Roberto Roggero – All’inizio della guerra contro l’Iran, Donald “biondone” Trump si vantava che gli Stati Uniti disponessero di una scorta pressoché illimitata di armi essenziali. Da parte sua, il Ministero della Difesa iraniano ha affermato di avere la capacità di resistere alla furia nemica più a lungo di quanto pensino Stati Uniti e Israele.
Dove sta la verità? Chi uscirà vittorioso da questa guerra che molti considerano inutile? Sembra che il tempo e l’arsenale di ciascun Paese saranno i giudici della battaglia. Da un lato, gli Stati Uniti hanno il budget militare più grande al mondo, quasi 2000 miliardi di dollari all’anno. Il problema è che gran parte di questi investimenti non è destinata alla produzione di armi, ma a stipendi, pensioni, assistenza sanitaria e manutenzione delle infrastrutture.
In effetti, la base industriale che produce missili e munizioni si è ridotta dalla fine della Guerra Fredda, e riprendere la produzione di armi potrebbe richiedere anni, indipendentemente da quanto venga aumentato un budget già esorbitante. D’altro canto, l’Iran potrebbe aver ridotto significativamente il suo arsenale, poiché è passato dal lanciare centinaia di missili e droni al giorno a decine, ma è parte di una ben ponderata strategia.
Prima della guerra, si stimava che l’Iran avesse un arsenale di oltre 2.000 missili balistici a corto raggio, sebbene queste cifre non siano confermate ufficialmente.
L’ Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale (INSS), con sede a Tel Aviv, stima che gli Stati Uniti e Israele abbiano già effettuato più di 2.000 attacchi, il che implica un enorme dispendio di munizioni.
L’Iran avrebbe lanciato circa 600 missili e 1.400 droni. Mantenere questo livello di combattimento per molto più tempo diventerà ovviamente sempre più difficile. Oltre all’enorme spesa di munizioni, c’è un altro problema: i sistemi di difesa aerea Patriot e THAAD, progettati per intercettare i missili balistici, che gli Stati Uniti stanno utilizzando intensamente per proteggere le proprie basi, le proprie navi e alcuni dei propri alleati in Medio Oriente, hanno rivelato falle nel sistema. Sono armi molto costose e lente da produrre, il che rende ancora più importante mantenere le riserve disponibili il più a lungo possibile, poiché questa battaglia si sta configurando come una guerra di logoramento.
A questo si aggiunge un altro potenziale problema per gli Stati Uniti: ogni intercettore Patriot nel Golfo Persico è un intercettore Patriot in meno in caso di possibile conflitto in altri teatri, con particolare riferimento all’Ucraina e Taiwan.
La guerra contro l’Iran è diventata una battaglia a lungo termine, poiché alcuni alleati americani stanno svuotando i loro arsenali per sostenere questa lotta, senza considerare se altri seguiranno l’esempio. Inoltre, il “biondo” Donald ha già evidenziato la possibilità di inviare truppe di terra in Iran, limitandole però alle operazioni di messa in sicurezza degli impianti nucleari o delle riserve di uranio; una mossa del genere comprometterebbe anche la possibile perdita di personale militare nella zona, ed è vista dai più importanti analisti come una vera e propria operazione suicida.
In realtà, il solo accenno alla spedizione indica già che Washington non è più così fiduciosa come quando è iniziata la guerra, e uno dei motivi di questa preoccupazione è l’inaspettata difesa dell’Iran che, secondo il generale Dan Caine, comandante in capo delle operazioni, si è notevolmente ridotta dal primo giorno del conflitto. Caine sostiene infatti che gli Stati Uniti dominano già lo spazio aereo iraniano e conferma che la prossima fase della guerra sarà la ricerca di lanciatori di missili e droni iraniani, cosa non facile, dato che l’Iran è geograficamente vastissimo. Tuttavia, per affrontare questa seconda fase, gli Stati Uniti potrebbero dover riarmarsi e per questo motivo Donald il “biondo” sta incontrando le aziende americane della difesa.
Nonostante dispongano del più grande arsenale al mondo, gli Stati Uniti fanno largo uso di costose armi a guida di precisione, la cui produzione è limitata. Se il “biondo” ha esortato le aziende ad accelerare la produzione, è probabile che si trovino ad affrontare limitazioni di risorse. Inoltre, il generale Caine ha confermato che nella fase attuale possono utilizzare armi a corto raggio, come le bombe JDAM, che sono meno costose dei missili da crociera Tomahawk o Patriot, che costano 4 milioni di dollari a esemplare. La cosa più sorprendente è che questa guerra è iniziata solo da pochi giorni e nessuno sa se durerà ancora per diversi giorni, mesi o forse anni…
Sono due i messaggi che arrivano dal Golfo: l’Iran ha mantenuto le sue promesse belliche ed ha adattato il proprio dispositivo. Non sono sorprese ma le conferme di quanto era stato messo in conto. È questa la valutazione del momento di un conflitto che nessuno sa come possa concludersi.
Nelle settimane precedenti a “Epic Fury”, Teheran aveva spiegato quale sarebbe stata la sua risposta ad un eventuale assalto avversario. Attacchi alle basi americane nella regione. Ostacoli alla navigazione nello Stretto di Hormuz. Ritorsione su più livelli, contraccolpi sull’economie. È ciò che avvenuto. Eppure dalla Casa Bianca si continua a minimizzare la potenza della Repubblica Islamica. Inoltre, sempre gli iraniani, avevano insistito su un punto: Donald Trump non deve illudersi su uno scontro limitato dove, ad un certo momento, decide di uscirne dichiarando la vittoria, perché la sfida sarà globale. È un piano dichiarato che punta ad un conflitto d’attrito, una guerra continua che deve spaventare la Casa Bianca, i mercati, l’elettorato.
La strategia di Teheran è il risultato di esperienze nel corso degli anni passati. Ha di fatto due apparati militari distinti (Guardia della Rivoluzione Islamica ed esercito regolare, dispone di un sistema di sicurezza che è determinato nel reprimere minacce interne, conta su una sua tradizione di resistenza nata da decenni di prove complesse, agisce in un teatro conosciuto e ha avuto tempo per prepararsi, ed è abile nello sfruttare i passi falsi altrui. L’arsenale missilistico e dei droni kamikaze ha consentito di portare avanti la battaglia. Lo scontro dei 12 giorni a giugno 2025 è servito per adeguare le tattiche. Hanno mirato con precisione su installazioni importanti: almeno 17 i siti militari statunitensi, dove sono stati messi fuori uso radar preziosi della rete antimissile e snodi per le comunicazioni. Gli sciami di proiettili hanno costretto USA e Israele a impiegare un alto numero di intercettori, cioè almeno un centinaio di sistemi 100/250 THAAD (fra il 20 e il 50% delle scorte americane) 80 missili SM3, molte altre munizioni. Il Pentagono aveva accumulato rifornimenti, però in queste ore è stato costretto a trasferire con urgenza batterie e munizioni dalla Corea del Sud. In arrivo gli esperti ucraini, convocati per fornire il loro know how nel fronteggiare una minaccia peraltro nota. Segnali che le capacità iraniane si sono rivelate superiori alle previsioni, o che comunque ci sono sempre le variabili e il peso di scelte politiche che condizionano le scelte militari.
Proprio il Pentagono, nell’imminenza dell’assalto, aveva messo in guardia su ciò poteva accadere. Oltre alla risposta all’aggressione, l’Iran ha pensato alla sopravvivenza della catena di comando affidandosi alla dispersione e alla maggiore autonomia concessa agli ufficiali. Le contromisure non hanno impedito l’uccisione della Guida Suprema, Alì Khamenei, e di molti generali ma, sempre secondo le valutazioni, non sono emerse fratture tali da far pensare a mutamenti drastici. Per contro l’offensiva congiunta IDF-Pentagono ha debilitato ulteriormente l’industria militare, le fabbriche di missili, il network di caserme, gli impianti strategici e molti equipaggiamenti.
Gli effetti degli strike, che hanno provocato la morte di centinaia di civili, potrebbero vedersi più avanti, con il trascorrere dei giorni. Anche perché la US-Air Force ha mobilitato i bombardieri strategici B 52 e B1 e B2, proprio per aumentare l’impatto.
C’è, infine, un fronte sospeso e riguarda un passaggio geografico fondamentale, quello del Mar Rosso. Esiste infatti la reale eventualità che in scena entrino anche gli Houthi, il movimento sciita yemenita alleato dell’Iran.
