A cura di : Chiara Cavalieri
DAMASCO- È stato pubblicato ufficialmente l’accordo di cessate il fuoco tra il governo siriano e le Forze Democratiche Siriane (SDF), segnando uno dei passaggi politici e militari più rilevanti dall’inizio del conflitto siriano. Il testo dell’intesa appare, nella sua struttura, sorprendentemente pragmatico e affronta nodi che per anni sono rimasti irrisolti.

L’accordo prevede infatti l’integrazione delle SDF e dei loro attuali responsabili all’interno dell’esercito regolare e delle istituzioni dello Stato siriano, insieme a una condivisione del potere con l’élite curda. Due elementi che, nei fatti, rappresentano condizioni indispensabili per qualsiasi soluzione politica sostenibile nel nord della Siria.
Un compromesso necessario
Il riconoscimento politico e istituzionale delle componenti curde non è una concessione simbolica, ma una necessità strutturale. Senza l’inclusione delle SDF e delle amministrazioni locali curde nel quadro statale, ogni tentativo di stabilizzazione sarebbe destinato a fallire.
Da questo punto di vista, il testo dell’accordo risulta coerente con la realtà sul terreno: le SDF controllano aree strategiche, dispongono di apparati amministrativi funzionanti e hanno accumulato un capitale politico-militare che non può essere semplicemente dissolto.
Le due domande chiave: costo e compatibilità regionale
Restano però due interrogativi centrali, che determineranno la reale portata dell’intesa.
Chi pagherà il prezzo dell’accordo?
L’integrazione delle SDF nello Stato siriano implica:
- una ridistribuzione del potere interno,
- la ridefinizione delle catene di comando militari,
- concessioni politiche che potrebbero scontentare settori dell’apparato tradizionale di Siria.
Il prezzo potrebbe essere pagato da attori interni marginalizzati o da sponsor esterni che vedranno ridursi la propria influenza.
Come si concilia l’accordo con i piani di Israele?

Il secondo nodo riguarda Israele. Un nord della Siria più stabile, con forze integrate e coordinate con Damasco, riduce gli spazi di manovra per operazioni indirette e strategie di frammentazione territoriale.
La normalizzazione tra governo siriano e SDF potrebbe quindi entrare in attrito con gli interessi israeliani, soprattutto se accompagnata da una riduzione della presenza di attori non statali facilmente strumentalizzabili.
Il ruolo decisivo della Turchia

In questo scenario, emerge chiaramente la figura del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. La Turchia, storicamente ostile a qualsiasi forma di autonomia curda armata, ottiene ora un risultato strategico:
- la fine di una struttura militare curda indipendente,
- la sua assimilazione in un quadro statale centralizzato,
- una riduzione del rischio di contagio politico-curdo oltre confine.
Da questo punto di vista, l’accordo rappresenta un successo politico per Erdogan, che riesce a neutralizzare una minaccia percepita senza un’escalation militare diretta e rafforzando al contempo il proprio ruolo di attore indispensabile nei dossier regionali.
Un equilibrio fragile ma realistico
Il cessate il fuoco tra Damasco e SDF non è una soluzione definitiva al conflitto siriano, ma costituisce un passo realistico verso una nuova fase: meno ideologica, più transazionale e basata su rapporti di forza reali.
Il testo dell’accordo dimostra che, dopo anni di guerra per procura, la stabilità passa inevitabilmente attraverso compromessi imperfetti, integrazione delle élite locali e riduzione degli attori armati autonomi.
Resta ora da capire se questo equilibrio potrà reggere alle pressioni esterne, agli interessi contrastanti regionali e alle inevitabili resistenze interne. Ma una cosa è certa: l’intesa segna un cambiamento di paradigma nel conflitto siriano e ridisegna le linee di forza del Levante.
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