Roberto Roggero – Come è noto, è stato principalmente grazie all’azione di mediazione del Pakistan che il conflitto, ornai definito “Terza Guerra del Golfo”, fra Stati Uniti, Israele e Iran si è fermata, almeno temporaneamente. Da non trascurare comunque, il contributo di Egitto e Turchia. In ogni caso, la parte del leone l’ha fatta il Pakistan, soprattutto per il diretto coinvolgimento per la propria sicurezza e per la sicurezza dell’intero Medio Oriente e non solo.
Merito da riconoscere soprattutto al primo ministro Shehbaz Sharif e al comandante in capo dell’esercito pakistano, generale Asim Munir, in virtù della considerazione che entrambi hanno presso l’amministrazione del “biondo” Donald e a Teheran.
Resta da vedere quale piega prenderanno gli avvenimenti, al termine delle due settimane stabilite per il cessate-il-fuoco, periodo in cui certamente i colloqui continueranno con il massimo impegno, per fare in modo che non avvengano brutte sorprese, come una nuova escalation o qualche colpo di testa da parte del governo nazi-sionista israeliano. L’obiettivo è il raggiungimento di una pace stabile, certo estremamente difficile considerando la smania di potere di Israele, e i chiari di luna di Donald “il biondone”, notoriamente poco inclini a rispettare i patti.
A Islamabad questo lo sanno fin troppo bene, e per questo la sfida contro il tempo è decisiva e critica, tenendo conto anche delle reazioni della rivale India, dal momento che il premier Narendra Modi si è recato proprio in Israele per saldare l’alleanza fra New Dehli e Tel Aviv, proprio mentre il Pakistan iniziava il confronto militare con l’Afghanistan. L’intesa India-Israele è una notevole spina nel fianco per il Pakistan e per la Regione, sia dal punto di vista della sicurezza, che soprattutto del commercio, con riferimento a progetti di connettività come il corridoio Imec, e con il rischio di instabilità sistemica. In ogni caso, al Pakistan interessa mantenere stabile la situazione in Iran, per evitare un vero e proprio disastro geopolitico, tenendo conto dell’opposizione separatista in Balochistan.
Il premier pakistano Shehbaz Sharif sta facendo leva sulla volontà del governo moderato di Islamabad per riaffermare un nuovo protagonismo regionale, rispettando fra l’altro anche l’importante accordo con l’Arabia Saudita, della quale si è fatto garante per la sicurezza nucleare. Lo scopo a monte è chiaro: impedire il disegno di Israele centrato sulla volontà di smantellare la Repubblica Islamica, per governare il Medio Oriente.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha più volte ringraziato pubblicamente il Pakistan per il ruolo nella mediazione per porre fine alla guerra. Sharif ha avuto un peso, ma sicuramente un ruolo lo ha giocato anche Munir, l’uomo forte del Pakistan, capo delle forze armate capace di una vera e propria diplomazia personale grazie al legame privilegiato con Washington, rinsaldato dal giugno 2025, poco prima dell’operazione israelo-americana Midnight Hammer contro i siti nucleari iraniani (Guerra dei Dodici Giorni), quando è andato personalmente alla Casa Bianca.
Il “biondo” presidente americano conta molto sull’asse Washington-Islamabad tanto che, come atto di fede, ad agosto 2025 l’amministrazione Trump ha inserito i separatisti del Balochistan Liberation Army nella lista delle organizzazioni terroristiche. Anche i sostenitori del pragmatismo mediorientale si appellano a Islamabad, protagonista a sorpresa di una mediazione che vale molto per la stabilità mondiale.
