Roberto Roggero – Le rivelazioni sulle indecenze del “biondo” Donald ormai si sprecano, tanto meno stupiscono. Ma ce ne sono certe che effettivamente fanno notizia, specialmente quando arrivano dall’interno degli apparati di Washington.
È il caso di Paul R. Pillar, veterano della guerra del Vietnam, ufficiale oggi in pensione e attualmente supervisore del Center for Security Studies alla Georgetown University nonché presso il Brooking Institution esperto dell’intelligence, specialmente in affari internazionali e per circa 30 anni funzionario operativo in qualità di National Intelligence Officer, responsabile operazioni per Medio Oriente e Asia Meridionale, con autorità sul Centro Antiterrorismo.
In quanto esperto in materia, e specialmente sulle questioni che riguardano l’Iran e la strategia politica e militare americana nell’area del Medio Oriente, Pillar ha espresso la propria opinione circa le capacità americane di sostenere un conflitto aperto di lunga durata, e le sue conseguenze.
Il “biondo” Donald ha dichiarato che la guerra alla Repubblica Islamica potrebbe durate circa due mesi, con l’eventualità di estendere il conflitto a operazioni definite “boots on the ground”, ovvero terrestri, come confermato anche dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, in contrasto con quanto previsto dal Pentagono, che aveva messo a punto piani per operazioni di durata più limitata.
Secondo Pillar, l’approccio decisionale del “biondo” presidente è caratterizzato da eccessive emotività e impulsività, e dalla tendenza a non guardare oltre l’immediato, ma a volere immediatamente riscuotere consenso e applauso. Secondo tale concetto, lo stesso “biondo” non ha mai avuto un’idea chiara sulla durata di questo conflitto, tanto meno sulle prospettive di escalation. I pianificatori militari professionisti comprendono certamente questo aspetto e hanno dovuto pianificare operazioni per diverse eventualità, vista la totale inesperienza tattica e strategica del comandante in capo.
In ogni caso, Stati Uniti e Israele sono attrezzati militarmente, politicamente ed economicamente per un conflitto prolungato con l’Iran (salvo nel settore delle difese anti-missile), specialmente se la rappresaglia iraniana coinvolgesse gli alleati regionali e se gli scontri si estendessero oltre la fase iniziale. Resta il fatto che gli esorbitanti costi di tutto questo, ricadrebbero sulle spalle degli americani.
Le limitazioni sono principalmente di natura politica e soprattutto in termini di consenso della pubblica opinione americana, che dipenderà da fattori economici se le interruzioni alle forniture di petrolio e gas porteranno a un aumento dei prezzi dell’energia.
Da non dimenticare l’impatto che avranno in patria i morti americani, e già ce ne sono. Un elemento che influirà direttamente sul sostegno all’amministrazione attuale della Casa Bianca e al controllo sul Congresso, specialmente nel periodo delle elezioni di medio termine.
Un aumento delle vittime statunitensi è potenzialmente uno dei fattori più grandi che potrebbero causare perdita di consenso, ma finché rimane una guerra aerea e non vengono impiegate truppe di terra, il numero di vittime sarà contenuto e di conseguenza non avrà ripercussioni politiche di particolare incidenza. Inoltre, il “biondo” può sempre contare sullo zoccolo duro del Partito Repubblicano, che continuerà a sostenerlo qualunque cosa decida.
Bisognerebbe che il Partito Democratico ottenesse la maggioranza alla Camera dei Deputati nelle elezioni di medio termine, e solo allora avrebbe un potere decisamente influente, la una eventualità del genere dipende esclusivamente da questioni di economia nazionale e non estera.
Per quanto riguarda il tanto pubblicizzato pericolo dell’Iran come imminente minaccia alla sicurezza nazionale, tale da giustificare una preventiva aggressione, di concerto con lo stato nazi-sionista israeliano, e basato su non meglio definiti rapporti delle agenzie di intelligence, Paul Pillar è lapidario: nessuna minaccia, nemmeno lontanamente, oltretutto la stessa amministrazione del “biondo” Donald non ha mai fornito alcuna prova in tal senso. Solo parole e martellante propaganda.
Almeno, per scatenare la sua guerra, l’ex presidente George W. Bush aveva messo insieme il dossier sulle armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein, sebbene poi si sia rivelata una montagna di menzogne, costruite a tavolino.
Tutto questo, quindi, porta automaticamente a dedurre che i negoziati di Muscat, in Oman, e specialmente quelli tenuti all’ambasciata omanita di Ginevra, siano performativi, o semplicemente un pretesto per guadagnare tempo e ammassare quella potenza militare che oggi sta bombardando l’Iran.
Considerando la dinamica dei colloqui, infarciti di inaccettabili richieste americane, appositamente elaborate per non essere accettate, è difficile non concludere che il “biondo” prepotente stesse usando i colloqui solo per ingannare, con l’intenzione di mentire sapendo di farlo (una sua eccellente specialità) senza alcuna reale intenzione di giungere a un accordo.
Lo stesso ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Al Busaidi, capo delegazione dei mediatori, aveva dichiarato che i colloqui, dopo diverse ore di discussione, erano giunti a uno stadio decisamente positivo, e che era già stata programmata una ulteriore sessione.
Se l’amministrazione americana avesse avuto reali intenzioni di evitare la guerra, avrebbe continuato a lavorare sul piano diplomatico, invece di ammassare navi e aerei per scatenare la guerra due giorni dopo i colloqui di Ginevra. Quanto all’Iran, il ministro degli Esteri del Sultanato ha confermato che da Teheran aveva ricevuto chiara conferma sull’intenzione di concludere un accordo solido, che riducesse il peso delle sanzioni.
Per quanto riguarda il ministro genocida israeliano Bibi Netanyahu, sono state, e sono evidenti le pressioni sull’amministrazione americana che sono riuscite a plasmare la decisione di scatenare la guerra, soprattutto in merito alla tempistica e agli obiettivi particolarmente sensibili, soprattutto per quanto riguarda l’intenzione di fare crollare il governo iraniano, ovvero uccidere la Guida Suprema e le principali personalità della catena di comando.
Il “biondo” Donald è stato evidentemente manipolato dal premier israeliano, ben più esperto in materia, e sul come aggirare il diritto internazionale e la diplomazia, su qualunque argomento e con chiunque. A monte di tutto una sostanziale differenza: Netanyahu vuole l’Iran indebolito per prevalere a livello regionale, oltre che per scampare ai procedimenti penali che lo attendono (una sconfitta decreterebbe la sua morte politica) mentre il “biondo” Donald cerca soprattutto una vittoria per guadagnare consenso all’interno degli Stati Uniti, e pensare eventualmente anche a una ulteriore candidatura presidenziale, visto che si fatto scappare il Nobel per la Pace…Dio non voglia…
