Roberto Roggero – Si è concluso il secondo round di colloqui fra USA e Iran, incentrato sulla questione nucleare, nelle stesse ore in cui si è tenuto anche l’incontro trilaterale Stati Uniti-Russia-Ucraina.
I colloqui relativi al caso Iran hanno avuto luogo presso l’ambasciata dell’Oman a Ginevra, quindi tecnicamente sempre nel territorio del Sultanato, mediatore ufficiale, e incentrati su argomenti fondamentali, che il “biondo” presidente americano continua a volere imporre a Teheran, offrendo in cambio una relativa “distensione”, in primis smantellamento delle basi missilistiche e blocco del processo nucleare.
Secondo le dichiarazioni del capo delegazione iraniana, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, gli incontri si possono considerare un piccolo passo positivo nell’intesa sulle questioni più prioritarie, ma le parti dovranno ora lavorare sui documenti ufficiali che saranno il terreno su cui potrà essere concluso in accordo, quindi la strada è ancora lunga, e soprattutto irta di pericolose buche, curve e salite.
È già stata ufficialmente annunciata la possibilità di un terzo round di incontri, ma al momento non è stata fissata una data né un luogo, dal momento che tutto è subordinato alla stesura della necessaria documentazione che Washington e Teheran dovranno scambiarsi e valutare nei particolari. D’altra parte, vi sono ancora diversi punti senza soluzione, in particolare sulle pressanti richieste dell’amministrazione americana sulla drastica riduzione del potenziale balistico iraniano e il finanziamento delle formazioni alleate dell’Iran nella regione mediorientale, sostanzialmente in Yemen, Iraq, Siria, Libano e Territori Palestinesi, ovvero il ben noto Asse della Resistenza, che gli USA (e Israele) vogliono ridurre all’impotenza definitiva.
La mediazione di Muscat conferma il ruolo dell’Oman come canale utile quando il confronto diretto è politicamente impraticabile. A Ginevra, il ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi ha fatto da tramite tra delegazioni che hanno mantenuto il formato indiretto, provando a trasformare dichiarazioni di principio in un percorso negoziale su temi altamente tecnici: arricchimento dell’uranio, verifiche e calendario di eventuale revoca delle sanzioni.
L’Iran vuole negoziare ma non vuole essere ricattabile, quindi mostra di voler combinando disponibilità al negoziato ma senza rinunciare a chiari avvertimenti: un percorso diplomatico, ma condizionato al rischio di una escalation con conseguenze ben poco incoraggianti.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito il ciclo di incontri più “serio” e con un clima più “costruttivo” rispetto al round precedente, sostenendo che sia stata raggiunta una convergenza su principi guida destinati a diventare la base di un testo. La linea comunicativa di Teheran punta a trasmettere apertura senza concedere l’idea di un arretramento: un equilibrio delicato, utile anche sul fronte interno, dove la leadership deve evitare l’immagine di trattative condotte sotto pressione.
In ogni caso, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha avvertito che un’eventuale aggressione contro l’Iran produrrebbe una reazione non limitata ai confini nazionali, avvertimento esteso all’intera regione mediorientale, e soprattutto alle basi americane e degli alleati, oltre che a Israele, e che mira a rendere il costo di un’azione imprevedibile, sia sul piano militare che su quello politico e diplomatico. Condizione inequivocabile per Teheran rimane comunque il programma nucleare e la revoca delle sanzioni, per poter affrontare qualsiasi intesa.
Da Washington, il “biondo” Donald insiste a mettere in guardia l’Iran dalle conseguenze di un mancato accordo, ma appare deciso nel voler affrontare il problema dei missili balistici e il ruolo regionale dell’Iran, che non è disposto ad accettare un negoziato sulla propria situazione strategica, mentre gli Stati Uniti non vogliono restringere i negoziati alla sola questione nucleare, per non avere in mano solo un accordo politicamente vulnerabile.
Una situazione decisamente intricata, soprattutto perché le tempistiche della diplomazia sono ancora dettare dalla deterrenza.
