Roberto Roggero – Come mai questa improvvisa premura di concludere una pace accettabile e sostenibile della crisi ucraina, da parte del “biondo” presidente americano? Forse ha a che fare con le elezioni di medio termine? Di certo, se qualcuno ha fretta di porre fine al conflitto, è la popolazione ucraina, che vice con sei ore di energia elettrica al giorno, mentre la leadership politica e i manager della DTEK, principale azienda privata per l’energia, si godono anche gli ultimi (ma saranno davvero gli ultimi?) 90 miliardi di euro stanziati dalla UE. Ma a quel punto, che farà l’Europa se la guerra in Ucraina finisce?
A che punto sono i negoziati, e se esistono i termini reali per mettere finalmente la parola fine alla guerra, lo si vedrà al prossimo round di colloqui fra Washington, Mosca e Kiev, in programma il 17 e 18 febbraio a Ginevra, come ha confermato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov.
Su tavolo il punto cruciale è il compromesso in merito ai territori che sono il fulcro del conflitto, e le necessarie garanzie.
Intanto, a Kiev, Odessa e in altre grandi città, decine di migliaia di famiglie sono rimaste senz’acqua, e non c’è riscaldamento nelle case.
Il “biondo” Donald insiste perché Zelensky accetti almeno una parte delle richieste russe, ma al momento la risposta è “idee del tutto stupide”, compresa quella di un referendum sull’accordo di pace e un annuncio di future elezioni presidenziali da diffondere il 24 febbraio (quarto anniversario dell’inizio della guerra, da tenere poi il 15 maggio. Zelensky smentisce, ma senza escludere futuri annunci.
La Casa Bianca ha comunque stabilito una deadline a giugno per finalizzare l’accordo, in caso contrario stop alle garanzie do sicurezza da parte americana, che sono fondamentali per la presidenza ucraina, in quanto unico perno solido che possa mettere al riparo Zelensky da ulteriori offensive russe. Non a caso il presidente ucraino pretende che prima di qualunque idea di negoziato, siano messe nero su bianco le garanzie da parte di Washington.
A questo punto prende corpo la possibilità che Kiev accetti di lasciare il Donbass a Mosca, sebbene Zelensky continui a negare con la massima determinazione tale eventualità, facendo leva sul fatto che l’enclave di Donetsk è ancora sotto il suo controllo. Certamente Putin metterebbe il veto su qualunque possibilità di accordo.
A monte di tutto questo, a Washington il “biondo” Donald sta premendo con tutte le forze per “vincere la pace” e affrontare le elezioni di medio termine da posizione di indubbio vantaggio, continuando però a mettere le necessità interne in secondo piano, e questo gli americani non sono più disposti a tollerarlo. Una carta a favore di Trump, che così facendo potrebbe avere ideato tale strategia per accettare la politica estera, concludere la pace in Ucraina e vedere il proprio presidente dedicarsi ai bisogni interni.
Da parte sua, Mosca ha l’occasione di concludere ottenendo il Donbass e i territori non ancora conquistati grazie a una soluzione politica, contando proprio sulla fretta che ha Trump per andare tranquillo sulle elezioni di Mid Term, e sul fatto che l’Ucraina è ormai al lumicino e non si può permettere un prolungamento sine die del conflitto. Considerando il fatto che anche la Russia non può permettersi una guerra prolungata, dopo oltre un milione e 200 mila morti, secondo le stime del Centro Ricerche CSIS, e quella che sarebbe la strategia ucraina di uccidere almeno 50mila soldati russi al mese, per superare le capacità di rimpiazzo.
Ciò che più importa comunque, sul piano internazionale, è la questione economica, ovvero le spese militari che continuano ad alimentare il conflitto, le funeste conseguenze sull’indotto industriale, soprattutto nel settore privato, oltre che in quello statale.
Rimane il problema degli opposti interessi delle parti in causa, e il fondamentale nodo di eventuali elezioni in Ucraina, che di certo non si possono preparare ed eseguire in poco tempo, viste le condizioni del Paese. I preparativi tecnici e giuridici necessari non sono facili e non sono pochi, inoltre non esiste una legge sul referendum, per cui indire un referendum o elezioni presidenziali entro la prossima primavera è semplicemente impensabile, e Trump questo lo sa bene, quanto Putin e Zelensky.
Il tempo stringe, perché nelle prossime settimane Trump sarà completamente assorbito dalla campagna elettorale di medio termine, e c’è il rischio reale che potrebbe voler chiudere la questione ucraina in perdita, abbandonando le trattative e addossandone la colpa a Mosca o a Kiev.
Se vuol “vincere la pace”, Zelensky dovrà persuadere il presidente americano a non rinunciare alla possibilità di un successo diplomatico, scendere al compromesso di scambiare i territori del Donbass con le garanzie di sicurezza e preparare referendum ed elezioni presidenziali. In poche parole, tornare alla realtà.
