di Chiara Cavalieri*
DAMASCO- La recente nomina di Nuh Yilmaz come ambasciatore della Turchia in Siria, il primo di massimo rango dopo 13 anni, ha segnato un passaggio cruciale nel graduale riavvicinamento tra Ankara e Damasco. Tuttavia, l’avvio del suo incarico è stato immediatamente accompagnato da una polemica simbolica e politica, scaturita dall’uso dell’espressione “Sham Sharif” al posto di Damasco in un messaggio pubblicato sui social.

Un dettaglio linguistico che, nel contesto siriano e regionale, assume un peso politico rilevante.
“SHAM SHARIF”: UNA PAROLA CHE DIVIDE
Nel suo primo messaggio pubblico dopo l’arrivo a Damasco, l’ambasciatore Yilmaz ha scritto “Bismillah”, seguito dall’espressione “Sham Sharif”. Il termine ha immediatamente innescato un acceso dibattito.

Per una parte dell’opinione pubblica siriana e araba, l’uso di “Sham Sharif” richiama la terminologia ottomana, utilizzata quando la Siria era parte integrante dell’Impero Ottomano. In questo senso, l’espressione è stata interpretata come:
- una rimozione del nome moderno e statuale “Damasco”
- un possibile richiamo nostalgico all’epoca imperiale ottomana
- un segnale ambiguo sulla reale natura del ritorno turco in Siria
Altri osservatori hanno invece difeso l’uso del termine, ricordando che “Sham” è storicamente presente nella lingua araba per indicare Damasco e la sua regione, mentre “Sharif” significa “nobile” o “sacro”, come nel caso di “Al-Quds Al-Sharif”. Tuttavia, in diplomazia, il contesto è più importante dell’etimologia.
IL PESO DEL LINGUAGGIO NELLA STRATEGIA TURCA
Per la Turchia, il ritorno di un ambasciatore a Damasco non è un gesto formale, ma un atto strategico. Dopo anni di:
- sostegno a fazioni anti-Assad
- presenza militare nel nord della Siria
- operazioni contro le SDF e le milizie curde
Ankara cerca oggi una normalizzazione controllata, dettata da esigenze di sicurezza, gestione dei rifugiati e riequilibrio regionale.
In questo quadro, ogni parola pronunciata da un rappresentante turco assume un valore simbolico e politico. L’uso di un termine percepito come legato all’epoca ottomana rischia di rafforzare l’idea, molto diffusa in Siria, che la Turchia non abbia mai del tutto abbandonato una visione neo-ottomana della regione.
CHI È NUH YILMAZ: DIPLOMAZIA E INTELLIGENCE
La scelta di Nuh Yilmaz non è casuale. Si tratta di una figura con un profilo fortemente ibrido tra diplomazia e intelligence:
- membro dell’MIT dal 2013
- collaboratore diretto dell’attuale ministro degli Esteri Hakan Fidan
- viceministro degli Esteri dal 2024 con deleghe a Medio Oriente e Africa
La sua nomina segnala che la Turchia intende gestire il dossier siriano come una questione di sicurezza nazionale, più che come un semplice riavvicinamento diplomatico.
UNA PRESENZA ANCORA GUARDATA CON SOSPETTO
Nonostante il ripristino delle relazioni a livello di ambasciatore, la presenza turca in Siria resta profondamente controversa. I ricordi del periodo ottomano, uniti agli anni di conflitto e alle operazioni militari turche sul territorio siriano, rendono ogni gesto di Ankara oggetto di attenta scrutinizzazione.
In questo contesto, la polemica su “Sham Sharif” non è un episodio marginale, ma un indicatore della fragilità del processo di riavvicinamento e della diffidenza ancora radicata verso le reali intenzioni turche.
NORMALIZZAZIONE O AMBIGUITÀ?
Il ritorno della Turchia a Damasco passa attraverso gesti, parole e simboli. Se Ankara intende davvero avviare una nuova fase con la Siria, dovrà dimostrare non solo pragmatismo politico, ma anche sensibilità storica e linguistica.
Nel Medio Oriente, nulla è mai solo semantica: ogni parola è memoria, potere e posizionamento strategico. E la Turchia lo sa bene.
*L’autrice e’ presidente dell’Associazione Italo-Egiziana Eridanus
Vicepresidente del Centro Studi Unione dei Consoli Onorari Stranieri in Italia (UCOI) e dei Consoli Onorari Italiani nel Mondo (UCOIM)
Analista geopolitica e promotrice culturale Esperta di Medio Oriente e mondo arabo
@RIPRODUZIONE RISERVATA.
