Roberto Roggero – La tregua in atto fra USA e Iran può dirsi realmente una manna per quanto riguarda le condizioni americane in Medio Oriente. Una vera e propria tregua necessaria. Certo anche per l’Iran, comunque sottoposto a notevole sforzo militare, ma di certo molto più conveniente per il “biondo” Donald, sempre pronto (a parole) a scatenare l’inferno, e distruggere l’intera Repubblica Islamica in una notte. Discorso opposto invece dal punto di vista dello stato nazi-sionista israeliano, grande scontento di questa situazione, dal momento che, per quanto riguarda il Libano, non ha da preoccuparsi di eventuali risposte in grado di impensierire, e più che mai intenzionato a causare una distruzione come già ha fatto con la Striscia di Gaza. Non a caso, il criminale assassino di massa Netanyahu ha precisato che la tregua non riguarda il Libano, dove continuano a cadere bombe e missili, con centinaia di morti civili.
Per quanto riguarda il settore USA-Iran, il rischio è il crescente logoramento militare, industriale e politico, troppo costoso da sostenere. Il punto centrale, infatti, non è soltanto ciò che è stato distrutto in Iran, ma ciò che gli Stati Uniti e Israele non sono riusciti a distruggere, cioè la capacità iraniana di continuare a combattere, colpire, saturare le difese avversarie e mantenere il confronto fino a costringere il nemico a fermarsi, se non a ritirarsi.
È il risultato della superficiale pianificazione americana, dominata dall’idea di una solo apparente superiorità, e dell’opinione secondo la quale l’Iran era un Paese che non avrebbe resistito all’impatto. Un errore di valutazione culturale e storica dell’Iran, considerato potenza regionale isolata, impoverita dalle sanzioni e strutturalmente incapace di reggere un conflitto di lunga durata. Valutazione che si è scontrata drammaticamente con la realtà, soprattutto culturale, che lega l’Iran alle comunità sciite in Iraq, Afghanistan, Azerbaijan e altri Paesi della regione. L’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, unico successore del padre della Rivoluzione Islamica, Ruhollah Khomeini, ha certo avuto un notevole valore simbolico, ma come si è visto, non ha influito sulle capacità difensive dell’Iran, né ha interrotto il sistema di comando, tanto meno la motivazione ideologica.
Il punto cruciale è il volume di armamento che Israele e Stati Uniti hanno utilizzato in poco più di un mese che, oltre a non fiaccare la volontà iraniana, anzi, a rafforzarla, ha invece paurosamente indebolito la disponibilità degli aggressori di continuare con tali ritmi.
Il problema è ancora più grave quando si usano sistemi del valore di svariate centinaia di milioni di dollari, contro armi che in proporzione costano una minima percentuale, e ancora maggiore quando tali sistemi vengono distrutti.
La valutazione che sia l’Iran a prevalere, è data infatti dal semplice fatto che, se per fermare un drone da poche migliaia di dollari, bisogna utilizzare sistemi che valgono dieci-cento volte tanto, si sta già combattendo in perdita.
Per questo principale motivo, la tregua in atto non è tanto un successo americano, quanto il tentativo di Washington di evitare una cocente batosta di portata epocale, superiore anche all’evacuazione con la coda fra le gambe dal Vietnam e alla malcelata incapacità di mantenere la presenza in Afghanistan, propagandata con dichiarazioni tipo “Torniamo a casa perché abbiamo fatto ciò che volevamo fare”, e che sia una menzogna è dimostrata dal fatto che nessuno degli obiettivi americani in Medio Oriente è stato raggiunto, e l’Afghanistan è nuovamente in mano ai Talebani, ai quali fra l’altro gli americani hanno lasciato armamenti e attrezzature di ogni tipo, vista la fretta con cui si sono sganciati da un Paese che è sempre stato attaccato, invaso e mai conquistato da nessuno nella storia.
Sstessi discorso di convenienza per Israele, che ha ottenuto una pausa degli attacchi iraniani al proprio territorio, più bersagliato di quanto ci si aspettasse a causa della inefficacia delle tanto propagandate difese tipo Iron Dome, e che può così accanirsi contro lo sfortunato Libano, nella incapacità della comunità internazionale di fare rispettare gli accordi e nella voluta incapacità americana che in tal modo offre campo libero al governo criminale nazi-sionista.
La presunta superiorità tecnologica israeliana si è scontrata su un limite materiale. In più, il conflitto ripropone il doppio standard strategico del Medio Oriente: programma nucleare iraniano trattato come minaccia assoluta, mentre l’arsenale nucleare israeliano, mai ufficialmente dichiarato, resta fuori da ogni meccanismo e da ogni seria pressione internazionale: la deterrenza non viene giudicata in base ai fatti, ma in base all’appartenenza geopolitica.
E trattando l’argomento geopolitico, l’Iran risulta maggiormente in vantaggio, perché non ha alcun bisogno di chiudere il traffico attraverso Hormuz, potendo esercitare in pieno controllo su di esso con poche centinaia di mine e droni a basso costo, contando sia sulla vicinanza geografica, che sulla conformazione del tratto marittimo, caratterizzato da bassi fondali, stretti passaggi, e due soli canali di ingresso e uscita.
Il fatto che Teheran voglia imporre il pagamento di un pedaggio di 2 milioni di dollari per nave, ha un valore marginale in confronto alle decine di milioni di dollari di un carico di una petroliera, con annessi costi assicurativi, e se dovesse affermarsi un sistema di controllo congiunto Iran-Oman, sarebbe un evento senza precedenti, perché l’Iran trasformerebbe la propria resilienza militare in una colossale rendita economica, sfruttando il tutto nel pagamento dei danni di guerra ai Paesi occidentali e asiatici, che continuano a essere assillati dal quesito: perché l’Iran, così funestato da sanzioni, pressioni, guerre, fin dal 1979, riesce ancora a essere quello che è?
Presto detto: la Repubblica Islamica è sempre e comunque un Paese saldamente strutturato, tecnologicamente avanzato, con un substrato industriale all’avanguardia, disponibilità di risorse quali acciaio, alluminio e altre materie prime, energia a buon mercato, costo del lavoro inferiore alle “democrazie” occidentali, anni e anni di preparazione a ciò che sta avvenendo attualmente, alleati di prima grandezza a livello mondiale quali Cina, Russia e Nord Corea, enormi capacità di adattamento, che quelle stesse sanzioni hanno semmai costretto a condizioni di autonomia in svariati settori.
Inoltre, la continua pressione israeliana, che ha colpito scienziati, tecnici e ingegneri iraniani, è la dimostrazione di quanto i criminali terroristi di Tel Aviv temessero l’Iran. Non si eliminano le élite scientifiche di un nemico se quel nemico non rappresenta una minaccia reale e, nonostante questo, l’Iran continua a generare competenze, sostenuto da una popolazione giovane e da un sistema universitario ancora vitale. E per questo Israele e Stati Uniti si accaniscono anche e in particolare contro i centri universitari.
In conclusione, il dato più importante è questo: l’Iran ha subito coli senza dubbio pesanti, ma ha mantenuto la capacità di colpire e di negoziare da posizione non certo inferiore. I suoi avversari, invece, sembrano aver scoperto che la superiorità tecnologica non basta, quando si scontra con una guerra di consumo, saturazione e resilienza. Eppure è sempre stato evidente che gli Stati Uniti hanno prevalso nella seconda guerra mondiale proprio grazie alla macchina industriale, ma la storia non insegna a chi non vuole imparare…
