Roberto Roggero – Doveva essere una rapida vittoria tattica, secondo le previsioni del “biondo” Donald, invece si sta trasformando, altrettanto rapidamente, in una batosta strategica, e non solo per gli Stati Uniti e Israele, ma anche per quei Paesi che sostengono, in diverse modalità, l’aggressione alla Repubblica Islamica dell’Iran.
Non deve sorprendere infatti, che fra le reazioni di Teheran, non potevano non esserci pesanti ripercussioni sul transito attraverso lo Stretto di Hormuz, da dove passa la maggior parte del petrolio in commercio nel mondo.
Con queste prerogative, le insistenti richieste di Washington perché l’Iran accetti una resa incondizionata, hanno più il sapore del timore che la Casa Bianca voglia concludere la guerra entro tempi brevi, sia perché è una avventura dai costi inimmaginabili, sia perché ne risente l’intera economia mondiale.
Le roboanti vittorie propagandate dal “biondo” prepotente, giorno dopo giorno si stanno trasformando in un vero e proprio boomerang, soprattutto per il portafogli degli americani, che sono chiamati a sostenere gli svariati miliardi di dollari che il presidente ha voluto buttare al vento, dal momento che questa guerra di certo non si concluderà con una eclatante vittoria americana o israeliana, e sarà una brutta lezione per il consenso del “biondo” Donald che a novembre dovrà affrontare le elezioni di medio termine, con sommo godimento del partito democratico, che di certo saprà fare leva su questo punto, che per altro ha costituito uno dei cavalli di battaglia della sua rielezione.
Il Golfo rischia di diventare quella che per l’Italia fu Caporetto nella Grande Guerra, in particolare per quanto riguarda il fatto che, in una sola settimana, il prezzo del greggio è schizzato a +30% al barile.
Questa situazione dimostra in modo lampante, che l’arma più efficace dell’Iran non sono i missili o i droni, ma la leva economico-finanziaria che deriva dal controllo dello Stretto di Hormuz con il coinvolgimento delle maggiori società di navigazione e delle grandi compagnie di assicurazione marittima, che hanno già decuplicato il premio assicurativo.
Quella manciata di miglia di fronte alle coste iraniane, dove passano più di 1/5 dei volumi di petrolio e gas naturale in circolazione per il pianeta, stanno costando caro non solo al “biondo” Donald, ma anche a tutto il resto del mondo, specialmente all’Europa, specialmente all’Italia, che si crogiola nella continua ambiguità politica e nel vassallaggio verso il padrone americano.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, o anche solo la minaccia di renderlo un tratto di mare pericoloso da attraversare, in chiave economica, è un rischio che il mondo non può permettersi, e in particolare l’Europa, costretta da Washington a non acquistare petrolio e gas dalla Russia, con l’indubbio vantaggio che escluderebbe proprio lo Stretto di Hormuz, e obbligata a comprare greggio e gas di qualità decisamente più scadente e a prezzo quintuplicato dagli Stati Uniti.
In sostanza, con la bravata di aggredire l’Iran, il “biondo” Donald sta alterando, in peggio, gli equilibri del commercio mondiale, e ha innescato quello che gli americani chiamano “chicken game”, cioè il “gioco del pollo”, in pratica; chi sarà il pollo che cederà per primo?
Nel frattempo, come c’era da aspettarsi, il mercato del petrolio ha anticipato le conseguenze, con una impennata dei prezzi, dopo avere previsto (ma non bisognava essere scienziati) una quasi totale paralisi del traffico marittimo, coinvolgendo anche i Paesi produttori del Golfo nella spirale della legge del commercio, con una impennata del prezzo del WTI (West Texas Intermediate), cioè il principale indice per il mercato del petrolio degli Stati Uniti, e di riflesso anche del Brent, ovvero il termometro del mercato europeo. Da circa 70 dollari al barile alla fine di febbraio, ad oggi le contrattazioni sono schizzate oltre i 90 dollari, e non ha sfondato il tetto dei 100 dollari solo perché il “biondo” Donald al momento ci ha messo la pezza, promettendo la protezione delle navi da guerra come scorta alle petroliere, nell’attraversamento dello Stretto di Hormuz e l’istituzione di un fondo federale a garanzia dei costi assicurativi, dimenticando però che dopo Hormuz c’è ancora Bab-el-Mandeb e il Mar Rosso, nei cui pressi si trova lo Yemen, con gli Houthi pronti a entrare in azione. Forze il “biondo” Donald crede di avere trovato la pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno, ma non è proprio così… DI certo ha avuto più effetto calmierante l’annuncio dell’Iran che non saranno attaccate petroliere in transito a meno che battano bandiera americana o israeliana, o siano comunque riconducibili a USA o Israele.
Una situazione, quindi, che ricorda l’autunno 2023, periodo immediatamente seguente all’attacco di Hamas che ha scatenato la repressione indiscriminata del governo nazi-sionista israeliano, anche se il paragone può apparire inappropriato, perché il caso Hamas-Israele è rimasto, e rimane, comunque circoscritto a un’area geograficamente limitata, mentre il caso USA-Iran è di portata globale, e a rischio di ulteriore espansione. Ma è proprio l’incognita Hormuz che può permettere a un Paese come la Repubblica Islamica, che ha una spesa militare annuale stimata intorno ai 25-30 miliardi di dollari, di mettersi in gioco contro un antagonista come Israele, che dichiara invece un budget militare superiore ai 900 miliardi di dollari all’anno, e può schierare ben 11 portaerei con relative task force, oltre al supporto americano.
Rimane il fatto che le proiezioni di mercato, ipotizzano un innalzamento dei costi del petrolio fino a 115-120 dollari al barile, con contraccolpi estremamente dannosi soprattutto per l’Europa, e anche in particolare per la Cina, di cui l’Iran è fra i principali fornitori di greggio.
A tutto questo si aggiungano i guai che sempre il “biondo” incosciente sta causando con il terremoto dei dazi, e con lo spettro dell’inflazione pronto a uscire dall’ombra, dato che non esiste virtualmente un limite all’impennata dei prezzi di tutte le materie derivate dal petrolio. Un disastro si scala planetaria, con la soglia del dolore sempre più vicina…
