Roberto Roggero – Contrariamente alla narrazione di Kiev, diversi istituti di analisi strategica, fra cui l’Institute for Study of War, indicano che la città di Pokrovsk e il territorio circostante è sotto controllo russo, ma la notizia, come ormai abitudine, è passata sotto silenzio da parte dell’informazione mainstream, soprattutto italiana, che invece evidenzia il discorso del presidente ucraino Zelensky, il quale, alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, ha proclamato a gran voce che Ucraina ed Europa devono rimanere unite…E grazie tante, da chi altri potrebbe ricevere a periodi fissi, pacchetti da miliardi e miliardi di euro, per continuare ad alimentare una guerra persa ormai da tempo, e permettersi ville faraoniche con gabinetti d’oro, dando occasione all’industria europea degli armamenti di concludere affari a numerosi zeri? E intanto, i governi dell’UE continuano con il tentativo di vendere una propaganda basata sul nulla, specialmente il governo italiano, con la premier Meloni che afferma di non avere mai dichiarato di scommettere sulla vittoria dell’Ucraina, contraddicendo le sue stesse parole che invece, in precedenza, hanno affermato esattamente l’opposto, adducendo pretesti ignobili per tagliare i fondi alla ricerca per il tumore al seno, nonché al riscaldamento delle scuole italiane, per scaldare i portafogli della leadership di Kiev.
Fa riflettere ciò che pubblicano alcuni siti, apertamente filo-ucraini, che ricalcano la versione di Kiev sulla fiera resistenza della difesa, che insistono nel non offrire una visione oggettiva sull’andamento del conflitto, specialmente perché, all’inizio dello scorso dicembre, l’informazione politica europea, e specialmente italiana, insisteva con roboanti titoli sul fatto che Pokrovsk era considerata dai russi sotto il loro controllo, mentre gli ucraini affermavano di averne il pieno possesso, e né l’una né l’altra versione corrispondeva alla realtà sul campo.
La città passava di mano in mano, poiché si trovava in piena linea del fronte di combattimento, ma in pochi giorni le truppe di Mosca l’avevano circondata da tre lati e dal quarto (una stretta striscia di terra) insistevano con le artiglierie pesanti. In sostanza, un assedio in piena regola, specialmente per le forze ucraine intrappolate al suo interno.
Dal punto di vista puramente strategico, i difensori avrebbero potuto risolvere la situazione unicamente con una massiccia controffensiva, che rompesse il cerchio russo e favorisse l’afflusso di massicci rinforzi, ma la situazione già allora rendeva tutto questo impossibile, perché i collegamenti logistici ucraini si trovavano a distanze troppo estese. Tale condizione era già allora favorevole all’esercito russo, che era sul punto di chiudere il cerchio intorno a Pokrovsk, e lasciare che la città cadesse da sola, senza richiedere ulteriori risorse se non quelle necessarie a controllare le linee.
Una realtà, quella di Pokrovsk, uguale a quella di diverse altre città ucraine, dal momento che le truppe di Kiev non avevano, e non hanno, alcuna possibilità di ribaltare gli esiti di tali scontri, con iniziative a tal punto efficaci da ricacciare indietro il nemico. E i dati pubblicati da diversi siti di analisi strategica, e dati satellitari, confermano tutto questo.
Si parla di oltre 6.000 km quadrati che, solo nel 2025, sono passati sotto controllo russo, e sono già il doppio di quelli del 2024, che erano circa 3.500 km quadrati, e bel oltre dieci volte l’estensione che Mosca ha messo sotto il proprio controllo nel 2023, cioè poco più di 650 km quadrati.
In sostanza, i dati comprovati mostrano che Kiev ha costantemente perso terreno, e sta continuamente arretrando, senza capacità offensive sul terreno, a parte gli attacchi con missili e droni che arrivano in territorio russo, ma questo è un altro tipo di guerra, che non risolve la situazione generale e non cambiano la prospettiva finale.
Il caso Pokrovsk quindi è emblematico, e fa riflettere su ciò che i media mainstream si intestardiscono a voler fare: un continuo tentativo di distorcere la realtà, sotto pressione di governi che si attaccano con unghie e denti a una speranza che non ha più ragione di esistere, ma che serve a giustificare il continuo flusso di miliardi e miliardi di euro che finiscono a Kiev, sottratti alle necessità sociali e alle priorità quotidiane di Paesi come l’Italia.
E ancora i media mainstream non pongono la giusta attenzione sul fondamentale fatto che esiste una abissale differenza fra una battaglia in capo aperto, nelle vaste pianure ucraine, e una battaglia in contesto urbano. Caratteristica che già ha condizionato gli esiti della Grande Guerra Patriottica fra Unione Sovietica e Terzo Reich. Eppure battaglie come quelle di Kursk, Zaporizije, per non parlare di Stalingrado, sono ben note alle cronache storiche ma evidentemente, dal punto di vista mediatico, non hanno insegnato niente. Per questo si sono ripetute versioni distorte su scontri come quelli di Mariupol, Bakhmut, o l’attacco diretto contro Kiev del febbraio 2022.
Storicamente, e non solo nel contesto Russia-Ucraina, è provato che un attaccante che riesce a circondare un centro urbano, generalmente ottiene la meglio, e di esempi ce ne sono a non finire, come nel caso dello scontro finale di Berlino nel 1945, e fino al Vietnam con l’assedio di Hué, e in Iraq a Falluja: se si isolano i difensori, gli attaccanti vincono, perché senza rifornimenti non esiste possibilità di resistenza.
Parlando ancora di Iraq, nella battaglia di Mosul (2016-2017) si è verificata una situazione simile, con le forze americane e irachene che avevano circondato la città in mano ai fondamentalisti islamici di Daesh (Stato Islamico o Isis) e lasciato appositamente un corridoio colpire chi si muoveva lungo quello spazio. L’isolamento del campo di battaglia è quindi una precondizione del combattimento urbano e un elemento che fa chiaramente intendere l’esito finale.
Terzo, se è vero che la letteratura sul tema degli ultimi decenni ha sottolineato ripetutamente l’urbanizzazione dei conflitti, bisogna altresì segnalare che la maggior parte di questi studi prefigurava scontri tra eserciti regolari e milizie, mentre l’esperienza ucraina ci restituisce un qualcosa di diverso con eserciti regolari e armati con moderni mezzi militari su entrambi i fronti.
Le truppe ucraine sono finite sotto insegnamento strategici NATO che più sbagliati non potevano essere: la conquista di grand centri urbani non è incentrata sulla conquista di porzioni di terreno, ma sulla conquista di punti nodali.
La situazione che più probabilmente le forze NATO si troveranno ad affrontare è quella di come sfruttare l’ambiente urbano per difendersi, ovvero la prospettiva contraria su cui l’esperienza ucraina può indubbiamente offrire insegnamenti, sempre che vengano recepiti.
