Roberto Roggero – Non gli basta mai…la fame di potere e il delirio di onnipotenza stanno rosicchiando giorno per giorno il fegato del “biondo” Donald, che ormai non si sforza nemmeno più tanto a sbandierare il diritto tutto americano di esportare la democrazia a partire dal confine meridionale. Le maschere sono ormai cadute, nessuno si beve più la favola della lotta al narcotraffico, quindi tanto vale parlare alla luce del sole.
Nessuna crociata contro fentalyl e cocaina, che semmai è l’oltremodo evidente pretesto per fare man bassa delle risorse di Paesi non allineati, senza farsi scrupolo di prendere a cannonate le imbarcazioni dei pescatori e sparare, con il chiaro intento di uccidere, a chi potrebbe dimostrare quella che è la verità sotto gli occhi di tutti.
Il “biondo” Donald ha dichiarato in modo inequivocabile il motivo per il quale il 20% della potenza navale americana sta incrociando nei Caraibi e sul versante del Pacifico: “Avevano un sacco di petrolio, e Maduro ce lo ha rubato, quindi andremo a riprendercelo”. Nemmeno più un minimo scrupolo di vergogna di fronte al mondo: il petrolio venezuelano non è del Venezuela, semplicemente perché Trump non vuole, ma è americano per decisione unilaterale dello Studio Ovale.
Trump sta procedendo a isolare il Venezuela, sostenendo le destre della parte sud del continente americano, a cominciare dal Cile dove il neo presidente Gabriel Boric è un convinto sostenitore dell’estrema destra, e dove la generale Laura Robertson, capo del US-South Command, si è affrettata ad andare a rendere omaggio e a rinsaldare la cooperazione neo-colonialista a stelle e strisce, dichiarando: “I beni naturali dell’America latina devono essere considerati un asset degli Stati Uniti, e la loro difesa è un problema di sicurezza interna”. E anche il presidente argentino Javier Milei si schiera dalla parte americana, né potrebbe essere altrimenti, viste le condizioni economiche dell’Argentina e l’ideologia marcatamente capitalista del capo dello Stato, che ha sottoscritto il proprio sostegno all’iniziativa americana nei riguardi del Venezuela e le rivendicazioni di Trump sul petrolio che l’ex presidente Hugo Chavez avrebbe sottratto a Washington. Certo, in ballo ci sono le grandi riserve di gas naturale di Vaca Muerta, che Milei si è già premurato di assicurare nell’impegno per gli asset del ministero del Tesoro americano, senza alcun bisogno di ricorrere alla US-Navy.
Allo stesso modo, il presidente del Paraguay, Gustavo Pena, è considerato un alleato americano al 100%, e anche lui ha sottoscritto l’Accordo SOFA che autorizza gli Stati Uniti all’invio di truppe in Paraguay per presidiare il bacino del Guarani, una delle maggiori riserve sotterranee di acqua dolce (vasto tre volte l’Italia). Né è estranea la Gran Bretagna, che per continuare a possedere le Isole Malvinas-Falkland ha scatenato una guerra, alla quale non è certo estraneo uno enorme giacimento di petrolio a nord dell’arcipelago, valutato in circa 1,5 miliardi di barili, il cui sfruttamento è stato concesso alla azienda Israel’s Navitas Petroleum insieme alla inglese BP.
A nulla sono servite le colorite definizioni di Susie Walters, capo-gabinetto a Washington, che ha descritto il presidente “personalità da alcolista sobrio, convinto che non esista nulla che non si possa fare”.
Però da questo a dichiarare, con massima convinzione, che il petrolio venezuelano non appartiene al Venezuela ce ne corre…
