di Seyed Majid Emami, docente università e direttore dell’Istituto Culturale dell’Iran in Italia
Il Nowruz di Siyavash nella memoria storica degli iraniani
Il Nowruz di quest’anno per gli iraniani rappresenta un legame spirituale tra tre elementi fondamentali della memoria storica, della cultura e della tradizione persiana: il mito del lutto per Siyavash, la ricerca e la lotta per la giustizia volta al raggiungimento di una pace duratura e, naturalmente, la primavera, la gioia e il tempo nuovo.
Nello Shahnameh (Il Libro dei Re), il Nowruz viene menzionato esplicitamente trentatré volte, e in molte altre occasioni attraverso espressioni come “capo dell’anno nuovo” o “mese di Farvardin”. Sebbene numerosi miti e fatti siano legati a questa ricorrenza, uno dei suoi segreti risiede proprio nel lutto per Siyavash e nella vicenda della rivendicazione del suo sangue.
L’unione tra lutto e festa

Nell’antico Iran, il rito della morte e della resurrezione di Siyavash era indissolubilmente legato al Nowruz. Pochi giorni prima della festa, si osservava il lutto per l’eroe, ma con l’arrivo del Nowruz esplodevano la gioia e i festeggiamenti, come se Siyavash fosse tornato in vita.
Il mito di Siyavash è il simbolo delle credenze tipiche delle società agricole asiatiche riguardo all’autunno e alla primavera, alla siccità e alla pioggia, e al ciclo vitale della vegetazione. Questo mito affonda le radici nelle divinità vegetali della Transoxiana e della Valle dell’Indo, trovando una forma perfetta nella cultura iranica dove, per circa tremila anni, è stato messo in scena nell’Asia Centrale attraverso riti celebrativi. Il mito epico di Siyavash si basa sulla dualità tra bene e male, luce e oscurità. Nella mente dell’uomo antico, questa dualità si manifestava come contrasto tra rigoglio e siccità, tra primavera e inverno.
La Rivalsa di Siyavash” (Il Grande Nowruz)

Nello Shahnameh, il sesto giorno di Farvardin (noto come il “Grande Nowruz”) è ricordato come il giorno in cui Kay Khosrow, figlio di Siyavash, vendicò il sangue del padre sconfiggendo il tiranno Afrasiab. Siyavash muore simbolicamente al limitare del nuovo anno e “risorge” nel sesto giorno, quando la giustizia viene ristabilita. Con la sua morte sopraggiunge la siccità; con la sua resurrezione che coincide con la nascita e il regno di Kay Khosrow ricomincia a cadere la pioggia.
Ferdowsi, custode della nostra memoria letteraria, scrive:
“Mi disse: ‘Sorgi e tieni lieto il cuore,
libera l’anima dal dolore e dall’affanno.
Bada a non corrompere il tuo spirito,
cerca il grido della saggezza e della giustizia.
Il mondo passa mentre tu lo attraversi,
perché l’uomo saggio dovrebbe angustiarsi?’”
Lutto, Epica e Vendetta

Il lutto per Siyavash nello Shahnameh è la tragedia della morte di un principe innocente per mano di Afrasiab. Siyavash incarna la purezza e il sacrificio (attraverso la prova del fuoco). Ferdowsi descrive questo martirio con tale passione da trasformarlo in una tradizione eterna (il Nowruz-e Siavashan), dove l’eroe è celebrato come simbolo della rinascita della natura e del Bene contro l’Oppressione.
“Tutte le città dell’Iran caddero nel lutto,
colme di dolore accorsero da Rostam.
Per una settimana intera, tra pianti e lamenti,
egli sedette alla soglia, pieno di strazio e furore.”
Dopo la sua morte, in varie regioni (specialmente a Bukhara e Samarcanda), si tenevano riti solenni. Siyavash è il simbolo della purezza il cui sangue ha reso sacra la terra, e la cui memoria diventa il motore delle gesta eroiche di Rostam e Kay Khosrow:
“Disse Rostam ai valorosi: ‘Io
a questa vendetta ho consacrato anima e corpo.
Poiché al mondo un cavaliere come Siyavash,
non stringerà mai più la sua cintura.
Non considerate piccola questa impresa,
un tale affronto non può essere sminuito.’”
Cacciate dai vostri cuori ogni timore,
che la terra sia inondata dal sangue dell’Oxus!
Per Dio, finché sarò in vita in questo mondo,
il mio cuore sarà ricolmo della rivalsa per Siyavash’.”

Nel breve ma fondamentale trattato Nowruznameh di Omar Khayyam (autore ben noto in Europa), il Nowruz è legato al movimento del sole e all’ordine universale. Khayyam scrive: “Quando il sole entra nel primo minuto del segno dell’Ariete, quel giorno è chiamato Nowruz, ed è l’inizio dell’anno nuovo”.
In questa visione, il Nowruz non è solo una festa del calendario, ma il segno dell’armonia tra il movimento del cielo e la vita umana. Ecco perché nella cultura iraniana ha sempre un significato che va oltre la semplice gioia: è il monito che il mondo poggia su un ordine preciso e che la vita, in questo ordine, trova ogni anno l’opportunità per un nuovo inizio.
Pulire la casa (Khaneh-tekani) e indossare abiti nuovi sono simboli dell’abbandono di ogni bruttezza e distruzione.
“Che il Re vittorioso sia sempre trionfante,
e che tutti i suoi giorni siano un eterno Nowruz.
Che questo Nowruz sia benedetto per il sovrano,
e che il cuore di chi gli vuole male sia sradicato.”
Conclusione: Un messaggio di Pace Giusta
Il Nowruz è oggi un appuntamento mondiale per una pace giusta. È una festa che sradica l’ingiustizia alla radice, anziché scendere a compromessi con essa. Dopo la resistenza e la difesa del Bene, tutto ciò che resta è la primavera, l’equilibrio e la pace — tesori al di sopra di ogni altra ricchezza.
Chiudo con l’augurio di Ferdowsi:
“Possa la tua sorte essere sempre vittoriosa,
e ogni tuo giorno essere un Nowruz.“
Nowruz nella Tradizione Persiana
Il Nowruz e l’Eterna Danza della Rinascita

di Patrizia Boi
Nel cuore della primavera, quando il respiro del mondo si fa più caldo e l’oscurità invernale cede il passo a una
luce sorgiva, l’area geografica del “Grande Iran” e numerosi popoli dell’Asia Centrale si fermano per celebrare
il Nowruz. Il termine, che in persiano significa letteralmente “Nuovo Giorno”, non indica un semplice cambio
di data sul calendario, ma un evento cosmico e spirituale: l’equinozio di primavera. È il momento esatto in cui
la Terra, concludendo il suo faticoso letargo, si risveglia in un’esplosione di vita, offrendo all’uomo l’occasione
per una profonda resurrezione interiore.
Il Nowruz vanta un’eredità di oltre 4.000 anni, affondando le sue radici nelle tradizioni zoroastriane
dell’antica Persia. Per gli adoratori di Zarathustra, questa festa celebrava la vittoria di Ahura Mazda (il
principio del Bene e della Luce) su Ahriman (l’Oscurità). È il trionfo del calore sul gelo, una vittoria che
nessuna vicissitudine storica, conquista o cambiamento politico è mai riuscita a scalfire nel cuore del popolo
iraniano.
La mitologia attribuisce l’istituzione di questa festa al re leggendario Jamshid. Si narra che il sovrano,
grazie a un carro tempestato di gemme sollevato in cielo dai demoni da lui sottomessi, risplendesse come
un secondo sole. Nel giorno in cui si sedette sul trono radioso, l’umanità conobbe una prosperità mai vista
e fu scoperta la dolcezza dello zucchero. Altre tradizioni intrecciano il Nowruz a momenti sacri dell’Islam
e della Bibbia: il giorno in cui l’Arca di Noè toccò terra sul monte Ararat, o il miracolo della resurrezione
citato nella Sura al-Baqara del Corano.

Lo studioso persiano Abu Reihan Birouni (X-XI secolo d.C.), pilastro della sapienza medievale, documentò
minuziosamente come la tradizione iranica si fosse armonizzata con quella islamica. Tra i racconti più amati
brilla quello di Amu Nowruz (Zio Anno Nuovo). Immaginatelo scendere dalle montagne con il suo cappello
di feltro e il bastone, portando con sé il profumo del rinnovamento. La leggenda narra di una vecchietta che
pulisce la casa con amore infinito, prepara la tavola e poi, vinta dalla stanchezza, si addormenta proprio un
attimo prima del suo arrivo. Amu Nowruz, con tenerezza, non la sveglia: le lascia una rosa tra le dita e assaggia
una mela zuccherata. Al risveglio, lei trova i segni del suo passaggio: una malinconia dolce che si trasforma
immediatamente in speranza per l’anno successivo. È il ciclo eterno dell’attesa e del desiderio di giovinezza.
Prima che il sole dell’equinozio sorga, le strade si animano di figure simboliche. Haji Firouz, con il volto
tinto di nero e l’abito rosso fiammante, è l’araldo della gioia. Suonando il suo daf (tamburello), danza e canta
filastrocche antiche, portando il sorriso anche negli angoli più bui. Sebbene il volto nero abbia dato adito a
varie interpretazioni, molti studiosi vi leggono il richiamo al carbone che alimenta il fuoco sacro, simbolo di
vita che arde sotto la cenere dell’inverno.
Il preludio più potente è la notte del Tchahar Shanbeh Souri (l’ultimo mercoledì dell’anno). È il rito della
purificazione attraverso il fuoco. Si accendono falò e i giovani saltano sopra le fiamme recitando il mantra:
«Zardie man az to, Sorkhie to az man»> (Il mio giallo a te, il tuo rosso a me)
È un baratto simbolico: l’uomo cede al fuoco il “giallo” della malattia e della stanchezza, ricevendo in cambio il
“rosso” dell’energia e del vigore. In questa notte magica si pratica anche il Falgush: ci si mette in ascolto, di
nascosto, delle parole dei passanti, interpretandole come oracoli per il futuro.

Nessuna casa iraniana è pronta per il Nowruz senza l’Haft-Seen (I Sette “S”). Il numero sette, sacro a
Zarathustra e citato da Ferdowsi nello Shahnameh come struttura dei cieli e della terra, domina la tavola.
Ogni elemento che inizia con la lettera “S” (sin) è un verso di una poesia visiva sulla sopravvivenza: 1. Sabzeh
(Germogli di grano o lenticchie): Rappresentano la rinascita e la natura che si risveglia. 2. Samanu (Budino
di grano): Simbolo della forza, della pazienza e della ricchezza della terra. 3. Senjed (Frutto dell’oleastro):
Rappresenta l’amore e l’affettività. 4. Seer (Aglio): Simbolo di medicina, salute e protezione dai mali. 5. Seeb
(Mela): Incarna la bellezza e la salute fisica. 6. Somāq (Bacche di sommacco): Il colore dell’alba, simbolo della
pazienza e della vittoria del bene. 7. Serkeh (Aceto): Rappresenta la saggezza che giunge con l’età e la
rassegnazione alle prove della vita.
Accanto a questi, la tavola si arricchisce di altri simboli universali: lo specchio per riflettere sul proprio io
interiore, le uova colorate per celebrare la fertilità, un pesce rosso in una bolla d’acqua (simbolo del
movimento della vita), una candela per la luce dello spirito e un libro sacro o di poesie (spesso il Divan di
Hafez), per trarre auspici poetici per il nuovo anno.
Prima della festa, ogni famiglia compie il Khāneh Tekāni, letteralmente lo “scuotimento della casa”. Non è
una pulizia superficiale, ma un rito catartico. Lavando tappeti, lucidando argenti e arieggiando le stanze, si
espellono le scorie del passato. Pulire lo spazio fisico significa, per gli iraniani, preparare il tempio del proprio
spirito ad accogliere la luce della primavera.
Il momento del passaggio è celebrato con il Sabzi Polo Mahi (riso alle erbe con pesce), dove il verde delle
erbe richiama la fertilità. È un tempo di riconciliazione: si visitano i parenti, si onorano gli anziani e si
ricordano i defunti, che secondo la tradizione tornano a visitare i vivi proprio in questi giorni.
Il mito del sacrificio e della risurrezione della terra

Nella complessa tessitura del Nowruz, la figura di Siyavash (o Siyavush) rappresenta il cuore tragico e
spirituale della rinascita. Sebbene re Jamshid sia considerato l’istitutore “formale” della festa, Siyavash ne
incarna il mito del sacrificio e della risurrezione della terra.
Siyavash è uno dei personaggi più amati dello Shahnameh (Il Libro dei Re) di Ferdowsi. Principe persiano
di straordinaria bellezza e purezza, è il simbolo dell’integrità morale. La sua storia è segnata dal dolore:
accusato ingiustamente dalla matrigna Sudabeh (un parallelo con il mito di Fedra), dimostra la sua
innocenza attraversando un enorme fuoco sacro rimanendo illeso.
Per evitare ulteriori conflitti, Siyavash sceglie l’esilio nel regno rivale di Turan, dove però viene tradito
e brutalmente ucciso. Il mito narra che dal luogo in cui il suo sangue toccò il suolo arido, nacque
immediatamente una pianta dai fiori rossi, chiamata “Sangue di Siyavash” (Khun-e Siyavash).
Questo evento trasforma la sua figura in una divinità della vegetazione: La morte di Siyavash
rappresenta l’autunno e l’inverno (la terra che muore). La sua “rinascita” attraverso la pianta rappresenta
la primavera (il ritorno della vita).
C’è un filo diretto tra Siyavash e il Sabzeh (i germogli di grano o lenticchie) che si prepara per la tavola
dell’Haft-Seen: anticamente, il Nowruz era preceduto da riti di lutto per la morte dell’eroe (Siavashan).
Far germogliare i semi dieci giorni prima della festa è un atto rituale che richiama proprio quel sangue che
torna a dare vita alla terra. In molte regioni dell’Asia Centrale, il Nowruz è celebrato proprio come il
giorno della “Resurrezione di Siyavash”.
Se Haji Firouz è il messaggero allegro e Amu Nowruz è il nonno benevolo, Siyavash è l’anima
profonda del Nowruz. Ci ricorda che per avere la fioritura (la vita) deve esserci stato un sacrificio (l’inverno),
e che la giustizia e la purezza alla fine trionfano sempre, tornando a sbocciare ogni anno con l’equinozio.
Una Celebrazione Universale: Dall’Iran ai Balcani

Il Nowruz è un ponte che unisce popoli diversi sotto un’unica bandiera di speranza: Per i Curdi, è il simbolo
della resistenza e della libertà, celebrato con immensi falò sulle montagne. In Afghanistan, a Mazar-e Sharif,
esplode la “Festa dei Fiori Rossi”. In Azerbaijan, le strade si riempiono di danze e dolci tipici come lo
shekerbura. In India, i Parsi mantengono vivo il fuoco dell’antica fede con preghiere e banchetti rituali.
Dall’Uzbekistan all’Albania, il Nowruz dimostra che il desiderio umano di rinnovamento non ha confini
geografici. Il Nowruz ci insegna che il tempo non è una linea retta che si consuma, ma un cerchio che si rigenera.
Ogni “Nuovo Giorno” è un invito a fiorire, a lasciare cadere le foglie secche del rancore e dell’errore per dare
spazio a nuovi germogli di consapevolezza. In Iran, come nel cuore di chiunque celebri questa festa, la vera
bellezza non è solo quella che sboccia nei campi, ma quella che riusciamo a far risplendere dentro di noi,
specchiandoci nella luce infinita di una nuova, eterna primavera.
Il Nowroz 2026

E quest’anno in particolare l’Iran stessa, come Terra e come popolazione, rappresenta Il mito del sacrificio
e della risurrezione della terra, perché nonostante l’attacco ingiustamente subito, sta eroicamente
attraversando il suo momento di sacrificio per risorgere più bella e forte che mai.
Oggi, 20 marzo 2026, stiamo vivendo un momento in cui la meccanica celeste e la simbologia ancestrale si
fondono in un “punto zero” assoluto in quanto si sommano le forze di una Tripla Convergenza: L’Equinozio
di Primavera (Punto Zero Solare), il momento dell’equilibrio perfetto. Il Sole attraversa l’equatore celeste,
portando 12 ore di luce e 12 ore di oscurità. È la “piattaforma di lancio” dove Yin e Yang sono in armonia prima
dell’esplosione della luce; La Luna Nuova in Ariete (Doppio Inizio), la Luna Nuova è il seme; l’Ariete è il
fuoco dell’azione. Avere il novilunio esattamente nel segno del guerriero e del pioniere trasforma ogni
intenzione in una freccia scagliata verso il bersaglio; Il Ciclo Metonico (Rarità Astronomica), questa
specifica sovrapposizione (Luna Nuova in Ariete + Equinozio) accade solo ogni 19 anni. L’ultima volta è stata
nel 2007, la prossima sarà nel 2045. È una finestra di opportunità c he capita pochissime volte nella vita adulta
di un uomo. Che aiuti l’umanità intera a trovare, come auspicato dal Dottor Emami, una direzione di Pace,
per l’Iran, per il Medio Oriente e per l’intero Pianeta!
L’Equinozio e il Capodanno dell’Anima – La Tripla Convergenza del 20 Marzo 2026



