Roberto Roggero – Nello Studio Ovale pare si faccia ogni giorno più sul serio, per quanto riguarda le intenzioni del “biondo” Donald nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran.
Tanto per cominciare, con il trasferimento del gruppo navale della portaerei USS-Gerald Ford dall’area di fronte al Venezuela, dove ormai non serve più, al Medio Oriente, nelle acque antistanti il Golfo, mossa che restringe le possibilità di mediazione del Sultanato dell’Oman in merito ai colloqui USA-Iran.
Due funzionari di alto grado dell’amministrazione americana, a condizione di anonimato, hanno confermato che le forze armate statunitensi si stanno preparando per operazioni a lungo termine, della durata minima di mesi, per essere pronte al balzo contro Teheran, nel caso in cui il “biondo” comandante in capo si arrogasse il diritto di bloccare i negoziati e passare all’atto di forza per risolvere (o almeno tentare di farlo) la questione, scatenando una guerra che senza dubbio sarebbe più vasta e devastante di tutte le precedenti sfide fra Washington e Teheran.
Il Pentagono quindi invia nell’area del Golfo il gruppo navale della USS-Gerald Ford, la più potente nave da guerra in circolazione, ad affiancare il gruppo navale della portaerei USS-Abraham Lincoln, oltre a diverse migliaia di soldati, attrezzature logistiche, batterie di missili, aerei e altro ancora, rafforzando il dispositivo nel caso in cui i colloqui dovessero fallire.
Mettendo le mani avanti, il “biondo” Donald ha dichiarato che “sarà molto difficile giungere a un accordo diplomatico e politico” e che “a volta è la paura l’unica forza che può risolvere certe situazioni”.
Non sarebbe la rima volta, visto il recente attacco del giugno 2025 ai siti iraniani per la ricerca nucleare, occasione in cui l’operazione partì da due portaerei e reciproche unità di scorta, con la differenza che questa volta la preparazione è parecchio più massiccia e complessa, il che fa supporre che non siano solo i siti dedicati all’uranio ad essere obiettivi preferenziali, ma anche strutture logistiche, di sicurezza e di controllo amministrativo dell’Iran.
Ci si domanda se a Washington sia stata anche presa in considerazione la reazione che tale iniziativa scatenerebbe da parte iraniana, sia a livello regionale che oltre.
Come già dimostrato, infatti, i missili iraniani infatti possono raggiungere obiettivi in un raggio d’azione che copre Arabia Saudita, Bahrain, Oman, Emirati Arabi, Kuwait, Giordania, Qatar e fino in Israele e Turchia. In sostanza, ogni Paese dove si trovino basi americane. Sui tavoli dello Studio Ovale, quindi, pare che tutte le opzioni siano pronte alla parola d’ordine per essere avviate, in base alle necessità del momento, che naturalmente sono calcolate in base alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Il rafforzamento della presenza militare americana nell’area rende evidente che il 2biondo” Donald non esclude un attacco in forze contro l’Iran. Eventualità che, secondo gli analisti, diventa più probabile ogni giorno che passa, dal momento in cui a gennaio Trump ha (convenientemente) condannato le violenze messe in atto dalla leadership iraniana nei confronti dei manifestanti scesi nelle strade per protestare contro la crisi economica, minacciando un attacco diretto alla capitale Teheran.
Inoltre secondo alcune rivelazioni, il “biondo” campione della democrazia avrebbe segretamente inviato in Iran circa 6000 terminali per la piattaforma Starlink, dopo il blocco degli apparati web messo in atto dalla Repubblica Islamica.
La fornitura dei terminali servirebbe ad aiutare gli attivisti anti-regime dell’opposizione interna ad aggirare le interruzioni di internet, in caso di attacco. Com’è noto, il possesso di terminali Starlink non è consentito in Iran e comporta una pena detentiva di diversi anni.
