Roberto Roggero – Non è certo un segreto che uno dei principali obiettivi, se non il principale, della politica economica e della economia politica (sono due concetti differenti) del “biondo” Donald, sia la sottomissione dell’intero emisfero occidentale, e perché no della egemonia del commercio, al potere del dollaro, che per altro è sempre meno potente o per lo meno non ha la stessa influenza in certi campi, come nel secolo scorso. Una appendice della nuova versione della Dottrina Monroe che Washington vuol applicare se non altro ai territori che considera “il giardino di casa”, cioè i Paesi dell’America Latina e del Sud America. In pratica, garantire la sudditanza assoluta alla politica Trumpiana, naturalmente in chiave MAGA.
È d’altra parte chiaramente espresso nel documento noto come National Security Strategy 2025 che stabilisce il totale e assoluto controllo di Washington su tutto l’emisfero occidentale, e a livello mondiale, con il dollaro come strumento primario nei pagamenti internazionali.
Nel testo National Security Strategy 2025 è infatti scritto: “Gli Stati Uniti daranno priorità alla diplomazia commerciale per rafforzare la propria economia e le proprie industrie, utilizzando dazi e accordi commerciali come potenti strumenti. L’obiettivo è che le nazioni partner rafforzino le proprie economie nazionali, mentre un emisfero occidentale economicamente più forte e avanzato diventa un mercato sempre più attraente per il commercio e gli investimenti americani. Il rafforzamento delle catene di approvvigionamento critiche in questo emisfero ridurrà le dipendenze e aumenterà la resilienza economica americana. I legami creati tra l’America e i nostri partner andranno a vantaggio di entrambe le parti, rendendo al contempo più difficile per i concorrenti non emisferici aumentare la propria influenza nella regione. E pur dando priorità alla diplomazia commerciale, lavoreremo per rafforzare le nostre partnership in materia di sicurezza, dalla vendita di armi alla condivisione di intelligence e alle esercitazioni congiunte. Vogliamo che queste nazioni ci considerino il loro partner di prima scelta e (attraverso vari mezzi) scoraggeremo la loro collaborazione con altri”.

Naturalmente, con l’espressione “collaborazione con altri”, il riferimento è diretto in primo luogo alla Cina, quindi all’Unione Europea come entità d’insieme, ma certamente anche per ogni singolo Paese membro, le cui economie nazionali hanno peculiarità diverse e, non di rado, contrastanti. Ciò che sorprende è che i vari governo europei non abbiano ancora acquisito coscienza di questa realtà, posto che, come dice il proverbio, “non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare”. Lo ha però capito fin troppo bene la Spagna, che con i Paesi latino-americani ha rapporti storici e solidi, ed è stato l’unico Paese europeo a rifiutare di sottomettersi al “biondo” presidente.
Ovviamente la dinamica americana per raggiungere gli obiettivi prefissati, si basa in maggior parte sull’utilizzo di tutti i possibili mezzi di intelligence, dal controllo di installazioni militari, porti e infrastrutture chiave all’acquisto di asset strategici, utilizzando la leva finanziaria e tecnologica, per mettere fuori gioco i concorrenti e indurre i governi dell’emisfero occidentale a rifiutare ogni altra assistenza.
Lo stesso testo della National Security Strategy 2025 afferma che il governo degli Stati Uniti individuerà opportunità strategiche di acquisizione e investimento per le aziende americane, nei settori chiave quali energia, telecomunicazioni e minerali critici, intraprendendo ogni sforzo per espellere le aziende straniere che costruiscono infrastrutture nella regione.
Il concetto di “dollarizzazione” non è mai chiaramente espresso, ma chiaramente sottinteso, per altro in un processo già in attuazione da diversi anni, visto che fin dal il Senato americano ha dato inizio a un procedimento sull’argomento. Da oltre vent’anni quindi, poiché è altrettanto evidente che non si tratta di tempi sul breve termine, per quanto riguarda la eventuale adozione del dollaro come valuta di interscambio, in sostituzione delle valute nazionali. L’obiettivo rimane comunque l’esclusione di tutte le valute nazionali nel campo del commercio globale, come già avviene, ad esempio, per la gestione del petrolio venezuelano, gestita in tutto e per tutto dalle imprese americane. In sostanza, il Venezuela è stato un test riuscito, con l’imposizione della politica del “biondo” Donald, a cominciare dal vero e proprio colpo di stato sfociato con il sequestro del presidente Nicolas Maduro e oggi con la pressione perché il Paese sostituisca di fatto il bolivar con la valuta americana, per altro operazione di non facile attuazione almeno finché il Paese è stretto nella morsa dell’inflazione.

Attualmente, nell’area latino-americana, il dollaro è ormai moneta nazionale in Ecuador, Panama e Salvador, mentre in Honduras continua la pressione economica di Washington con veri e propri ricatti finanziari, Cuba è sotto assedio e l’Argentina, a sua volta devastata da una massiccia inflazione, sopravvive unicamente grazie alle periodiche iniezioni di dollari, in un continuo gioco di delicatissimi equilibri economici, soprattutto perché alla Casa Bianca nessuno è certo disposto ad assumersi l’onere di amministrare un Paese con una instabilità monetaria a tal punto evidente. Ci si limita quindi, almeno al momento, al controllo e pilotaggio diretto dei principali investimenti.
Non a caso, Donald “il biondone” ha chiamato nello Studio Ovale i primi ministri e presidenti di Ecuador, Cile, Bolivia, Salvador, Argentina, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Paraguay, Panama, Honduras, Guyana, Trinidad e Tobago, per notificare i particolari della strategia della National Security Strategy 2025, che però non è stata notificata a Messico, Perù e Brasile.
L’assenza di questi tre Paesi è un dato decisamente interessante: per quanto riguarda il Perù, è in atto una pesante crisi politica e Washington punta a un percorso parallelo che porti alla rottura dei rapporti bilaterali con la Cina e al controllo diretto dello scalo marittimo di Chancay, principale sbocco sul Pacifico; il Messico è collegato direttamente alla questione migranti e soprattutto a Cuba; il Brasile, com’è noto, è uno dei fondatori del gruppo BRICS, ma ha obiettivamente problemi a livello sociale, con una popolazione di oltre 200 milioni di persone, forze armate di livello più che discreto tecnologia avanzata e soprattutto importanti risorse naturali, relazioni a livello globale e importanti relazioni con grandi potenze. Il “biondo” Donald ha più volte manifestato aperta opposizione, per non dire aperta guerra commerciale, al gruppo BRICS ma sa anche che il Brasile è oggettivamente un Paese troppo grande per essere preso di petto…certo, era così anche per l’Iran ma è successo quello che tutti vediamo attualmente, la rimane il fatto che difficilmente il Brasile potrà adottare il dollaro per i propri commerci. In tal caso, Washington intende quindi isolarlo economicamente per poi passare all’attacco. Questo naturalmente in teoria, perché nella realtà è un rischio estremo scontrarsi con il Brasile anche solo sul piano dei dazi.
