Ro. Ro. – Mentre il quadrante mediorientale scivola verso una tensione senza precedenti, migliaia di paracadutisti americani si preparano a un massiccio dispiegamento. Il “biondo” Donald valuta l’opzione di un attacco di terra contro l’Iran: circa 2.000 soldati della 82a Divisione Aviotrasportata sono stati inviati nel Golfo, pronti a intervenire qualora i canali diplomatici per porre fine alle ostilità dovessero collassare definitivamente.
L’impiego di truppe sul terreno segnerebbe un’escalation drastica del conflitto, iniziato lo scorso 28 febbraio con i raid aerei israelo-americani. L’82a, nota come “punta di diamante” delle forze armate americane, è in grado di operare ovunque nel mondo entro 24 ore, paracadutandosi in territori ostili per conquistare infrastrutture nevralgiche come aeroporti e porti.
Nonostante il riserbo del Pentagono, la portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, è stata categorica nel ribadire che il presidente ha sempre a sua disposizione tutte le opzioni militari. Al contingente di paracadutisti si aggiungono due gruppi d’assalto anfibi con circa 5.000 Marines del 31° Special Command Group già in rotta verso la regione, una forza combinata che offre a Washington la flessibilità necessaria per condurre attacchi mirati contro obiettivi strategici.
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La missione prioritaria potrebbe riguardare l’isola di Qeshm, trasformata da Teheran in una roccaforte militare che minaccia lo Stretto di Hormuz, dove transita il 20% del petrolio mondiale. Sotto le formazioni rocciose si nasconderebbe una “città missilistica sotterranea” profonda fino a 500 metri, considerata invulnerabile alle armi convenzionali. Secondo Phil Ingram, ex colonnello dell’intelligence britannica, un’operazione del genere sarebbe lineare dal punto di vista tattico ma estremamente sanguinosa. Il piano prevederebbe un bombardamento massiccio con caccia Stealth F35 e bombe intelligenti, seguito dall’incursione dei paracadutisti per neutralizzare i tunnel, supportati dagli elicotteri Apache e dagli aerei A10 Warthog. Contemporaneamente, le unità dei Marines lancerebbero un’incursione anfibia per mettere in sicurezza i porti dell’isola.
Un secondo scenario punta invece all’isola di Kharg, principale terminale petrolifero iraniano. Trump ha ipotizzato la conquista dell’area per azzerare le esportazioni di greggio di Teheran ed esercitare una pressione economica letale sul regime. Tuttavia, il passaggio delle navi statunitensi attraverso lo stretto esporrebbe la flotta a rischi elevatissimi di attacchi con droni e missili antinave, rendendo l’intera operazione un bersaglio vulnerabile.
Resta, infine, l’ipotesi più estrema e rischiosa: un attacco in profondità nel territorio iraniano per sequestrare le riserve di uranio arricchito. Dopo la distruzione dei siti di Natanz e Fordow nel giugno 2025, l’Iran avrebbe spostato la produzione nei nuovi complessi di Pickaxe e Isfahan. Sebbene l’82a possa teoricamente colpire questi siti per recuperare i circa 450 kg di materiale nucleare, gli esperti considerano questa missione ad altissimo rischio e con scarsi benefici reali, data la necessità di penetrare per centinaia di chilometri in territorio ostile con un’alta probabilità di fallimento.
