Roberto Roggero – Concluso l’incontro fra il “biondo” Donald e il carnefice Bibi, che hanno affrontato il delicato tema dei negoziati, elaborando la propria volontà di orientare i colloqui sul programma nucleare iraniano, pare che i prossimi giorni siano decisivi e, secondo non pochi analisti, Trump sarebbe vicino a decidere di attaccare.
Nell’area del Golfo gli Stati Uniti stanno ammassando sempre più mezzi e attrezzature, con l’ultimo arrivo di batterie antimissile Thaad anche in Giordania, come rafforzamento dello scudo difensivo israeliano, che nell’ultima occasione non si è dimostrato invulnerabile come propagandato a gran voce. Molte immagini satellitari mostrano un nuovo posizionamento di diverse postazioni, con lo scopo di intercettare i missili che eventualmente dovessero arrivare dall’Iran, mentre il Pentagono procede con il potenziamento della presenza navale, anche a scopo difensivo di quei Paesi del Golfo che ufficialmente hanno espresso contrarietà a un intervento americano, ma ai quali in realtà non dispiacerebbe più di tanto. A tale scopo, dopo l’arrivo del gruppo navale della portaerei USS-Abraham Lincoln, è atteso un secondo contingente della US-Navy, che aumenterà la potenza offensiva in missili Tomahawk e aerei da combattimento.
“Vorrei che i negoziati con l’Iran continuassero, per vedere se sarà possibile o meno raggiungere un accordo, ma se non fosse possibile non avremo altra scelta, la nostra risposta sarà dura”, ha ribadito il “biondo” presidente, ben cosciente che Teheran non è disposta ad acconsentire alle fantapolitiche richieste di Washington e Tel Aviv.
La settima visita di Netanyahu a Washington nel secondo mandato di Trump, arriva a meno di una settimana dai colloqui indiretti in corso a Musqat, capitale del Sultanato dell’Oman, per un potenziale accordo che faccia calare la tensione nella Regione.
Alcuni funzionari israeliani hanno ipotizzato che la decisione di Trump di riprendere i colloqui fosse intesa a instillare nell’Iran un falso senso di sicurezza, consentendo potenzialmente un attacco a sorpresa. Altri suggeriscono che stia seguendo una strategia di arretramento, rinnegando la promessa di sostegno ai manifestanti antiregime in Iran. In sostanza, il “biondo” è alla disperata ricerca di un pretesto.
La Turchia esprime profonda preoccupazione, sia per le conseguenze di un eventuale attacco israeliano-americano, sia per la prosecuzione del programma nucleare iraniano. Il ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ha dichiarato che proseguendo tale programma, l’Iran potrebbe innescare conseguenze funeste per tutto il Medio Oriente e non solo, giustificando eventualmente altri Paesi a dotarsi di armamenti nucleari, primo fra tutti proprio la Turchia, il che fa supporre che anche Ankara non sia certo estranea a procedimenti del genere.
Il presidente Erdogan fa pressioni per la soluzione diplomatica, e ha comunque manifestato decisa opposizione a un intervento offensivo americano, anzitutto perché preoccupato dell’ondata di fuoriusciti che investirebbe la Turchia, che con la Repubblica Islamica dell’Iran condivide oltre 500 km di confine.
Erdogan sta facendo il possibile per coalizzare i Paesi arabi della Regione in un fronte unico che metta gli USA all’angolo e li costringa a rinunciare all’attacco all’Iran, ma al momento senza risultati, visto che, come sopra espresso, diversi non sarebbero poi così contrari alla soluzione drastica che riduca “i programmi egemonici di Teheran”. Rimane il fatto che se l’Iran subisse un attacco in forze, a guadagnarci sarebbe più di tutti lo stato nazi-sionista israeliano. Di certo, la Turchia non vuole un Iran in posizione di leader, ma non lo vuole neanche sotto influenza statunitense o israeliana.
Il Consiglio di Cooperazione del Golfo, da parte sua, opta senza dubbio per un cambiamento dei rapporti con l’Iran, ma tramite un negoziato diplomatico, non certo con un conflitto. In sostanza, gli Stati del Golfo non vogliono tanto un rovesciamento di governo a Teheran, che implica ulteriori problemi di non poco conto, ma un cambiamento di condotta da parte degli Ayatollah e, a tale scopo, stanno facendo pressione perché i negoziati coinvolgano altri partecipanti: un insieme più esteso di partecipanti può influire in modo decisivo sull’esito dei negoziati stessi e può controbilanciare il peso fuori misura di Israele e Stati Uniti.
Secondo le dichiarazioni del ministro degli Esteri turco, per quanto riguarda Washington sarebbe anche accettabile un programma nucleare iraniano contenuto entro limiti rigidamente definiti e supervisionati, e questo sarebbe certo una svolta fondamentale e un cambiamento di prospettiva, dal momento che il “biondo” Donald fino a ieri ha ribadito che non è disposto a tollerare un Iran con un programma nucleare nemmeno per scopi civili, con eliminazione di tutte le riserve di uranio e tutte le postazioni e basi missilistiche, nonché la cessazione definitiva al sostegno delle milizie filo-sciite nei Paesi alleati. Insomma, la fine assoluta del cosiddetto “Asse della Resistenza”, dal momento che l’arsenale missilistico iraniano è la preoccupazione maggiore di Israele e degli Stati Uniti.
Dal Teheran, il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha dichiarato che la Repubblica Islamica è disposta a discutere unicamente il programma nucleare e nient’altro. E’ quindi evidente che la differenza di vedute ha raggiunto limiti difficilmente conciliabili.
Se Teheran mantenesse la disponibilità di missili balistici a lungo raggio, non avrebbe bisogno di alcuna arma nucleare, e manterrebbe comunque la propria capacità di deterrenza. Il possesso di missili balistici non è una minaccia meno grave di quella, soprattutto quando si dispone di enormi capacità di lancio e di missili di precisione. Ecco perché gli iraniani non sono disposti a negoziare su questo tema.
