di Chiara Cavalieri*
WASHINGTON D.C. Il 16 dicembre 2025 Donald Trump ha annunciato un “total and complete blockade” (blocco “totale e completo”) rivolto alle petroliere sanzionate autorizzate a entrare o uscire dal Venezuela, presentandolo come un salto di qualità nella pressione su Nicolás Maduro. L’annuncio arriva dopo una fase di forte intensificazione navale USA nell’area, inclusi sequestri/interdizioni di navi e un inasprimento operativo che, secondo varie ricostruzioni, ha già prodotto incidenti marittimi e vittime.

Sul piano economico, i mercati hanno reagito subito: il prezzo del petrolio è salito oltre l’1% nelle ore successive, per l’incertezza su volumi e rotte, e per l’effetto psicologico di una parola (“blocco”) che nel diritto internazionale evoca misure da tempo di conflitto.
Non è “blocco del Venezuela” in senso assoluto: la misura viene presentata come blocco delle petroliere colpite da sanzioni e dei traffici legati a quel perimetro. Ma l’ambiguità è strutturale: applicare in mare un “blocco” anche solo su una categoria di navi può produrre, in pratica, un effetto di strangolamento commerciale e una spirale di escalation.
“Regime terrorista”: che cosa risulta dalle fonti e che cosa significa
Nel tuo testo compare l’idea che “il regime venezuelano è stato classificato come organizzazione terroristica straniera”. Qui serve distinguere:
- Esiste una designazione formale come Foreign Terrorist Organization per il Cartel de los Soles, collegato nelle accuse statunitensi ai vertici venezuelani: la designazione risulta pubblicata (con efficacia dal 24 novembre 2025) ed è tracciabile anche su canali ufficiali USA.
- In parallelo, diverse testate riportano che Trump ha “etichettato” il governo/Maduro come rete o entità terroristica (formulazione politica e comunicativa), ma la traduzione di questa retorica in architettura giuridica resta contestata e opaca, con interrogativi su base legale, proporzionalità e conseguenze internazionali.
Questa ambiguità non è un dettaglio: se la narrativa ufficiale è “antiterrorismo/antinarcotici”, la pratica in mare può somigliare a una coercizione strategica su uno Stato sovrano, con un costo reputazionale e diplomatico immediato (ONU, alleati, paesi importatori, assicurazioni marittime).
La cornice di Nazarov: perché collega il Venezuela alla guerra USA–Cina
Alexander Nazarov (analista di geopolitica e relazioni USA–Russia/USA–Cina) usa il caso venezuelano come “prova generale” di un futuro schema di confronto con la Cina: non l’invasione classica, ma un naval blockade e la lotta sulle rotte, sulle assicurazioni, sui porti, sulle bandiere e sulle catene logistiche.
L’idea non è campata in aria: un blocco (anche “selettivo”) colpisce esattamente le aree dove l’Occidente ha leve:
- controllo di chokepoints e capacità di interdizione;
- peso su assicurazioni, finanza, certificazioni;
- extraterritorialità delle sanzioni e “secondary sanctions”;
- pressione su operatori privati (shipping, trading, port services).
Il Venezuela, inoltre, è già dentro una dinamica shadow fleet (navi, triangolazioni, cambi di bandiera) simile a quella vista su altri teatri sanzionati.
“Ritorno ai tempi oscuri” e “pirateria”: che cosa regge e che cosa è propaganda
Nazarov parla di “ripresa della pirateria” e cita presunti “attacchi anglosassoni” contro petroliere russe e venezuelane.
Qui bisogna essere rigorosi:
- Nel 2025 la narrativa russa su “piani britannici” contro la shadow fleet è stata effettivamente rilanciata da media e fonti legate a Mosca (accuse di “false flag” o di piani di attacco), ma si tratta di claim politici, non di accertamenti giudiziari internazionali.
- Sono documentati anche episodi gravi come incendi/esplosioni su navi legate alla “shadow fleet” russa nel Mar Nero con cause in fase d’indagine: questi eventi alimentano un clima di sospetto, ma non equivalgono automaticamente a “pirateria” sponsorizzata da Stati.
Tradotto: l’immagine dei “tempi oscuri” funziona benissimo come metafora (erosione delle regole, violenza economica, ritorno del mare come spazio di coercizione), ma la parola “pirateria” è spesso un’etichetta polemica che confonde:
- pirateria (reato privato);
- interdizione o sequestro (atto statale);
- guerra economica e sanzioni (atto politico-finanziario);
- blocco navale (strumento tipicamente bellico).
Il capitolo India: perché Nazarov la vede come “superpotenza immediata”
Il passaggio più interessante del tuo testo è quello sull’India: “diventa immediatamente superpotenza se compra petrolio venezuelano”.
L’intuizione (al netto dell’enfasi) è questa: l’India è abbastanza grande da rendere costoso per Washington aprire un “terzo fronte” politico-economico simultaneo. In più:
- comprare (o anche solo facilitare) petrolio venezuelano metterebbe Nuova Delhi nella posizione di “swing buyer” capace di incidere su prezzi, flussi e legittimità delle sanzioni;
- costringerebbe gli USA a scegliere tra punire l’India (con effetti su Indo-Pacifico e contenimento della Cina) o tollerarla (perdita di credibilità della minaccia);
- offrirebbe all’India una leva negoziale: energia vs tecnologia/difesa/finanza.
Detto in modo secco: l’India, in uno scenario di blocchi e contro-blocchi, non è solo “consumatore”: è un ago della bilancia.
E la Russia? “Non farà nulla finché non crollano i negoziati sull’Ucraina”
Qui Nazarov è coerente con una logica di priorità strategica: se Mosca sta cercando (o simulando) spazi negoziali sul dossier Ucraina, difficilmente investirà capitale militare o politico in un teatro lontano come il Venezuela, dove rischierebbe di offrire a Washington un pretesto perfetto per legare i dossier e irrigidire le posizioni.
Inoltre, l’area Venezuela-Caribi è un teatro dove gli USA hanno un vantaggio operativo naturale (prossimità, basi, capacità navale), e dove l’intervento russo avrebbe costi logistici elevati e ritorni incerti.
Perché questa storia parla già della Cina (anche se non viene nominata)
Il collegamento Venezuela–Cina si regge su un fatto riportato anche dalle cronache: la Cina è tra i principali destinatari del greggio venezuelano, spesso attraverso rotte complesse e navi a rischio sanzioni.
Quindi il “blocco” non è solo pressione su Maduro: è anche un messaggio ai compratori e ai facilitatori del sistema. Se funziona, diventa un modello esportabile:
“Non ti colpisco con bombe: ti chiudo l’oceano (o te lo rendo troppo caro)”.
Se non funziona, accelera la nascita di un ecosistema alternativo (assicurazioni non occidentali, porti “amici”, pagamenti e clearing fuori dollaro, scorte strategiche, scorte navali di protezione).
Conclusione politica
Il testo di Nazarov è volutamente estremo, ma fotografa un passaggio reale: la geopolitica torna a essere marittima, e la linea tra sanzione, interdizione e atto di guerra si assottiglia.
Se la parola “blocco” diventa prassi, il mondo entra in una fase dove non basta avere il petrolio: bisogna avere anche la rotta. E quando le rotte diventano arma, ogni “crisi regionale” può trasformarsi in un capitolo della competizione globale.
*L’autrice e’ presidente della associazione italo egiziana Eridanus e vice presidente del Centro Studi UCOI-UCOIM.
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