Ro. Ro. – Non sono le minacce di Teheran a lasciare intatte le sue isole, ma il petrolio. Il greggio può quello che la contraerea non può: evitare le bombe. Le isole iraniane sembrano un paradiso, neanche sfiorate dalla guerra dopo 13 giorni di raid: USA e Israele non le colpiscono per non avere problemi anche con la Cina, grande importatrice del petrolio di Teheran. Ma da quando si è sparsa la voce che l’isola di Kharg, nel Golfo, cuore dell’industria petrolifera di Teheran, potrebbe essere conquistata dai marines, è esplosa la furia iraniana.
Si è scomodato il presidente del parlamento, Mohammad Ghalibaf, che in un messaggio ha affermato che le forze armate dell’Iran abbandoneranno ogni freno se verranno aggredite le isole. “Patria o morte! Ogni aggressione al suolo delle isole iraniane infrangerà ogni freno. Abbandoneremo ogni scrupolo e faremo scorrere il sangue degli invasori nel Golfo”, aggiungendo che “il sangue dei soldati statunitensi è responsabilità personale del presidente Donald Trump”.
L’isola di Kharg, l’obiettivo più importante per il greggio iraniano, è lunga circa 8 km e dista 43 km dalla terraferma. Perché è così importante? Perché da Kharg passa il 90% delle esportazioni di petrolio dell’Iran. L’isola divenne un grande snodo petrolifero negli anni Sessanta e fu pesantemente bombardata negli anni Ottanta durante la guerra Iran-Iraq. Da allora è fortemente militarizzata e controllata dalle forze iraniane.
Circondata da acque profonde che permettono alle petroliere di accedervi, al contrario delle altre isole iraniane, ospita per questo la principale piattaforma di esportazione del greggio. Nei suoi oleodotti sottomarini e terminali di carico passa il petrolio proveniente dai giacimenti centrali e occidentali, da 1,3 a 1,6 milioni di barili al giorno, e con una capacità di stoccaggio di decine di milioni di barili, verso le petroliere dirette principalmente ai mercati asiatici, con Pechino in testa.
Washington sa bene che un attacco all’isola provocherebbe una probabilissima impennata dei prezzi del petrolio e una ulteriore destabilizzazione dei mercati energetici globali, fino a 150 dollari al barile, dai 120 dollari toccati nei momenti più critici della crisi. Distruggere l’impianto bloccherebbe l’intera produzione di greggio di Teheran, ora alle prese con il blocco di parte della produzione regionale per le tensioni nello Stretto di Hormuz.
Sconsigliabile anche un’eventuale occupazione militare, extrema ratio, per il massiccio impiego di mezzi e uomini e per il rischio di bloccare la produzione di greggio durante i combattimenti. Si potrebbe arrivare a uno stallo paradossale: l’Iran produrrebbe petrolio senza poterlo esportare, mentre gli Stati Uniti controllerebbero il terminale senza poterlo far funzionare…
