Roberto Roggero – La maggior parte dei commentatori si è finora limitata a evidenziare le critiche di Trump all’Unione Europea contenute nella Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) del novembre 2025. In verità, questo manifesto di Trump al secondo mandato, non è propriamente un messaggio contro l’Europa, riconosciuta come fonte di civiltà comune, ma contro l’attuale direzione della politica europea, che il presidente americano vorrebbe a “correggere” e adattare alle necessità della strategia MAGA (Make America Great Again). Un’Europa così debole, deindustrializzata e insicura, come emerge dal testo della NSS, senza radici e senza “fiducia in sé stessa”, rappresenta un problema non solo per i popoli europei ma anche, in prospettiva, per gli Stati Uniti.
Senza un esercito, senza un sistema industriale, con un mercato finanziario ristretto e non competitivo, preda di “anti-valori” woke ma anche incapace di agire tempestivamente, di definire obiettivi strategici comuni, e sempre più dipendente dalle forniture straniere, spesso provenienti dall’Est, una tendenza in crescita pericolosamente dal 2022, l’UE rischia di diventare il “ventre molle” della NATO.
Gli Stati Uniti affrontano in modo inequivocabile la questione di come mantenere la propria leadership globale, che rischiava di essere compromessa dopo quattro anni di debolezza ed estremismo. Nell’NSS, Trump si concentra su alcuni fattori base: quello militare, destinatario di un consistente stanziamento di fondi, i cui cardini sono la deterrenza nucleare e l’evoluzione tecnologica (anche nel settore spaziale), e quello economico, dell’industria protetta dai dazi, perché deve essere in grado di “soddisfare le esigenze produttive sia in tempo di pace che in tempo di guerra”, e quello della finanza, ormai in grado di influenzare, se non controllare, le economie di qualsiasi Paese e, in quanto tale, chiamata a sostenere l’azione del governo statunitense “per rendere di nuovo grande l’America”.
Al tempo stesso, questo documento individua alcuni scenari di primario interesse per gli Stati Uniti: in primo luogo, la ricostituzione di una sfera di interessi esclusivi che si estenda dal Canada all’Argentina (il corollario Trump alla Dottrina Monroe), vale a dire la formazione di un blocco politico-economico fortemente integrato, a guida americana e, in caso di crisi globale, potenzialmente autonomo; la prosecuzione, nello spirito di Anchorage, del tentativo di attrarre la Russia per impedire il consolidamento dell’Heartland, da sempre l’incubo di tutti gli strateghi anglosassoni (da Mackinder a Spykman, passando per l’ammiraglio statunitense Alfred T. Mahan e Homer Lea); infine, il rilancio dell’Europa, anche attraverso una sua riconfigurazione, che non può che tener conto del suo particolare sviluppo storico.
Così facendo, l’NSS riconosce l’evoluzione verso un mondo se non multipolare, almeno tripolare, composto da tre vertici: quello americano, quello cinese e quello russo (BRICS).
L’Europa è sempre e comunque vista come un’appendice degli USA e, considerando la crisi delle organizzazioni internazionali, o meglio di quegli organismi intermedi di natura prevalentemente burocratica, da buon politico realista, Trump cerca di costruire nuove basi per un dialogo pacifico fra i blocchi, direttamente con i rappresentanti istituzionali dei singoli Stati che li compongono, impedendo la degenerazione su larga scala dei conflitti.
“L’America”, afferma il 47° Presidente, “è di nuovo forte e rispettata, ed è per questo che stiamo facendo la pace in tutto il mondo”, o almeno è ciò che crede, o vuole fare credere.
Alla luce di ciò, questa analisi si propone di fornire un’interpretazione originale, seppur volutamente non eccessivamente dettagliata, dell’NSS di Donald Trump, cercando di individuarne i punti chiave e i salti qualitativi rispetto a documenti analoghi prodotti dai suoi predecessori.
Cos’è la NSS e perché è così importante?
La Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti è una sintesi degli obiettivi di ogni presidenza statunitense.
Viene pubblicata a ogni mandato presidenziale e funge da bussola ideale per l’amministrazione con un duplice scopo: strategico-politico interno, per consentire all’esecutivo di definire, in modo unitario e coerente, la visione strategica a lungo termine per la sicurezza nazionale, e coordinare le diverse componenti (difesa, diplomazia, economia, intelligence, ecc.), e di comunicazione esterna, rivolta al pubblico, agli alleati o ai governi terzi, nonché al pubblico interno interessato a comprendere le priorità di politica estera e sicurezza. Sebbene manchi di efficacia concreta, in quanto non è concepita come un documento tecnico-operativo, ma come un quadro generale di intenti dal contenuto volutamente astratto, a differenza della Strategia Militare Nazionale (NMS) o della Strategia di Difesa Nazionale (NDS), la NSS merita, soprattutto oggi, un’analisi approfondita.
Quella di Trump è una presidenza proattiva, che non si limita a seguire il corso degli eventi, ma intende influenzarli affinché gli Stati Uniti non perdano il loro primato globale e rimangano la nazione “più sicura, più ricca e più libera” del mondo.
Questo documento è particolarmente rilevante alla luce dell’attuale momento di transizione: da un lato, la Casa Bianca osserva il Vecchio Mondo in preda a una crisi strutturale, istituzionale, industriale, culturale e morale, distrutto dal conflitto russo-ucraino, e dall’altro, il Nuovo Mondo, la potenza asiatica che si avvicina al suo apice, che è un concorrente. La posizione da adottare viene definita, le azioni da intraprendere vengono collegate tra loro, i valori americani e l’American Way of Life vengono rilanciati.
È una visione certamente trumpiana, ma condivisa dal deep state, un establishment non solo repubblicano ma anche democratico, perché i Paesi forti ragionano in termini di interesse nazionale, che ora sembra allineato alla terapia d’urto di Trump. L’America deve tornare forte, deve tornare in salute, la sua classe media impoverita deve ritrovare fiducia, i suoi alleati devono smettere di fare affidamento solo su di essa, ma devono anche rispettarla.
Per fare questo, come in una strategia aziendale, è necessario identificare gli interessi nazionali permanenti, gli scenari in cui evidenziarli, le potenziali minacce e gli alleati. Dalle “liste dei desideri” che hanno popolato i documenti delle élite statunitensi dalla fine della Guerra Fredda, si sta procedendo verso una chiarificazione delle priorità.
L’America non può essere onnipresente, né può intervenire ovunque: ci sono scenari prioritari e scenari secondari; in alcuni casi considerati gravi e dannosi, potrebbe essere costretta a intervenire direttamente (Trump cita la cancellazione del programma nucleare iraniano, certamente un’azione che ha dimostrato al mondo non solo la capacità militare operativa degli Stati Uniti, ma anche la loro supremazia tecnologica e la loro abilità diplomatica), in altri, forte del suo ruolo di perno militare e tecnologico globale, deve “limitarsi” a svolgere il ruolo di mediatrice, ricorrendo però, come leggiamo, alla “diplomazia non convenzionale”, alla “potenza militare” e alla “leva economica americana”.
L’America guarda con preoccupazione all’Europa, colpita dal declino economico e dal contemporaneo declino della sua civiltà. Le società, come sappiamo, crollano per ragioni interne, e il crollo del Vecchio Continente, puntualmente documentato e denunciato non solo da Trump e Musk, ma anche da storici, politologi, economisti e istituzioni internazionali ben lontane da quello che oggi viene chiamato “trumpismo”, è visto come un fattore di rischio anche oltreoceano.
Per la prima volta in oltre un decennio, l’Europa – appena menzionata nella NSS presidenziale di Obama e Biden, incentrata sull’orizzonte del Pacifico – ha un peso significativo nell’agenda strategica degli Stati Uniti, che mira a far rivivere la “grandezza europea” affinché nessun’altra potenza possa ergersi a dominare l’Europa. Il ruolo dell’Europa come motore di civiltà è riconosciuto, in particolare la sua vicinanza a Irlanda e Gran Bretagna, grazie alle Relazioni Speciali. Allo stesso tempo, è difficile comprendere l’attuale Stato-non-Stato europeo, dove l’ipertrofia normativa è legata a fragilità e frammentazione.
Né Obama né Biden-Harris avevano riservato uno spazio simile al Vecchio Continente, se non insistendo sull’aumento della spesa per la difesa, come richiesto dai trattati (5% del PIL, che Trump fu il primo a imporre). Obama aveva completamente spostato il baricentro strategico in Asia, in linea con la forte enfasi di Biden su un Pacifico “aperto e sicuro”; anche la prima amministrazione Trump aveva riservato solo uno spazio residuale al dossier europeo.
L’Unione Europea, che non perde occasione per attaccare il presidente degli Stati Uniti e la sua amministrazione, ha perso di vista i valori occidentali e, secondo Trump, rischia di diventare “irriconoscibile in 20 anni o meno”.
“Vogliamo che l’Europa – scrive – rimanga europea, riacquisti la sua autostima di civiltà e abbandoni la sua fallimentare attenzione al soffocamento normativo”.
Infine, ma non meno importante, Trump intende promuovere la riconciliazione tra Russia ed Europa (tentata, su iniziativa italiana, fin dal vertice di Pratica di Mare, ma miopemente osteggiata da altri attori timorosi di perdere la loro influenza dominante sull’Unione Europea), poiché la guerra ha fatto perdere al Vecchio Continente vantaggi competitivi e aumentato la sua dipendenza dalle importazioni.
“La gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà – si legge nel documento – un significativo impegno diplomatico da parte degli Stati Uniti, sia per ristabilire condizioni di stabilità strategica nell’intero continente eurasiatico, sia per mitigare il rischio di conflitto tra Russia e Stati europei“.
Allo stesso tempo, l’NSS registra il sentimento degli europei e la discrepanza, se non addirittura la disconnessione, tra i loro desideri e le azioni di Bruxelles: “Una grande maggioranza europea desidera la pace, eppure questo desiderio non si traduce in politiche, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte di quei governi. Questo è strategicamente importante per gli Stati Uniti proprio perché gli Stati europei non possono riformarsi se sono intrappolati in una crisi politica”. C’è un problema con la democrazia in Europa, non in termini di rischio di riproduzione di modelli assolutisti, ma in termini di evidente mancanza di rappresentatività delle istituzioni europee, sempre più autoreferenziali, e questo sta danneggiando anche gli interessi americani che, come affermato nell’NSS, necessitano di un interlocutore autorevole ed efficace.
In conclusione, vale la pena notare che l’NSS menziona la Germania, cuore geografico e produttivo del continente, e, tra i paesi NATO, la Turchia, limitatamente al complicato dossier siriano.
La Russia sta tornando a essere un partner per gli Stati Uniti, che allo stesso tempo mostrano crescente insofferenza nei confronti dell’attuale leadership ucraina. Vale la pena sottolineare la particolare vicinanza tra Trump e Mosca e l’affinità del magnate con Putin, che vanta legami di alto livello con la nomenclatura sovietica e post-sovietica. Negli anni ’80, fu Trump ad accompagnare Gorbaciov a New York, durante il quale entrò in contatto con l’alta società e il mondo della finanza.
Inoltre, in vari momenti della storia, Russia e Stati Uniti hanno trovato un terreno comune. All’inizio, Caterina II diede un sostegno indiretto ai ribelli coloniali; suo figlio Alessandro I stabilì relazioni formali con gli Stati Uniti sotto Thomas Jefferson e, prima ancora, Levett Harris (1780-1839) era stato inviato come console a San Pietroburgo.
Negli anni ’30, la potente industrializzazione sovietica fu sostenuta da copiose forniture americane: macchinari agricoli, fertilizzanti, macchinari industriali, capitali, ma anche competenze tecniche in grandi quantità. Grazie al piano quinquennale di Stalin, furono costruiti dei kombinat – grandi complessi industriali integrati – a Magnitogorsk e Kuzneck per la produzione di acciaio, a Karaganda e Kuzbass per il carbone, per non parlare delle fabbriche di trattori a Stalingrado e Čeljabinsk e delle fabbriche di automobili a Mosca e Gorkij. Le fabbriche russe lavoravano a un livello pari a quello delle fabbriche americane, raggiungendo quasi la stessa standardizzazione.
“Ho trascorso una settimana a Sverdlovsk”, scrive eloquentemente John Scott nel suo libro del 1942 “Dietro gli Urali: un operaio americano nella città d’acciaio russa”. “Alcuni ingegneri mi portarono a visitare l’Ural Heavy Machine Building Works. Un edificio lungo 400 metri era pieno dei migliori macchinari americani, britannici e tedeschi. Era meglio attrezzato di qualsiasi singola officina della General Electric Works di Schenectady”.
Inoltre: la straordinaria diga del Dneprostroi sul fiume Dnipro fu progettata dall’ingegnere e colonnello americano Hugh Lincoln Cooper, mentre la fabbrica di locomotive di Lugansk – una delle più grandi d’Europa all’epoca – fu ispirata dalla Baldwin Locomotive Works. Allo stesso tempo, il disgelo dei rapporti, culminato nel 1933, fu indispensabile per la vittoria finale nella Seconda Guerra Mondiale. Illuminante e persino predittivo della compenetrazione tra capitalismo e sistemi comunisti, il libro Vodka Cola (1977), in cui il sindacalista Charles Levinson evidenzia la fitta rete di legami commerciali tra i due blocchi “contrapposti”.
Nella strategia di Trump, la Russia è il tassello chiave per completare una sorta di ellisse in grado di contenere Pechino (o di indirizzarne il dinamismo in modo che non entri in conflitto o si scontri immediatamente con gli interessi americani), impedendo la formazione di un blocco autonomo e integrato incentrato sul drago cinese e sostenuto dalla tigre indiana e dall’orso russo.
Questa strategia è destinata a completarsi con una rinnovata attenzione al subcontinente indiano: l’India, come ai tempi del “Grande Gioco”, è tornata a essere il trampolino di lancio delle potenze anglosassoni verso l’Asia e svolge un ruolo centrale nel sistema difensivo contro Pechino, mentre il Pakistan, vicino agli angloamericani durante la Guerra Fredda, è diventato un alleato indispensabile della Cina. In sostanza, Trump mira a fomentare il revisionismo russo con l’ambizioso obiettivo di cooptarlo in una coalizione anti-cinese.
Il Presidente sottolinea inoltre la necessità di ripristinare le relazioni tra la Russia e la stessa Europa, in una prospettiva volta a prevenire una guerra su larga scala secondo il principio della “pace attraverso la forza” (non “la forza”, come sottolineato da Washington), in linea con il messaggio trasmesso dal Vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza di Monaco.
Il Medio Oriente è oggetto di un’analisi specifica che include il ruolo centrale degli Accordi di Abramo nella strategia statunitense attuale e futura e, anche attraverso le parole del rabbino Elie Abadie, l’NSS esclude l’idea di una nuova stagione di guerre.
L’equilibrio di potere nella regione deve essere gestito “da dietro le quinte” da Washington. Ma tutto questo senza che altri attori (Cina, Iran o Russia) siano in grado di svolgere un ruolo egemonico o anche solo predominante nella regione.
È proprio così che viene descritta: il corollario di Trump alla Dottrina Monroe in una prospettiva di assoluta centralità attribuita all'”Emisfero Occidentale”. In linea con il pensiero di Monroe, che affermava il primato degli Stati Uniti (2 dicembre 1823) subito dopo la vittoria della Restaurazione sul continente europeo (in particolare la vittoria di Trocadero e la conquista di Cadice sull’Atlantico nell’agosto 1823), che poteva riportare gli europei nelle Americhe, l’Isola-America torna a pensare e ad agire come Pan-America, estendendosi dal Canada all’Argentina, un polmone economico e commerciale secondo il principio che il destino dell’Emisfero Occidentale deve rimanere sotto il controllo diretto degli Stati Uniti, senza interferenze da parte di potenze extra-regionali, perché lo spazio lasciato in questa regione ai concorrenti non emisferici è stato “un altro grande errore strategico americano degli ultimi decenni”.
Si tratta di un documento denso di significato, formalizzato alla luce degli sconvolgimenti globali ma anche a seguito delle azioni intraprese nei primi nove mesi di amministrazione. È un testo che espone nero su bianco le ragioni della crisi del modello americano dal punto di vista economico e morale, ma che mira a dettare un’agenda concreta e tempestiva per preservare il primato globale degli Stati Uniti.
Perché questo è il principio fondamentale sancito dalla NSS. Un principio che si basa anche sulla convinzione che la supremazia tecnologica (in ambito militare ma anche, e forse soprattutto, in ambito civile), insieme alla supremazia economica e finanziaria, sia la chiave del primato globale.
Archiviando il ciclo storico di “globalismo” e “libero scambio” e ristabilendo il principio del “pieno controllo delle frontiere”, Trump si conferma un presidente rivoluzionario perché traccia una linea di demarcazione rispetto alle politiche degli ultimi trent’anni, che egli ritiene alla base del declino americano. Allo stesso tempo, però, è anche conservatore, poiché si muove all’interno delle linee classiche e consolidate della geopolitica anglo-americana, dall’esclusiva sfera panamericana protetta da ingerenze esterne e al sicuro dai traffici illeciti alla tutela degli interessi economici marittimi nell’Atlantico e, soprattutto, nel Pacifico.
L’America si considera ancora una volta un’isola che beneficia di “una geografia invidiabile con abbondanti risorse naturali, nessuna potenza concorrente fisicamente dominante nel nostro emisfero, confini senza rischio di invasione militare e altre grandi potenze separate da vasti oceani”, ma sta rilanciando la sua rete di alleanze globali e il suo soft power, definendo un programma completo di crescita industriale e ponendo la civiltà europea e i suoi valori, incluso il cristianesimo, sotto la sua protezione, soprattutto alla luce di un Papa nato negli Stati Uniti, Leone XIV.
Al netto delle critiche, per quanto giustificate, i paesi europei dovrebbero cogliere l’opportunità di modernizzare i loro sistemi industriali e manifatturieri con capitali, know-how, tecnologia e intelligence nordamericani in una prospettiva reciprocamente vantaggiosa e collaborativa.
