PRESCOTT VALLEY, ARIZONA - OCTOBER 13: U.S. Republican presidential nominee, former President Donald Trump dances during a campaign rally at Findlay Toyota Center on October 13, 2024 in Prescott Valley, Arizona. With leaders of the Border Patrol union in attendance, Trump pledged to hire 10,000 additional border patrol agents if reelected, intensifying his attacks on Democratic opponent Kamala Harris on the issue. (Photo by Rebecca Noble/Getty Images)
Roberto Roggero – L’acronimo MAGA, Make America Great Again, si sta ritorcendo pesantemente contro il proprio ispiratore, cioè il “biondo” Donald, le cui scelte di politica interna e specialmente estera in campo commerciale, si stanno rivelando una vera e propria incudine sulla testa degli americani, dato che i Paesi esteri non sono più disposti come prima ad acquistare titoli di Stato USA per coprire il debito, la politica economica dei dazi si è rivelata un boomerang, e sulla scena si sta prepotentemente affacciando il gruppo BRICS+ che fra i propri obiettivi ha lo smantellamento dell’egemonia della valuta statunitense.
Uno dei segni più evidenti si è già avuto nello scorso ottobre, quando il Joint Economic Council ha riferito che il debito pubblico americano aveva superato, per la prima volta nella storia, i 38mila miliardi di dollari, e sta continuando ad aumentare.
Una bomba finanziaria in tutto e per tutto, secondo il recente rapporto del BCO (Congressional Budget Office), agenzia federale super partes affiancata al Congresso per le questioni economico-finanziarie, secondo il quale il debito nazionale statunitense raggiungerà i 64 trilioni di dollari entro i prossimi dieci anni, cioè circa il doppio del livello attuale, dal momento che nell’anno in corso il deficit di bilancio dello Stato sta inesorabilmente salendo verso i 2 trilioni di dollari, ovvero il 5,8% del Pil nazionale, e le previsioni più pessimistiche, ma reali, affermano che entro la fine del 2026 raggiungerà e supererà i 3 trilioni di dollari.
Se tale stima corrisponderà alla realtà, entro il 2035 il deficit americano corrisponderà al 6,7% del Pil del Paese.
A questo scenario, si deve aggiungere il fatto che tale dato non è nemmeno il peggiore: il CBO aveva previsto che il debito pubblico sarebbe salito dal 99% dell’anno in corso, fino al 120% entro il 2030, il che per le tasche degli americani sarebbe un problema decisamente pesante, e ancora di più se si considera che lo stesso direttore generale del CBO, Phillip Swagel, prevede che il debito pubblico nazionale potrebbe oltrepassare la storica soglia massima del 106% raggiunta dopo la seconda guerra mondiale, nel 1946, ed entro i prossimi dieci anni, toccando il 175% del Pil entro il 2050, con un ulteriore danno causato dal fatto che le entrate non aumenteranno ma rimarranno sostanzialmente stabili, dal 17,5% del corrente anno al 17,8% fino al 2035, mentre aumenterà la spesa nazionale, che supererà di gran lunga le entrate.
Tre gli elementi principali di tutto questo: il costo dei servizi sociali, primo fra tutti il contorto meccanismo della previdenza e della sanità; il tasso di immigrazione che ha subito un tracollo con le politiche di respingimento ai confini; i costi di mantenimento dello stesso debito nazionale. A tutto si aggiunga che il “biondo” presidente sta facendo tutto meno che aiutare a risolvere la situazione ovvero, la sta continuamente peggiorando, soprattutto con l’introduzione, voluta dai repubblicani al Congresso, del Bill Act, che ha contribuito a innalzare le politiche di spesa e tagli fiscali. Sempre il CBO ha evidenziato che tale provvedimento aumenterà il deficit di 4,7 trilioni di dollari entro il 2035. Un carico già vertiginosamente aumentato dal precedente Tax Act del 2017, insieme all’aumento delle spese per Difesa e Sicurezza Nazionale, e al Medicaid and Supplemental Nutrition Assistance Program (SNAP) del 2025.
Secondo il CBO, i minori tassi di immigrazione aumenteranno il deficit di mezzo trilione di dollari nel prossimo decennio. Inoltre, si prevede che i costi per i servizi alla nazione aumenteranno vertiginosamente nel prossimo decennio, come i pagamenti annuali di interessi previsti sul debito nazionale, che raggiungeranno i 2,1 trilioni di dollari nel 2035 e più del doppio dell’attuale livello di spesa per interessi.
I problemi finanziari che affliggono gli Stati Uniti saranno solo in parte compensati dai circa 3.000 miliardi di dollari che deriveranno dai dazi, per cui la valutazione del CBO è letteralmente devastante per le finanze statunitensi, e particolarmente per quanto riguarda proprio il ritorno economico della politica dei dazi, checché ne dica il “biondo” presidente, il quale ha pronunciato diverse dichiarazioni sui significativi introiti generati dai dazi imposti, sostenendo un notevole beneficio per gli Stati Uniti. Di contro, non sono pochi gli interrogativi emersi in merito alla veridicità delle dichiarazioni. In sostanza, versioni di comodo che non corrispondono alla triste realtà, ma parte di una retorica enfatica e falsa propaganda. In sostanza, il “biondo” Donald mente sapendo di mentire, per cui rimane da vedere per quanto ancora gli americani saranno disposti a crederci.
Un esempio sono le affermazioni sulle migliaia di miliardi entrate nelle casse statali proprio grazie dazi doganali. Versioni non solo profondamente inesatte, ma realisticamente impossibili e in contraddizione con le sue stesse precedenti dichiarazioni.
Il “biondo” Donald ha diffuso a gran voce cifre molto diverse, ma lo scorso 2 dicembre ha divulgato la più “audace” delle dichiarazioni: le politiche tariffarie da lui istituite hanno fruttato 18mila miliardi di dollari: “Credo che nessuno al mondo abbia mai visto simili risultati, perché non è mai esistito un 18, o qualunque cifra finale possa essere. In soli dieci mesi abbiamo investito 18 trilioni di dollari. Non abbiamo mai investito nemmeno un trilione. Biden ne aveva molti meno”.
Da quel momento, i 18mila miliardi di dollari sono diventati la cantilena ripetuta e promossa come prova vincente della sua politica economica.
Dichiarazione semplicemente assurda, in quanto, secondo i dati reali, la realtà è decisamente molto diversa.
Trump ritiene che gli Stati Uniti abbiano effettivamente raccolto 18mila miliardi di dollari di entrate dai dazi ma, secondo le stime rese note dal Dipartimento del Tesoro, nei primi undici mesi del 2025 gli incassi non hanno superato i 236 miliardi di dollari, che vanno a costituire un valore estremamente più basso del reale perché si scontrano con il più alto aumento delle tasse dal 1992, per cui la previsione ufficiale è che
i dazi di Trump produrranno solo 2,3 trilioni di dollari per tutto il prossimo decennio. Molto molto lontano dai tanto vagheggiati 18mila miliardi di dollari, e anche a rischio di annullamento da parte della Corte Suprema per questioni di legalità tariffaria.
In caso esistano ancora dubbi, basti ragionare su un semplice dato reale: è praticamente impossibile per gli Stati Uniti avere incassato 18mila miliardi di dollari di entrate tariffarie in un anno, perché per toccare tale livello, le importazioni dovrebbero essere tassate al 600%.
A questo punto, la domanda: il “biondo” Donald da dove ha preso questa fantasmagorica cifra? Solo nella sua mente esiste una risposta certa (il che è tutto un programma…), ma si possono fare alcune ipotesi.
Ad esempio, il nuovo sito web della Casa Bianca, non a caso battezzato “Trump Effect”, che tiene traccia dei principali annunci di investimenti e include i trilioni di dollari che le politiche economiche del MAGA hanno portato al Paese. Lo scorso dicembre, lo stesso sito ha pubblicato il dato secondo cui le politiche economiche del “biondo” hanno generato investimenti americani e stranieri negli Stati Uniti per un valore di 9,2 trilioni di dollari. Inoltre, si potrebbe includere il calcolo (immaginario) sulle entrate dai dazi dell’amministrazione, relativo agli annunci di investimento, cioè le “promesse” di aziende private e investitori o governi stranieri, ma anche con questi non si raggiunge la cifra di 18mila miliardi di dollari, perché questi investimenti non costituiscono entrate per il governo americano, in quanto in maggior parte privati.
Il dato certo e verificabile rimane il costo delle politiche tariffarie: nel 2026 i dazi superano un’imposta media di oltre 1.500 dollari a famiglia.
In conclusione, i 18mila miliardi sono un dato assolutamente ipotetico, forse le pecore che il “biondo” Donald conta, o crede di contare, per addormentarsi…
