Roberto Roggero – Un conflitto è sempre motivato da questioni economiche, come insegna già dal 6° secolo a.C. il filosofo cinese Sun-Tzu nel celebre trattato “L’Arte della Guerra”. E il conflitto che Stati Uniti e Israele hanno portato contro l’Iran non fa eccezione. Il punto è che il “biondone” Donald e il criminale genocida Bibi hanno fatto i conti senza l’oste.
Dai roboanti proclami di veloce vittoria, e dalle continue dichiarazioni di imminente resa incondizionata della Repubblica Islamica, il “biondo” presidente ha già rivolto al Congresso diverse richieste di maggiori stanziamenti per continuare la guerra. L’ultima risale alla settimana scorsa: altri 200 miliardi di dollari. Intanto deve affrontare un drastico crollo dei consensi in patria, a causa delle conseguenze boomerang di quella che doveva essere la vantaggiosa politica dei dazi, rivelatasi un devastante boomerang per i cittadini americani, oltre alle elezioni di medio termine del prossimo novembre, e alla pesante situazione del caso Epstein, in merito al quale la Corte Suprema ha abolito l’immunità presidenziale.
Ad oggi, il “biondo” razzista prepotente vuole fare passare per bontà d’animo la necessaria condizione che lo vede costretto a sospendere per almeno un mese le sanzioni applicate alle esportazioni di petrolio iraniano, per circa 150 milioni di barili di greggio, ovvero un valore di circa 15 miliardi di dollari che entreranno nelle casse di Teheran.
Un ennesimo tentativo di bloccare le capacità militari della Repubblica Islamica, in un conflitto che, contrariamente alle previsioni dello Studio Ovale, è diventato di logoramento, nel quale l’Iran sta uscendo nettamente vincente con l’utilizzo della guerra economica.

Un esempio chiaro è il blocco dello Stretto di Hormuz per le navi che fanno capo all’alleanza USA-Israele, con probabile blocco futuro dello Stretto di Bab-el-Mandeb in accordo con gli Houthi dello Yemen. Il tutto mentre il prezzo al barile sta salendo senza controllo, e Washington fa scendere in campo il Dipartimento del Tesoro, diretto da Scott Bessent, con l’OFAC (Office of Foreign Assets Control), organismo responsabile delle sanzioni internazionali, in particolare della “Iran Related General License”, con decisione di bloccare fino al 19 aprile le imposizioni ricatto che la Casa Bianca ha assegnato all’Iran da qualche decennio.
In pratica, le petroliere cariche di greggio iraniano potranno approdare in territorio americano, in un contesto che vede sospese per 60 giorni le accanite prescrizioni del “Jones Act”, e il petrolio potrà essere distribuito anche da mediatori russi, dato che le uniche prescrizioni sono contro la Corea del Nord, Cuba e le zone dell’Ucraina occupate dalla Russia. Inoltre, è stato autorizzato anche il pagamento in dollari a Teheran.
Il “biondo” Donald non aveva ancora finito di celebrare gli effetti positivi sull’export di gas naturale liquefatto americano causati dalla bastonata subita dell’export del Qatar (a causa della guerra contro l’Iran) che oggi si trova di fronte una nuova e cruda realtà.
Negli Stati Uniti, la guerra all’Iran sta causando il rischio di un fatale e devastante rischio dell’inflazione, soprattutto sul decisivo prezzo dei carburanti. Il prezzo del petrolio americano, sebbene a tasso scontato rispetto al Brent nei mercati internazionali, ha subito una impennata esorbitante nelle ultime settimane, e la benzina alla pompa ha oggi costa oltre 3 dollari al gallone. Per gli americani un autentico shock.
È il lato ironico e fin grottesco della bravata del “biondo” presidente: ridimensionare le sanzioni all’Iran proprio mentre gli sta facendo guerra, per mettere una toppa alle conseguenze della stessa guerra, così meticolosamente programmata a tavolino con certezza di vittoria assoluta, ma senza una strategia definitiva a chiudere i giochi. E adesso: scacco matto, l’Iran ha risposto con la guerra asimmetrica, per altro prevedibile, “Le jeux sont faits, rien ne va plus”.

Altrettanto ironico e grottesco il fatto che il “biondo” Donald abbia giocato e vinto la campagna elettorale nel 2024 proprio promettendo di risolvere il problema dell’inflazione, mentre adesso ne è la causa principale, e il mancato mantenimento delle promesse gli sta facendo rivoltare contro il suo stesso Partito Repubblicano, perché alle elezioni di medio termine, gli americani guarderanno con molta più apprensione l’inflazione in casa propria, più che gli esiti della guerra all’Iran che si svolge a migliaia di chilometri dall’altra parte del globo, e che stanno pagando di tasca propria.
L’Iran è ben al corrente di questa situazione, che ovviamente gli facilita il gioco, e che quindi ha tutta l’intenzione di proseguire con maggiore impegno e pressione, A tale proposito, il portavoce del ministero del Petrolio dell’Iran, Saman Ghoodosi, ha infatti dichiarato: “L’Iran sta esaurendo le risorse in eccedenza di petrolio, da destinare ai mercati internazionali, ma la dichiarazione del segretario al Tesoro statunitense ha il solo scopo di dare speranza agli acquirenti, però il tempo gioca contro Washington”.
Il nodo fondamentale a danno degli aggressori israelo-americani è, com’è ormai noto, la questione Hormuz e, di riflesso, Bab-el-Mandeb. Washington ha preso un grosso fiasco nel non riuscire a convincere gli alleati regionali e occidentali, nell’impegno comune per riaprire il tratto di mare, perché anche uno stupido conclamato sa bene che l’Iran può controllare a proprio piacimento lo Stretto. Alleati va bene, ma il suicidio economico volontario è ben altra cosa. Nel frattempo, gli americani stanno consumando risorse a ritmi vertiginosi, e anche i Paesi del Golfo stanno toccando con mano la gravità della situazione, con l’esempio anche delle condizioni in Ucraina, dove gli Stati Uniti sono stati anche qui costretti a “mitigare” le sanzioni imposte alla Russia, mascherando anche in questo caso il provvedimento come “segno di buona volontà” per arrivare alla pace.

A tutti gli effetti, un paradosso: fare concessioni con finanziamenti di miliardi di dollari proprio al Paese contro il quale si sta facendo una guerra, sperando di congelare l’economia interna. E per la prima volta dal 1996 il petrolio iraniano potrebbe nuovamente essere venduto negli Stati Uniti…da non credere. Per altro, da notare che proprio il 1996 è stato l’anno in cui Netanyahu è salito al potere in Israele, e ha fatto della guerra all’Iran la crociata della vita, insieme a quella contro la Palestina. Solo che a pagarne il prezzo più salato ora sono gli americani.
Il tutto doveva apparire tutto come un’idea del “biondo” Donaldm perché per anni Teheran ha proposto un rallentamento delle sanzioni, utilizzando la trattativa diplomatica, e adesso, dopo quasi un mese di guerra, la Casa Bianca propone all’Iran un rallentamento delle sanzioni, senza che da Teheran fosse richiesto. Si doveva arrivare a una guerra per questo? Evidentemente il “biondo” se l’è cercata e voluta.
A monte di tutto questo paradossale scenario, pare proprio che valga il proverbio “fra i due litiganti, il terzo gode”, e nel caso specifico il terzo gaudente è la Cina, importatrice numero uno del petrolio iraniano, che è riuscita a preservare la propria linea di rifornimento energetico, evitando accuratamente di farsi coinvolgere direttamente nel conflitto.
Stati Uniti e Israele, con i paraocchi ben saldi, non hanno colto la enorme portata economica che la guerra alla Repubblica Islamica avrebbe avuto sul piano energetico del mondo, e di potenze di prima grandezza come la Cina. A questo punto, non è esagerato affermare che, proprio a causa di quella che, a tutti gli effetti storici, è la Terza Guerra del Golfo” voluta dagli USA, l’egemonia americana nel commercio mondiale è giunta al capolinea.

La storia non è maestra di vita, quando non si vuole imparare la lezione, dato che le precedenti Guerre del Golfo non si sono rivelate certo favorevoli per quanto riguarda gli Stati Uniti, perché è ormai assodato che le capacità americane di imporre la coercizione economica per pilotare sia l’economia che la geopolitica, non funzionano.
La guerra di Teheran è una guerra economica, sia regionale che globale, gli strumenti principali sono lo Stretto di Hormuz, droni e missili per saturare le difese regionali, e prezzo del petrolio. Al contrario degli obiettivi americani, l’Iran pare abbia centrano tutti e tre, rispondendo agli attacchi israeliani alle infrastrutture di gas, e ai raid americani puntando direttamente ai prezzi delle materie prime, fra cui petrolio, gas, tutte le merci in commercio a livello globale, oro, alluminio, urea, fertilizzanti e tutto ciò che passa attraverso Hormuz. E non è tutto, perché colpendo i Paesi del Golfo, colpisce la capacità di sdoganare investimenti in capitali e tecnologia.
Altro che arricchimento dell’uranio, la vera atomica di Teheran è proprio lo Stretto di Hormuz: punto fondamentale dell’economia mondiale, e arma estremamente efficace per costringere l’avversario a ridurre la tensione.
Un’altra lezione che gli aggressori non hanno voluto valutare con la dovuta attenzione, avendo di fronte ciò che ha fatto la Russia con gli oleodotti nella crisi in Ucraina, e la Cina in risposta ai dazi trumpiani, ovvero la capacità di diversificazione in grado di alleggerire la pressione statunitense sulle economie rivali.
È la stessa globalizzazione voluta dalla politica americana a impedire che un Paese rimanga isolato, creando una risposta asimmetrica, soprattutto per i Paesi che utilizzano la globalizzazione come elemento portante del proprio sistema economico. Insomma, la pratica applicazione della teoria dei vasi comunicanti.
Il contesto della medievale Guerra dei Cento Anni è finito da molto tempo, una guerra sia militare che economica non può durare per molto, e escludere interi sistemi finanziari dal meccanismo ormai interconnesso a livello mondiale non è più possibile. La globalizzazione, specie dal punto di vista economico, ormai è un organismo che ha preso vita propria e non può più essere fermato.
Se una volta, la guerra economica era l’arma americana per eccellenza, oggi non è più così. E’ la pratica realizzazione del sistema adottato dal gruppo BRICS, che ha avuto la lungimiranza di cavalcare l’onda di un sistema già in moto.
