A cura di: Chiara Cavalieri
ISLAMABAD/TEHERAN- Il Pakistan si sta proponendo come possibile mediatore e sede ideale per ospitare i negoziati previsti tra Iran e Stati Uniti, in un momento in cui la regione vive una fase di forte tensione geopolitica.
A sostenerlo è il dottor Hassan Salama, noto esperto politico egiziano, che ha spiegato in un’intervista perché Islamabad possiede caratteristiche particolarmente adatte per svolgere questo delicato ruolo diplomatico.

Secondo Salama, il Pakistan basa la propria candidatura su una combinazione di fattori geopolitici, culturali e strategici che lo rendono un interlocutore credibile per entrambe le parti.
Innanzitutto, il Paese condivide un lungo confine terrestre con l’Iran e intrattiene con Teheran legami storici, culturali e sociali profondi. Inoltre, il Pakistan ospita una delle più grandi comunità sciite del mondo musulmano, elemento che gli conferisce un certo peso morale e una maggiore capacità di comprensione nei confronti delle sensibilità iraniane.
Un altro elemento decisivo riguarda la posizione militare indipendente di Islamabad. A differenza di molti Stati del Golfo, il Pakistan non ospita basi militari statunitensi sul proprio territorio, un fattore che riduce le diffidenze di Teheran e contribuisce a creare un clima più favorevole alla mediazione.
Questa relazione di fiducia si è riflessa anche in recenti segnali di cooperazione, come l’autorizzazione concessa alle navi pakistane di attraversare lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più sensibili al mondo per il commercio energetico.
Allo stesso tempo, Islamabad mantiene canali di comunicazione aperti con Washington. Il Pakistan continua infatti a presentarsi come partner strategico degli Stati Uniti, anche grazie ai frequenti contatti tra i vertici militari pakistani e l’amministrazione americana guidata dal presidente Donald Trump.
Per Islamabad, la stabilità della regione non è soltanto un obiettivo diplomatico, ma anche una necessità economica. L’economia pakistana dipende infatti in modo significativo dal flusso regolare di risorse energetiche provenienti dal Medio Oriente, e una riduzione delle tensioni regionali rappresenta quindi un interesse vitale.
Accanto a questo possibile ruolo del Pakistan, il mondo arabo mantiene comunque una posizione centrale nella gestione degli equilibri regionali.
Il dottor Hassan Salama sottolinea infatti che l’Egitto rimane uno dei pilastri fondamentali della mediazione internazionale in Medio Oriente.
Il Cairo gode di una reputazione consolidata come attore affidabile e rispettato, costruita attraverso decenni di esperienza nella gestione delle crisi regionali e nella diplomazia multilaterale.
Ciò che distingue il ruolo egiziano, spiega Salama, è la capacità di proporre soluzioni pragmatiche e concrete, basate su una visione strategica che pone al centro la sicurezza nazionale araba e la stabilità regionale.
In questo contesto, l’Egitto continua a svolgere una funzione di equilibrio, assicurando che eventuali negoziati internazionali non si trasformino in progetti geopolitici che possano entrare in conflitto con gli interessi del mondo arabo.
La possibile mediazione pakistana e il ruolo complementare dell’Egitto dimostrano come, nella complessa architettura della diplomazia mediorientale, nuovi e tradizionali attori regionali continuino a intrecciarsi nel tentativo di evitare un’escalation e favorire il dialogo tra le grandi potenze.
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