Roberto Roggero – “Stiamo vincendo su tutti i fronti!”…“Stiamo andando alla grande!”…”L’Iran non ha più difese!”…e altre dichiarazioni del genere, da parte del “biondo” presidente americano, alle quali probabilmente nemmeno lui crede fino in fondo. Eppure continua a proclamare a gran voce una imminente resa senza condizioni da parte di Teheran, intanto chiede aiuto agli alleati per sbloccare lo Stretto di Hormuz, mentre le infrastrutture e le basi americane in tutto il Medio Oriente continuano a essere bersagliate da quei missili che l’Iran, secondo “il biondone” non avrebbe.
In sostanza, il rifiuto di considerare una eventuale debacle americana, anche di fronte alla evidente realtà dei fatti, ai ripetuti avvisi dell’intelligence, del Pentagono, dei vertici politici, e di fronte al fatto che l’alleato più vicino, cioè lo stato criminale di Israele, è quotidianamente bersagliato da missili e droni che, secondo lui nemmeno esistono. Niente da fare, anzi, Donald “il biondone” sta perfino pensando alla missione impossibile: avviare operazioni terrestri contro la Repubblica Islamica dell’Iran.
A questo punto si potrebbe ipotizzare un caso da manuale di psichiatria, perché a fronte di dichiarazioni di imminente vittoria, seguono lamentele sul fatto che l’Iran è un osso duro che non vuole arrendersi.
Insomma, chi vince? Chi perde? Perché il “biondo” Donald evidenzia in contemporanea la difficoltà di chi asserisce di avere già vinto, di fronte al marcato scetticismo degli analisti militari e degli esperti, che devono distinguere fra obiettivi tattici e strategici, dinamiche di medio e lungo termine, apparenza ed evidenza.
E’ comunque chiaro che se la guerra non sta finendo, una prima fase è comunque al termine. I comandi militari americani e israeliani l’avevano pianificata nei dettagli, tuttavia gli aggressori stanno incassando oltre le previsioni, e non a caso non cessano di propinare la versione della vittoria.

I dati dei risultati sul campo, che comunque sono notevoli anche da parte degli attaccanti, vanno però analizzati insieme all’analisi politica e alle considerazioni degli effetti economici, perché le semplici osservazioni sulla supremazia militare non raccontano tutta la verità.
I presunti vincitori mostrano incertezze, rivelando una profonda lontananza da quelli che dovevano essere gli obiettivi finali a breve termine. Sono anche arrivati a mobilitare una unità speciale dei Marines, in arrivo da Okinawa, specializzata in operazioni di terra modello commandos, che probabilmente avrà come obiettivo l’isola di Kharg, cuore delle esportazioni di petrolio iraniano. E qui entra in gioco la Cina, principale acquirente del greggio di Teheran. La domanda è la seguente: il “biondo” Donald avrà considerato che cosa potrebbe succedere una volta che i Marines sono sbarcati a Kharg? L’Iran rimarrà a guardare? Come potrà conservare il controllo di questo piccolo ma fondamentale avamposto? Quante vite è disposto a sacrificare per la sua smania di immortalità e delirio di onnipotenza?
L’analisi si allarga, e spiega perché i presunti sconfitti, nelle presunte certezze trumpiane, sembrano lontanissimi dalla resa senza condizioni che il “biondo” presidente ha sbandierato fin dai primi giorni. La ragione è semplice e logica: una buona strategia consiste nell’allineamento di fini e mezzi.
La sfida Iran-USA è in atto ormai da diversi decenni, da quando il “biondo” Donald non pensava ancora alla politica e si divertiva a fare allegri festini insieme all’amico Jeffrey Epstein (ora non ne avrebbe più il tempo, perché come recita un celebre detto popolare genovese “non si può bere e fischiare al tempo stesso”), e da quando il figlio del deposto Scià Reza Pahlavi è arrivato nel suo esilio dorato negli Stati Uniti, per cui sono diversi anni che Teheran si prepara a uno scenario di crisi aperta come quello attuale, ben consci di non avere difese aeree in grado di parare l’attacco congiunto della massima potenza mondiale e della massima potenza regionale, e comunque pronti a una riposta asimmetrica e trasversale, con altre soluzioni che, a quanto pare, si stanno rivelando decisamente efficaci.
Nel frattempo, ci sono i profondi dubbi degli stessi generali del Pentagono, le dimissioni del capo dell’Antiterrorismo Joe Kent, rivolgimenti e cambiamenti di bandiera all’interno dello stesso fronte repubblicano in Casa Trump, i malumori della sua base elettorale, l’indifferenza ostile degli (ex) alleati europei e un’opposizione che si sente per la prima volta tanto sicura da non sottostare al ricatto economico e contesta la guerra.
Tutto il contrario del governo nazi-sionista israeliano, che alla guerra è molto affezionato, abituato e ben allenato grazie alla distruzione e al genocidio di Gaza

Da parte sua, l’Iran ha scelto di colpire ancora relativamente poco Israele, e di concentrare la risposta militare sulle basi americane dei Paesi del Golfo e del Medio Oriente in genere, nonché sulle infrastrutture energetiche, dalla produzione alla raffinazione, dal carico al trasporto, fino al blocco dello Stretto di Hormuz, gettando nel panico governi, compagnie di navigazione e di assicurazione, mossa che era stata messa fin troppo chiaramente in preventivo dagli analisti, ma evidentemente non dallo squilibrato ragionamento del “biondone”.
Si può prevedere che Israele continui a mirare a togliere di mezzo le personalità degli alti vertici iraniani, posto che la struttura di Teheran è perfettamente in grado di sostituire in brevissimo tempo le vittime, e in particolare la Guardia della Rivoluzione Islamica e la milizia Basij.
Uno dei misteri è il motivo perché l’Iran non abbia ancora lanciato un maggior numero dei suoi missili, ma la risposta è d’altra parte evidente: preparazione per un conflitto che sa essere di non breve durata, poiché costituiscono una capacità particolarmente utile.
Di conseguenza, gli USA al momento devono fronteggiare più teatri contemporaneamente: gli alleati regionali, le basi sotto attacco, le navi nel Mare Arabico, e soprattutto lo Stretto di Hormuz, che rappresenta di per sé un paradosso colossale, in un conflitto contro l’Iran, iniziato con vaghi obiettivi bellici, e ora obiettivo assolutamente prioritario.
Obiettivo che, per altro, è stato lo stesso “biondo” ad autoinfliggersi, poiché prevedere la chiusura di Hormuz era il primo requisito in un progetto di aggressione all’Iran, e calcolarne specialmente le conseguenze sul lungo termine, perché più rimane chiuso, maggiore è la minaccia di recessione dell’economia mondiale, che di fatto ora è sotto controllo di Teheran. Un’arma ben più efficace del nucleare.
Quali le opzioni possibili? La prima è il ritiro degli Stati Uniti con una dichiarazione di vittoria, accompagnata da misure che limitino gli altri attori della regione, tenendo presente che nessun presidente americano ha mai cercato di restringere la libertà di movimento di Israele, fatta eccezione per un breve periodo, dopo la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025. Concessioni che però potrebbero non essere sufficienti per la Repubblica Islamica.
Seconda opzione, gli Stati Uniti raddoppiano la posta in gioco, con truppe sul campo, missioni speciali e operazioni di mantenimento della sicurezza sul lungo periodo, per altro scelta impensabile fino a poche settimane fa (e oggi invece probabile) perché è ciò su cui il “biondo” Donald ha condotto la campagna elettorale, considerando soprattutto le elezioni di medio termine.
Terza opzione, trasformazione della guerra in conflitto etnico, idea per cui Stati Uniti e Israele alimentano le tensioni interne alla Repubblica Islamica. L’Iran dovrebbe concentrarsi sulle priorità interne, mettendo i progetti di proiezione all’estero in secondo piano.
Da considerare poi che il conflitto potrebbe andare incontro a una fase di stallo provvisorio, per poi riaccendersi in un secondo tempo, perché in un simile caso, le motivazioni di fondo che hanno portato a questa guerra rimarrebbero irrisolte.
In ogni caso, l’Iran conserva diversi vantaggi, a cominciare dalla posizione geografica, dal tempo e dalla asimmetria della scelta nella risposta militare, potendo colpire più Paesi da più posizioni, con il supporto dei propri alleati nella regione e, non ultimi, gli Houthi dello Yemen che non hanno ancora preso iniziative, ma potrebbero.
A monte di tutto, più la guerra si protrae, maggiori sono i costi per tutti, e di certo l’Iran ha maggiori capacità di resistenza al dolore ben comprovate.
In sostanza, considerando tutti i possibili punti di vista, per il “biondone” non si mette bene…ma nemmeno per il resto del pianeta…
