Ro. Ro. – Un dietrofront inatteso ha segnato un punto decisivo nella guerra in Medio Oriente. Il “biondo” Donald, attraverso un messaggio affidato al suo social Truth, ha concesso una proroga di due settimane dell’ultimatum lanciato contro l’Iran: “La ragione di tale decisione sta nel fatto che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari e siamo a un punto molto avanzato nella definizione di un accordo definitivo riguardante una pace a lungo termine con Teheran, nonché la pace in Medio Oriente”. Questa tregua, tuttavia, non è un assegno in bianco: Washington ha vincolato lo stop ai bombardamenti all’apertura immediata e totale dello Stretto di Hormuz.
Il percorso che ha portato a questa distensione è frutto di una complessa triangolazione diplomatica che ha visto Pakistan e Cina giocare ruoli di primo piano.
Secondo quanto ricostruito dal New York Times, la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ha dato il via libera formale al cessate-il-fuoco solo dopo una pressante opera di mediazione di Pechino. Il governo cinese, secondo il quotidiano statunitense, avrebbe infatti esortato Teheran alla massima flessibilità, consapevole che un’escalation avrebbe compromesso i flussi energetici verso l’Asia. Parallelamente, come riportato dalla BBC, il Pakistan ha offerto il terreno neutro di Islamabad come sede per i colloqui ufficiali, agendo da garante per entrambe le parti in una crisi che rischiava di sfuggire al controllo.
Sul fronte iraniano, la risposta è arrivata dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, il quale ha confermato che il transito sicuro attraverso lo Stretto sarà garantito per le prossime due settimane, sebbene sotto il coordinamento tecnico delle forze armate iraniane. Teheran ha inoltre accettato la proposta di tregua mediata dal Pakistan a condizione che gli attacchi statunitensi cessino definitivamente, permettendo così alle proprie forze di interrompere le operazioni difensive. Questa cauta apertura riflette la necessità iraniana di allentare la morsa economica e militare.
Mentre i media israeliani riportano una sorpresa mista a cautela da parte dei vertici di Tel Aviv, che pur rispettando la tregua restano in stato di massima allerta, l’attenzione si sposta ora sul primo round di trattative ufficiali previsto per questo venerdì a Islamabad. Come anticipato da Axios, i negoziatori si siederanno al tavolo con l’obiettivo di trasformare questa breve finestra di quattordici giorni in un trattato di pace strutturale. Resta da vedere se la “diplomazia del pugno di ferro” di Trump, combinata con l’influenza regionale cinese, riuscirà a produrre quella stabilità duratura che il Presidente americano ha promesso ai suoi elettori.
