Roberto Roggero – In un Medio Oriente ormai profondamente sconvolto dal conflitto scatenato dal “biondo” Donald e dal pazzo criminale Netanyahu, gli equilibri sono sovvertiti e senza una previsione certa sugli esiti dello scontro, a causa delle incessanti cascate di notizie, fra cui una grande massa di falsa propaganda.
In molti si chiedono cosa stia facendo la Cina, che fino a oggi è rimasta al di fuori del coinvolgimento diretto, a parte il sostegno tecnologico a Teheran, limitandosi a chiedere la risoluzione del conflitto attraverso mezzi diplomatici.
Come è abitudine cinese, è semmai pensabile un intervento di Pechino nella fase immediatamente seguente alla cessazione delle ostilità, che comunque è interessato principalmente a salvaguardare i propri interessi, in questo caso le forniture di petrolio iraniano.
L’Iran, colpito nelle sue infrastrutture militari, potrebbe infatti rivolgersi proprio alla Cina per accelerare la ricostruzione del proprio apparato difensivo, offrendo in cambio forniture energetiche a condizioni vantaggiose.
Al termine del conflitto, soprattutto se a Teheran dovesse restare in piedi l’attuale leadership, potrebbe crearsi un asse Cina-Iran che rischierebbe di alterare i risultati ottenuti sul campo da Washington e Tel Aviv. Nello specifico, Pechino potrebbe svolgere un ruolo decisivo nel ridurre i tempi necessari alla Repubblica Islamica per ristabilire le proprie capacità militari.
II gigante asiatico ha già dimostrato concreta disponibilità, e indubbie capacità di grande livello, nel sostenere Teheran con forniture di materiali strategici utili alla produzione missilistica.
Allo stesso tempo, la presenza di assetti navali e di intelligence cinesi nella regione suggerisce interesse attivo nelle dinamiche del conflitto, soprattutto per studiare da vicino le operazioni statunitensi.
La cooperazione Teheran-Pechino, già consolidata sul piano economico ed energetico, potrebbe quindi estendersi ulteriormente al settore militare, creando una cooperazione capace di aggirare l’impatto delle sanzioni internazionali e dei danni subiti durante dall’Iran.
In questo contesto, il fattore energetico è fondamentale. La Cina è il principale acquirente di petrolio iraniano, e ha tutto l’interesse a garantire la stabilità dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, e nonostante la situazione, le forniture verso Pechino non si sono interrotte, segno di una ben consolidata intesa fra i due Paesi.
Proprio questa interdipendenza potrebbe rappresentare la base per un accordo più specifico, con sostegno tecnologico e industriale cinese in cambio di energia iraniana. In questo caso, Stati Uniti e Israele si troverebbero costretti a confrontarsi non solo con la resilienza iraniana, ma anche con l’influenza crescente della Cina in Medio Oriente.
