Roberto Roggero – Mentre Donal “il biondone Trump non smette di celebrare la vittoria su tutti i fronti, culminata con la rifiutata offerta dell’Iran di essere nominato Guisa Suprema, migliaia di Marines e forze speciali continuano ad ammassarsi nel Golfo. Ultimi arrivi, in ordine di tempo, i reparti di paracadutisti della 82° Divisione aerotrasportata “All American” direttamente da Fort Bragg (North Carolina) e le unità 11a e 31a del Commando Special Operations provenienti da Okinawa.
Secondo la strategia, i paracadutisti dovranno essere schierati per incursioni chirurgiche, probabilmente dietro le linee nemiche, in nodi logistici di primaria importanza, come aeroporti, basi missilistiche e stazioni radar. In questo scenario, il mondo trattiene il fiato, i mercati dell’energia non prestano più alcuna fiducia ai comunicati provenienti dallo Studio Ovale, e se davvero dovesse essere avviata una operazione a tal punto complessa e costosa, gli americani dovranno essere pronti a un vero e proprio bagno di sangue.
Il Washington Post cita funzionari americani, secondo i quali il Pentagono si sta preparando a settimane di operazioni di terra in Iran, ovvero una incontrollata escalation, qualora il “biondo” presidente decidesse di attaccare, e l’attacco iraniano nel quale è stato distrutto un aereo per la sorveglianza, del valore di circa 700 milioni di dollari, con un paio di droni che ne valgono circa 7.000, rimane comunque un chiaro segno di ciò che attende gli aggressori.
Di certo è esclusa una operazione in stile D-Day, ma si parla di iniziative mirate che sarebbero affidate appunto a reparti speciali di commandos incursori, paracadutisti, Marines, Delta Force, Navy Seals & C. con truppe di fanteria in seconda ondata.
A questo punto, il “dove” è ormai evidente: Stretto di Hormuz, terminale petrolifero di Kharg, distretto di Qeshm, installazioni costiere. Il problema rimane il “quando”, non tanto per gli iraniani, che sono pronti da tempo a una eventualità del genere, e non a caso hanno ammassato difese difficilmente superabili nella zona, ma per il “biondo” Donald, che è nell’imminenza di affrontare le elezioni di medio termine, con u sondaggi che dimostrano un calo di consenso senza precedenti, con rischio di impeachment e anche di venire costretto alle dimissioni, in virtù del 25° emendamento della Costituzione americana, che prevede la “messa a riposo” del presidente per manifesta incapacità.
Intanto la strategia della Casa Bianca è quella di mantenere alta la tensione, fra annunci di prossima fine guerra e ultimatum prologo a un ulteriore inasprimento: “Siamo pronti a scatenare l’inferno se l’Iran non accetterà di chiudere il programma nucleare!”. Un inferno che senza dubbio sarà un boomerang contro chi lo ha causato e alimentato. Intanto, il Pentagono starebbe valutando la possibilità di schierare altri 10mila soldati in Medio Oriente.
Quella contro l’isola di Kharg sarebbe una missione con enormi rischi, praticamente impossibile. Un’alternativa sarebbe quella di disseminare le acque intorno a Kargh con ordigni esplosivi, allo scopo di isolarla, ma a questo hanno già pensato gli iraniani, con scopi ovviamente ben diversi da quelli americani. L’isola di Kharg è il territorio iraniano più importante del Golfo, ma i funzionari statunitensi pare abbiano valutato altri obiettivi, cioè altre isole iraniane più vicine a Hormuz come potenziali bersagli.
Un’altra opzione riguarderebbe l’isola di Larak, che ospita importanti centri di stoccaggio per armamenti, destinati al controllo dello Stretto di Hormuz, e lo stesso per l’isola di Abu Musa. Ma le truppe inviate dal “biondone” potrebbero essere impiegate anche per altre missioni, fra cui i circa 440 kg di uranio arricchito (HEU) scomparsi dopo gli attacchi statunitensi contro l’Iran del giugno 2025.
Una missione terrestre più astuta potrebbe essere quella di bonificare alcune postazioni militari costiere, che rappresentano una minaccia per la navigazione commerciale e militare. Alcune si trovano vicino allo Stretto di Hormuz, e altre sono situate più a nord lungo la costa, ma la mobilità delle difese è uno dei punti di forza di Teheran, se queste si muovono e conducono incursioni, entrando e uscendo rapidamente dal territorio.
Per quanto riguarda i reparti speciali, la 31a Unità di Spedizione dei Marines, con circa 2.200 soldati, è stata inviata nella regione nelle scorse settimane. Possiede capacità per condurre missioni di questo tipo, ma dovrebbe affrontare limitazioni logistiche riguardo alla durata delle operazioni, senza rifornimenti aggiuntivi ed esposta alla controffensiva iraniana, portata da un numero di soldati enormemente superiore, sostenuti da droni e missili.
Secondo indiscrezioni, pare che i piani militari americani prevedano comunque operazioni di terra in Iran, per le quali sono state eseguire diverse simulazioni.
