili che non è stato ancora stabilito. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino Lopez.
