Roberto Roggero – Un accordo abbozzato all’improvviso, in pochi giorni, dopo settimane di minacce, botta e risposta, con l’entrata in campo di Pakistan e Cina e l’esclusione dei Paesi del Golfo dai colloqui. Sono molti i dubbi e le domande che possano far comprendere come e perché si sia giunti a un improvviso cessate-il-fuoco, con il rischio reale che le ostilità possano riprendere da un momento all’altro.
Emergono nuovi dettagli su come si è giunti a questo punto, con indiscrezioni non confermate, che però si inseriscono alla perfezione nel quadro della situazione, come tessere di un puzzle che rende più definito l’affresco d’insieme, mentre Maggie Haberman e Jonathan Swan, giornalisti del New York Times, con un tempismo chfa sorgere ulteriori dubbi, stanno lavorando al libro “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump” la cui uscita è prevista a giugno, nel quale offrono spunti di non indifferente importanza, su come il “biondo” Donald, 47° inquilino della Casa Bianca, abbia impostato la politica americana sull’uso della forza che sta sconquassando il pianeta.
La minaccia pare essere lo strumento preferito del prepotente fulvo presidente, spesso tramutata in fatti, con i bombardamenti sui siti per la ricerca nucleare dell’Iran, sotto la costante spinta del regime nazi-sionista israeliano, con il fine di fermare definitivamente il processo di arricchimento dell’uranio da parte di Teheran (del quale per altro è stato dimostrato lo scopo a uso civile dagli organismi ufficiali internazionali) nonché la rinuncia a regolare il traffico dello Stretto di Hormuz. Nel frattempo, Donald “il biondone” non rinuncia a impossessarsi della Groenlandia, che rischia brutte sorprese come avvenuto in Venezuela e come sta avvenendo a Cuba. Nel frattempo, pare che Washington non rinunci alla doppia facciata con gli inviati speciali Steve Witkoff e il rampollo dello Studio Ovale, Jared Kushner, incaricati di condurre colloqui anche se non si sa bene con quale obiettivo.
Di certo è decisamente impossibile che una organizzazione come la Guardia della Rivoluzione Islamica, possa piegarsi alle prepotenze americane, anche se, come il “biondo” Donald ha avuto la sfacciataggine di dichiarare, avrebbe perfino rinunciato all’offerta di diventare Guida Suprema dell’Iran…!!!
Altrettanto chiaro è che il diavoletto rosso sulla spalla del fulvo presidente americano è il criminale assassino genocida Benjamin Netanyahu, che ha costante bisogno di guerre per non essere dichiarato politicamente morto, e trovarsi ad affrontare una montagna di guai con la giustizia.
Il primo ministro nazi-sionista, avrebbe spiegato al presidente americano, durante una insolita riunione nella Situation Room della Casa Bianca, che in Iran i tempi fossero maturi per un “cambio di regime”, e che una missione congiunta Stati Uniti-Israele avrebbe potuto raggiungere tale obiettivo. I fatti concreti e visibili stanno smentendo questa ossessiva convinzione.
Alla riunione con Bibi Netanyahu pare siano stati presenti, fra altre persone dei vertici politici e militari, anche Susie Wiles (capo-gabinetto del “biondone”) e naturalmente il segretario di Stato, Marco Rubio, nonché il coglione invasato e imbevuto di motivazioni pseudo-religiose Pete Hegseth, segretario della Difesa, e il generale Dan McCaine, presidente del Joint Chief of Staff. Presente anche un tale John Ratcliffe, capo della Central Intelligence Agency e, in collegamento video, un altro tale di nome David Barnea, capo del Mossad, che molte notizie, evidentemente false, davano per morto, insieme ad alcuni alti ufficiali del comando centrale delle forze israeliane. Insomma, un bel gruppo di famiglia di cervelli devastati dalla smania di potere e di presunzione di assoluta supremazia sul resto del mondo. Uno assente di rilievo, il vice-presidente J.D. Vance, impegnato in una visita di Stato in Azerbaijan (altro Paese retto da una dittatura). Non a caso, la riunione si è svolta in assenza di J.D. Vance, colui che pare possa insidiare la poltrona alla quale il “biondo” Donald è morbosamente attaccato, anche più di quanto Linus sia attaccato alla coperta.
Nel corso della riunione, il Mossad avrebbe reso note all’amministrazione americana, tutte le immagini di chi, in Iran, potrebbe assumere ruoli di primo piano, in seguito all’uccisione degli attuali leader, nonché di chi sarebbe giudicato idoneo ad assumere la guida della Repubblica Islamica, nella convinzione che l’aggressione all’Iran finisca con la assoluta vittoria.
Gra le figure indicate, pare sia apparsa anche quella di Reza Pahlavi junior, figlio del defunto Scià, esiliato nel 1979 dalla Rivoluzione condotta dall’Imam Ruhollah Khomeini.
Il genocida Netanyahu avrebbe chiarito che la campagna militare poteva essere in grado di distruggere ogni velleità di espansione iraniana, nonché programma missilistico e nucleare, e naturalmente avrebbe dato carta bianca per decidere il futuro dell’Iran, e dello Stretto di Hormuz. I rapporti raccolti dal Mossad, assicuravano la impossibilità di Teheran di rispondere in modo preoccupante ma, come si usa dire, pare che l’intelligence israeliana (per altro fra le più potenti organizzazioni del settore nel mondo) abbia fatto “i conti senza l’oste”, anche immerito al fatto che le passate proteste di massa avrebbero condotto a una sicura sommossa che sarebbe finita con un vero e proprio colpo di stato interno. Per scontato era anche dato l’intervento delle forze curde dell’Iran, cosa che invece non si è verificata. Insomma, un fiasco dopo l’altro. A scatenare il putiferio generale, la tronfia risposta del “biondo” Donald: “Mi sembra un’ottima idea!”, come se si trattasse di tirare i dadi sulla tabella del Risiko.
Subito dopo l’incontro, la CIA si sarebbe messa all’opera per verificare le informazioni fornite dal Mossad, giungendo alla conclusione che solo l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei, e l’indebolimento delle capacità di Teheran contro i Paesi vicini, erano obiettivi raggiungibili, mentre la rivolta popolare e il cosiddetto “regime change” non sarebbero stati altrettanto fattibili.
John Ratcliffe, capo dell’Agenzia, avrebbe definito letteralmente “una farsa” lo scenario che prevedeva il cambio di leadership in Iran, e tale opinione era condivisa anche dal segretario di Stato, Marco Rubio. Per quanto riguarda il generale Dan McCaine e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, nemmeno gli sembrava vero di poter farsi manifesto della grande crociata contro gli infedeli.
L’unico che ha sempre espresso totale disaccordo ai già da tempo noti piani contro l’Iran, era appunto il grande assente, J.D. Vance, che pochi giorni prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione all’Iran, avrebbe manifestato apertamente la propria opinione, sebbene con promessa di appoggiare pubblicamente il proprio capo.
La decisione di Trump di portare il Paese in guerra non sarebbe stata dettata da valutazioni dell’intelligence o dal consenso strategico dei consiglieri, che nei fatti era inesistente, ma motivata da puro istinto, dall’infallibile fiuto del “biondo” Donald…
