Roberto Roggero – Fra gli organi di informazione (allineati e non) BRICS&Friends è stato fra i primi evidenziare l’importanza dell’elemento acqua nell’attuale scenario bellico del Medio Oriente, mentre tutti gli altri erano concentrati su petrolio e gas naturale.
I nazi-sionisti israeliani bombardano i depositi di carburante nei pressi di Teheran, che certo rivestono un fondamentale aspetto della guerra in corso e influiscono sulla vita quotidiana dela popolazione civile, oltre che sul funzionamento degli apparati militari.
Le operazioni militari degli aggressori aumentano la pressione sui quadri dirigenti iraniano, oltre che sui principali siti della struttura militare, sulle principali figure della catena di comando, batterie missilistiche e fabbriche di armamenti mentre, da parte iraniana, la risposta punta a realizzare la strategia asimmetrica, a cominciare dai siti petroliferi ed energetici, e soprattutto sugli impianti di desalinizzazione. I droni di Teheran hanno infatti colpito un grande impianto in Bahrain, e immediatamente gli Emirati, secondo media israeliani, avrebbero replicato lanciando missili su un impianto della Repubblica Islamica.
La campagna dell’acqua balza all’attenzione, ed è un’altra importante linea rossa, perché una emergenza idrica in Paesi quasi completamente desertici è un problema prioritario. Il passo successivo sarò quindi la rete elettrica, come avvenuto in Ucraina.
Al tempo stesso, è reale il rischio di azioni via terra, secondo due principali modalità: operazioni di forze speciali per assumere il controllo dei centri nucleari iraniani e le quantità già disponibili di uranio arricchito, sempre che si sappia dove si trovi. I problemi però non sarebbero finiti qui, perché una volta localizzato, l’uranio dovrebbe esser fatto uscire dall’Iran e gestito in modo opportuno. Un altro scenario comprende l’isola di Kharg, punto fondamentale per le esportazioni di petrolio iraniano: una sua eventuale occupazione priverebbe Teheran di una fonte importante.
Insieme a queste indiscrezioni se ne è aggiunta un’altra su un’unità di paracadutisti americani, mobilitata per il Medio Oriente. Ovvero, una possibile azione di terra. Su questo, il “biondo” Donald è stato evasivo, come al solito, distogliendo l’attenzione dall’argomento parlando del contributo che potrebbero dare le forze dei curdi e dei baluchi.
L’invio di truppe speciali per operazioni terrestri presenta incognite enormi e garanzia di pesanti perdite, e i molti precedenti lo confermano, specialmente il fallito tentativo di liberare gli ostaggi americani durante la presidenza di Jimmy Carter. Da considerare che, negli Stati Uniti, la grande maggioranza dell’opinione pubblica è decisamente contraria, ancora memore della catastrofe vietnamita e dell’Afghanistan. Ciò non toglie in fatto che, mentre il “biondo” concede interviste, potrebbero già essere in azione gruppi di commandos Delta Force o Navy Seals. Purtroppo, questa crisi ha già dimostrato che molte delle previsioni negative si sono avverate mentre le parti in causa non dimostrano di volersi porre limiti.
Intanto, secondo le informazioni, gli attacchi di risposta dell’Iran potrebbero avere già indebolito la capacità delle forze americane e alleate di monitorare e intercettare i missili in arrivo.
Le immagini satellitari mostrano danni a installazioni strategiche, tra cui un radar di allerta precoce presso la base aerea di Al-Udeid in Qatar, sede della più grande struttura americana nella regione, e un radar Tpy-2 collegato a una batteria THAAD in Giordania. Sono state colpite anche le cupole radar a Camp Arifjan e la base aerea di Al-Adiri in Kuwait, le schiere di antenne per comunicazioni satellitari presso il quartier generale della 5a Flotta Usa in Bahrain e un radar nella base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita.
L’ammiraglio Brad Cooper, comandante in capo delle forze americane in Medio Oriente (CENTCOM) ha dichiarato che dall’inizio del conflitto gli attacchi missilistici sono diminuiti di circa il 90% e quelli con droni dell’83%, ma chissà come mai oltre 100 droni e missili continuano a colpire quotidianamente i Paesi del Golfo che supportano l’impegno americano. Gli analisti sostengono che gli attacchi iraniani evidenziano la vulnerabilità dei radar avanzati e la difficoltà di difendersi da una gamma molto diversificata di minacce aeree.
Analisti ed esperti ipotizzano che gli apparenti repentini cambiamenti di strategia potrebbero fare pensare a una operazione di terra da parte americana, ma sottolineano anche che una tale scelta equivarrebbe a un vero e proprio incubo per il “biondo” Donald & Company.
L’idea di un’azione in forza via terra in Iran è considerata il non-plus-ultra dell’incoscienza, per questo parlando del “biondo” Donald è un’ipotesi non tanto campata in aria. Si parlava di Vietnam e Afghanistan, chiari e lampanti esempi di sabbie mobili per chiunque abbia tentato una invasione, Ebbene, l’Iran è l’unione di entrambe le catastrofi verso le quali andrebbe sicuramente americani e israeliani, qualora avessero in mente una idiozia del genere. Una vera e propria combinazione letale. Un conflitto terrestre, tecnicamente detto “boots on the ground”, in territorio iraniano non sarebbe solo un’operazione infinitamente complessa, ma un salto nel buio assoluto che sfiderebbe ogni logica e strategia militare.
Nemmeno i curdi, che sono notoriamente combattenti di prim’ordine, si sognerebbero di intraprendere una simile impresa, che fallirebbe ancora prima di cominciare. E infatti, le notizie di pochi giorni fa, cjhe parlavano di azioni nel nord dell’Iran da parte dei curdi, si sono rivelate solamente bufale senza senso.
I problemi, di tale operazione sarebbero numerosissimi e in maggior parte irrisolvibili, a cominciare dalla conformazione geografica dello sterminato Paese, che non è solo “difficile”, ma moltiplicatore di forza per i difensori, che rende inutili gli eventuali vantaggi tecnologici degli attaccanti. Anzitutto, da considerare le insormontabili difese naturali dell’Iran, come i Monti Zagros a ovest, al confine con l’Iraq, e i Monti Alborz a nord, barriere di roccia che superano i 4.000 metri, costellate di profonde gole quasi impraticabili.
In Iran, ogni singola valle può diventare un altro Afghanistan o un’altra palude vietnamita. Se, per l’appunto, in Afghanistan gli Stati Uniti hanno faticato per 20 anni a controllare valli isolate contro insorti dotati prevalentemente di armi leggere, in Iran dovrebbero affrontare un esercito che trasformerebbe ogni anfratto in una trappola letale.
La logistica per trasportare rifornimenti, carburante e munizioni attraverso queste catene montuose, sotto il costante fuoco di un infinito numero di droni e missili guidati, renderebbe le linee di comunicazione americane estremamente vulnerabili.
Americano e israeliani dovrebbero affrontare un esercito regolare e forze paramilitari addestrate a usare queste montagne, che conoscono benissimo, come naturale difesa e base per contrattacchi, come postazioni di artiglieria e basi di lancio per missili. L’avanzata verso Teheran richiederebbe l’attraversamento di passi montani che sembrano modellati per non essere oltrepassati da reparti armati, dove un pugno di uomini potrebbe bloccare intere divisioni, dove si è pronti a mettere in pratica la cosiddetta “difesa a mosaico”, e inoltre non bisogna dimenticare che l’Iran è un Paese che si estende per oltre 1,5 milioni di km quadrati e con una popolazione che tocca i 90 milioni, quindi, fatte le debite proporzioni, per invadere e controllare l’Iran servirebbero non meno di 2 milioni e mezzo di soldati, numero superiore agli effettivi totali dell’esercito statunitense, che ne conta poco più di due milioni, disseminati per mezzo pianeta.
Le forze americane, per altro, hanno ormai adottato la strategia operativa dell’intervento chirurgico, per ridurre al minimo le perdite. Concetto sancito dall’ordinamento approvato dalla amministrazione di Bill Clinton dopo il disastro di Mogadiscio, in Somalia.
Da parte sua, l’Iran ha sviluppato una strategia speculare per colpire proprio questo punto debole. Ovvero, la tattica non è quella di vincere scontri in campo aperto contro gli F35 o i carri armati Abrahams, ma infliggere il massimo di perdite e contare sull’impatto dei feretri che rientrano negli Stati Uniti avvolti nella bandiera a stelle e strisce, con l’utilizzo massiccio di forze paramilitari come i Basij, milioni di volontari addestrati alla guerriglia urbana, oppure la forza Quds, i reparti di élite della Guardia della Rivoluzione Islamica, armati con apparati anticarro, droni, mine e una infinita varietà di trappole.
In un contesto dove l’opinione pubblica americana non tollera più lunghe e sanguinose guerre, la perdita di poche migliaia di soldati nelle prime settimane di combattimenti urbani porterebbe a una pressione politica insostenibile per il “biondo” prepotente della Casa Bianca, che non ha ancora recepito la lezione impartita dalla missione in Vietnam, tanto meno quella più recente in Afghanistan.
Da considerare, secondo la logica della strategia militare americana, che un impegno di questo tipo, a migliaia di chilometri dal territorio nazionale, richiederebbe un massiccio e costante sostegno logistico che solo una flotta potrebbe sostenere (a parte gli incalcolabili costi materiali). Ciò porterebbe l’Iran a chiudere e sigillare saldamente lo Stretto di Hormuz, provvedimento che farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio in tutto il mondo, mandando l’economia occidentale a gambe all’aria.
La necessità di proteggere simultaneamente le rotte petrolifere, le basi in Qatar e Bahrain, e sostenere un’avanzata terrestre in un territorio ostile, causerebbe inevitabili rotture nelle capacità logistiche statunitensi e israeliane, con una guerra su tre fronti: terrestre (fra montagne e città), navale (affrontando flottiglie di mezzi veloci e missili anti-nave), ed economico (suicidio finanziario senza precedenti).
La strategia militare insegna che una ritirata ordinata è l’operazione più difficile da eseguire, specialmente contro un nemico che pratica la “difesa in profondità”. Quando gli Stati Uniti hanno lasciato l’Iraq, hanno beneficiato di una continuità geografica e di una relativa cooperazione logistica che in Iran è inesistente, poiché la strategia di Teheran è la difesa in profondità strategica, con le truppe nemiche che si troverebbero chiuse da barriere esterne e dalle forze che sostengono l’Iran all’interno dell’Asse della Resistenza.
Ogni via di fuga terrestre verso Kuwait, Iraq, Giordania, Siria o Libano è controllata delle milizie sciite dei Kata’ib Hezbollah o Asa’ib Ahl al-Haq, che vedrebbero nella ritirata americana l’occasione per assestare un colpo talmente pesante dal quale l’aggressore avrebbe estreme difficoltà a riprendersi, perché si troverebbe chiuso fra esercito regolare iraniano e milioni di miliziani iracheni.
Nemmeno il mare, inoltre, è da considerare una sicura via di fuga. Il mare di fronte all’Iran è una trappola letale, e la regione di Bandar Abbas è totalmente vulnerabile agli attacchi delle migliaia di unità veloci della marina della Guardia della Rivoluzione.
Altro elemento determinante è la stessa popolazione iraniana che, se divisa al proprio interno su sostenitori e oppositori del governo degli Ayatollah, in caso di attacco esterno, si coalizzerebbe all’istante contro l’invasore, con il sostegno dell’immenso arsenale missilistico, che è il più grande dell’intera regione mediorientale, sostenuta dalla tecnologia satellitare russa e cinese.
Entrare in Iran significa restare intrappolati in una sorta di vasca circondata da montagne: una volta dentro, ci si trova sotto tiro costante da ogni direzione, senza possibilità di ricevere rifornimenti.
In Iran ci sono poi le cosiddette “città missilistiche” (Shahr-e mushaki), che rappresentano il pilastro centrale della dottrina della sopravvivenza strategica. Non sono semplici bunker, ma complessi sistemi, progettati per garantire l’efficacia della difesa in profondità, strutture scavate a profondità che variano dai 30-80 metri fino a 500 metri sotto la roccia dei Monti Zagros e Alborz, e realizzati per resistere alle più potenti bombe Bunker Buster americane, come le GBU-57 MOP, con tunnel larghi fin a 10 metri attraverso i quali si spostano migliaia di veicoli, e altri che ospitano collegamento su rotaia per spostare i missili pronti al lancio, il tutto alimentato da generatori indipendenti, sistemi di ventilazione avanzati contro agenti chimici o nucleari, e scorte di cibo e acqua per mesi.
Queste capillari difese si trovano principalmente nelle province di Khorramabad, nel Lorestan, con missili a lungo raggio Shahab-3; a Tabriz, con un immenso silo sotterraneo; e Hormozgan, base costiera anti-nave per il controllo dello Stretto di Hormuz.
Né servirebbe un intenso bombardamento per fare crollare le entrate di bunker e tunnel, perché le città missilistiche sono dotate di tunnel secondari e uscite camuffate, anche in zone civili o agricole.
Innegabile poi il fondamentale ruolo psicologico, per ricordare a USA e Israele che un’invasione di terra dovrebbe fare i conti con un nemico che non finisce mai.
