Roberto Roggero – Sono sempre più diversificate le “attività” del presidente americano Donald Trump in politica estera, alla spasmodica ricerca dell’obiettivo “America First”, o “Make America Great Again”, slogans che segnano l’incessante ingerenza statunitense nella maggior parte dei Paesi del mondo, con lo scopo di surclassare soprattutto le nazioni che possono costituire motivo di preoccupazione per il ruolo di leader assoluto a livello planetario. In particolare, oggi non è tanto la Russia a impensierire Washington, ma la Cina, che negli ultimi decenni ha compiuto passi da gigante e a colmato molti divari che una volta potevano fare la differenza, e non solo nel settore della difesa, ma in particolare nel settore Hi-Tech, infrastrutture, costruzioni che sfidano i principi della fisica, collegamenti e molto altro.
Con una continua, massiccia e chiassosa propaganda, a differenza della strategia cinese che predilige l’azione silenziosa, e il rendere noto non tanto progetti da realizzare quanto profetti realizzati, ad oggi gli Stati Uniti sono presenti con truppe e armamenti in oltre 170 Paesi (corrispondenti all’85% dei Paesi ufficialmente riconosciuti), con più di 250mila soldati impegnati in circa 650 basi oltre confine, principalmente in Europa, (Germania, Italia, Inghilterra e Polonia, per un totale di circa 150mila militari), Giappone e Sud Corea (85mila militari), ma anche Africa e Medio Oriente (circa 20mila militari fra Bahrain, Qatar, Siria, Arabia Saudita), con il pretesto di garantire la sicurezza globale e mantenere alleanze strategiche.
Una rete di basi e truppe che ha lo scopo di proiettare la potenza americana nel mondo, non tanto militare quanto economica, specialmente nelle aree chiave della geopolitica globale.
Se Washington scende a patti con il gigante russo, e per evidenti motivi di convenienza strategica, in particolar riguardo allo scacchiere artico, che con il continente africano è lo scenario del futuro, per quanto riguarda la Cina è pura e spregiudicata competizione, ma con Pechino che non solo ha colmato il divario, bensì ha ormai effettuato un netto e decisivo sorpasso. Lo scendere a trattative con Mosca ha quindi l’evidente obiettivo di chiudere una questione impellente (l’Ucraina) per dedicarsi anima e corpo alla sfida cinese, anche perché il fronte dell’opposizione interna sta gradatamente ma costantemente crescendo, ed evidenzia l’incapacità di Trump nascosta dietro le roboanti sbruffonate propagandate dallo Studio Ovale, che fanno apparire l’amministrazione Trump sempre più impegnata fuori dai confini che in patria, cosa che gli americani tollerano sempre meno.
A Trump serve un immediato risultato positivo nella questione ucraina, per rialzare il consenso interno, ma si sta scontrando con la cocciutaggine di Zelensky, intenzionato a limitare i danni, e con l’UE ormai immersa fino al collo in un inestricabile palude di sabbie mobili, che punta a iniziative destinate a farla affondare completamente.
E’ ormai cosa nota che Trump sia un presidente estremamente opportunista, che un giorno promette e il giorno successivo smentisce, e questo l’Europa pare non lo abbia ancora recepito, con il rischio di vedere annullarsi gli aiuti americani, che per altro in realtà non dovrebbe essere in discussione, dal momento che Washington ha legami ormai inscindibili a livello economico con il Vecchio Continente e avrebbe molto da perdere, checché se ne dica, anche se a rimetterci maggiormente sarebbe senza dubbio l’Europa.
Della sfida cinese fa comunque parte anche la stessa Russia, che con Pechino ha ormai stabilito un rapporto privilegiato, sia per quanto riguarda lo scacchiere artico, che Africa e Medio Oriente, solo apparentemente presentati in secondo piano.
In Medio Oriente le scelte che Trump ha voluto fare, soprattutto sulla questione Gaza, sono presentate come “decisioni sostanziali” ma sul piano reale non hanno imposto alcun cambiamento alla situazione di emergenza: il cosiddetto piano di pace appare sempre più insignificante, visto che non è stata raggiunta alcuna condizione che si possa definire di pace, per le continue violazioni del governo sionista israeliano che continua a uccidere palestinesi ogni giorno, sia nella Striscia che in Cisgiordania. I Paesi arabi si sono accorti da tempo della incapacità americana di risolvere con la forza questioni che invece necessitano di diplomazia e compromesso, e lo dimostra il fatto che vi è un sempre più diffuso orientamento verso il gruppo BRICS, piuttosto che l’intenzione di ratificare accordi o concluderne di nuovi con l’amministrazione Trump. Anche in Medio Oriente, Trump appare orientato soprattutto a ottenere risultati a breve termine, senza considerare i possibili costi sulla lunga distanza temporale.
In Africa, la sfida USA-Russia-Cina è ancora più evidente, a cominciare dall’ultimo intervento americano in Nigeria, ulteriore manifestazione di forza, dove la forza non serve se non ha causare danni ancora maggiori.
L’Africa è stata a lungo mantenuta in secondo nella strategia americana, e Trump sembra avere deciso di cambiare rotta, puntando sullo strumento militare, ma i Paesi africani ormai non sono più disposti a sottostare al diktat dello Zio Sam, secondo cui una grande potenza deve essere temuta per essere rispettata. La strategia cinese ha ampiamente dimostrato di essere molto più efficace quando non sono le armi a parlare, ma l’economia degli accordi.
Rimane un esempio evidente la “sgridata” dell’ex presidente Jimmy Carter a Donald Trump: “Tu stai rovinando questo Paese con la continua testardaggine a imporre la forza delle armi e guerre che non portano a niente. Guarda la Cina: dalla fine della seconda guerra mondiale Pechino non si è lasciata coinvolgere in nessun conflitto, e sta conquistando il mondo”. E lo sta facendo senza clamore e senza pubblicità, comunque senza trascurare il proprio settore difesa, con un enorme salto di qualità nel mettere a punto una industria militare completamente autonoma, come già a fatto la Russia, portando a livello praticamente zero la dipendenza da forniture estere. Oltre ad avere inaugurato collegamenti ferroviari sorprendenti come tunne sottomarini e città futuristiche, sta varando nuove unità navali come porterei e sottomarini con tecnologia all’avanguardia, e sta mettendo a punto una più che notevole padronanza nel settore aeronautico, che in precedenza costituiva un fattore difettoso.
Oggi, la AECC (Aero Engine Corporation of China) voluta nel 2016 dal presidente Xi Jinping, è un ben avviato conglomerato statale che concentra competenze, risorse, capitali che in meno di un decennio ha creato velivoli di vario tipo a tecnologia Stealth, con propulsori progettati e costruiti interamente in Cina, risultato di una strategia ben calcolata di investimenti, ricerca, sviluppo, risorse umane, ristrutturazione e riorganizzazione, e soprattutto approccio pragmatico all’acquisizione e alla gestione della tecnologia. Un esempio è l’acquisto della piattaforma tecnologica del caccia russo Sukhoi, e il conseguente sviluppo di quello che oggi è l’aereo da combattimento cinese J-11.
Sempre senza troppo clamore pubblicitario e propagandistico, Pechino ha fatto enormi passi avanti, soprattutto nel futuro, curando particolarmente lo spionaggio industriale e la cybersecurity contro le intrusioni straniere, fino a rivoltare lo scenario internazionale e a ridurre drasticamente le importazioni di componenti per la difesa, p portando la Cina fuori dalla Top-Ten dei primi dieci Paesi importatori di armamenti, e facendone, nel contempo, il quarto esportatore, non a caso principalmente in Africa e Medio Oriente, con soluzioni più economiche rispetto a imposte dall’Occidente, e in settori assolutamente di rilievo nella nuova tecnologia difensiva, orientata ormai non tanto in armamenti come carri armati o fucili, ma nel settore dei droni, dei satelliti, sistemi radar super-avanzati, e nella missilistica.
Sebbene la Casa Bianca faccia grande pubblicità alle nuove navi da guerra, e alla presenza della US-Navy nei Caraibi per ottenere con la forza qualcosa su cui non ha alcun diritto (come il petrolio venezuelano), la Cina superato il numero di unità navali americane varate negli ultimi dieci anni, in tempi minori e con costi molto più contenuti, proprio grazie all’integrazione del sistema industriale.
Attualmente, la Marina Militare della Repubblica Popolare è quella con più navi al mondo, sebbene gli Stati Uniti rivendichino la superiorità qualitativa. Eppure è di poche settimane fa la notizia dell’entrata in servizio della “Fujian”, la prima portaerei interamente progettata e costruita in Cina, dotata di catapulte elettromagnetiche, netto salto tecnologico rispetto alle precedenti unità, derivate da progetti sovietici, che consentirà a Pechino di estendere il proprio raggio d’azione ben oltre il Mar Cinese Meridionale, su rotte commerciali e interessi strategici globali.
